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Famiglie spezzate

Li ha presentati, a uno a uno, a Papa Francesco «perché le loro storie di grande dolore sono anche una testimonianza di speranza»: suor Genevieve Jeanningros — a sua volta testimone diretta di sofferenza come nipote di suor Léonie Duquet, desaparecida nel 1977 in Argentina — parla con un filo di voce «per rispetto del dolore di queste persone, tutte siriane, che hanno vissuto la terribile esperienza di veder morire i loro familiari nel naufragio di un barcone nel Mediterraneo, avvenuto l’11 ottobre 2013». Quel giorno un peschereccio, partito dalle coste libiche, con cinquecento persone a bordo si è capovolto: 212 sopravvissuti, 26 cadaveri recuperati e tragicamente 268 dispersi, tra cui 60 giovanissimi. Tanto che è chiamato «il naufragio dei bambini». Famiglie spezzate, insomma.

E così ecco, stamani in piazza San Pietro, la carezza di Francesco a Wahid Hasan Yousef e Hashash Manal, marito e moglie, profughi curdi di Aleppo, che in quel terribile naufragio hanno perso quattro figlie: avevano due, cinque, sette e dieci anni. Ufficialmente sono disperse e i genitori sperano «che, non si sa come e dove, si siano salvate». Wahid è fuggito dalla guerra in Siria: faceva il cardiochirurgo e ora vive da disoccupato in Svizzera.

Poi, con delicatezza, il Papa ha stretto paternamente la mano a Refaat Hazima, profugo di Damasco, che sempre nello stesso naufragio ha perso due bambini di otto e undici anni. E, ancora, Francesco ha voluto esprimere la propria vicinanza spirituale a Hatem Shaaban, profugo siriano di Idlib, che in quella tragedia nel mar Mediterraneo ha perso la moglie — «si chiamava Farida Kafrentouni ed è morta davanti ai miei occhi colpita da una trave» — e due bambini di due e cinque anni, uno dei quali, confida, è sepolto nel cimitero di Mazarino, in provincia di Caltanissetta. Sbarcato a Malta con il figlio Haidar, Hatem è riuscito a ricongiungersi con l’altro piccolo superstite della famiglia, Abdulkarim, arrivato a Porto Empedocle e rimasto in un centro di accoglienza, da solo, per un mese.

Ad accompagnare questo gruppo che racconta una delle tragedie più grandi dei nostri tempi, c’erano anche Yasemin Kaya, artista curda, impegnata nel campo della mediazione linguistica e culturale, e Arturo Salerni, presidente del comitato Verità e giustizia per i nuovi desaparecidos, istituito nel 2014 per chiedere giustizia per tutti i migranti che hanno perso la vita cercando di raggiungere l’Europa.

In piazza San Pietro, durante l’udienza generale, il Papa ha salutato con una stretta di mano Greta Thunberg, la giovane ambientalista svedese, ringraziandola e incoraggiandola per il suo impegno in difesa dell'ambiente. A sua volta Greta, che aveva chiesto l’incontro, ha ringraziato il Francesco per il suo grande impegno in difesa del creato.

E con un abbraccio il Papa ha accolto anche Celeste e Samuele, i due ragazzi che hanno vinto il concorso di disegno scolastico, promosso a Verona proprio per rilanciare tra i più giovani un’autentica sensibilità ecologica. «I giovani quando corrono fanno rifiorire la terra» è stato lo slogan dell’iniziativa che ha visto in prima linea la parrocchia di San Fermo Maggiore, la diocesi di Verona e anche l’indimenticata campionessa di salto in alto Sara Simeoni.

A parlare di solidarietà era presente, in piazza San Pietro, Bianca Senna Lalli, nipote del pilota brasiliano Ayrton Senna morto il 1° maggio di venticinque anni fa durante il Gran premio automobilistico di San Marino. «Mio zio era anzitutto un uomo di fede» racconta Bianca. «Lo ricordo in preghiera e intento a leggere passi della Sacra scrittura, anche nel contesto frenetico delle corse di formula uno e questo, lo ripeteva spesso, era il suo principale sostegno».

Eloquente, del resto quel biglietto di stampo paolino che Senna, considerato il più forte di tutti i tempi, portava sempre nella tuta da pilota e che venne trovato dopo l’incidente mortale: «Nulla può separarmi dall’amore di Dio». Oggi quelle parole si leggono, come epitaffio, sulla sua tomba.

«Nel nome di Ayrton Senna, la cui popolarità è ancora enorme in tutto il mondo sia per le vittorie sia per il suo stile di essere campione, vengono promosse tantissime iniziative solidali, attraverso la fondazione e l’istituto che portano il suo nome». E «sono proprio i suoi familiari — spiega Bianca che a Francesco ha donato un caso dello zio — a portare avanti quei progetti per i più poveri e per i bambini abbandonati, che in Brasile purtroppo non mancano, avviati personalmente dal campione».

Parole di incoraggiamento il Papa — che ha fatto salire cinque bambini di San Vito Chietino sulla jeep nel giro di piazza San Pietro per salutare da vicino i pellegrini — le ha rivolte ai tremila partecipanti all’Incontro Univ 2019, promosso fin dal 1968 dall’Opus Dei durante la Settimana santa. I giovani di oltre cento università di trenta paesi si confronteranno sul tema «Il potere trasformativo del lavoro», affrontando a viso aperto le questioni sociali, politiche, economiche e culturali «alla ricerca di soluzioni valide che rispettino la dignità umana e i diritti fondamentali della persona».

«Abbiamo scelto il tema del lavoro — spiega Gemma Bellido, del comitato organizzativo di Univ — perché il lavoro è in continuo cambiamento e interessa direttamente i giovani: il futuro delle professioni, la competizione con i robot e come l’uomo può fare la differenza in un ambiente così complesso». San Josemaria Escrivá de Balaguer «diceva che il lavoro è il mezzo per raggiungere la santità, perché è quello che si deve fare ogni giorno».

Inoltre, spiegano i promotori, «i giovani universitari, come ogni anno, parteciperanno a tutte le celebrazioni della Settimana santa presiedute dal Pontefice e stavolta lo ringrazieranno in modo particolare per la sua Esortazione apostolica Christus vivit, frutto del sinodo dello scorso ottobre». Con particolare affetto, infine, Francesco ha abbracciato le persone malate e con disabilità. (giampaolo mattei)

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22 luglio 2019

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