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Famiglia e nuova evangelizzazione

· A trent'anni dalla «Familiaris consortio» ·

«La famiglia nel mistero della Chiesa: fecondità teologico-pastorale di Familiaris consortio 30 anni dopo » è il titolo della prolusione pronunciata giovedì 11 dal cardinale arcivescovo di Milano in occasione dell'inaugurazione, a Roma, dell'anno accademico del Pontificio Istituto Giovanni Paolo ii per Studi su Matrimonio e Famiglia. Ne pubblichiamo ampi stralci.

L'oscurità dell'attuale contesto culturale che avvolge la famiglia e che la spinge a chiudersi sempre più in se stessa trova la sua origine nel mancato riconoscimento dei beni fondamentali che la definiscono. Questo non sorprende in una società che ignora o comunque disattende il ruolo del bene comune e che, conseguentemente, non sa apprezzare ed essere riconoscente per il bene immenso che riceve dalla famiglia e che consiste fondamentalmente nel prendersi cura della persona umana in tutti i suoi aspetti. Si tratta di una eredità della cultura moderna che, separando in modo netto l'ambito pubblico da quello privato, ha definito il primo in base a relazioni contrattuali, fondate sulla reciproca utilità, mentre la famiglia è stata assegnata all'ambito degli affetti privati, ritenuti come tali ininfluenti a livello pubblico. Il ruolo della famiglia, viceversa, è eminentemente sociale, poiché consiste nel dar vita a quel «luogo privilegiato» nel quale l'uomo è accolto come un dono e dove se ne rende possibile l'educazione e la crescita.

Possiamo ora comprendere la frattura causata dall'odierna difficoltà a percepire la procreazione come dono. La chiusura al dono della vita, spesso incondizionata e aprioristica, rimane una delle più gravi difficoltà che minacciano la famiglia odierna. L'amore è di sua natura fecondo: genera vita e la rigenera in chi l'accoglie. Una volta infranto il rapporto tra amore e procreazione, rimane la fragilità di un amore sottoposto al semplice arbitrio umano. Occorre allora estrema vigilanza su quella «cultura di morte», che non sa riconoscere adeguatamente la vita umana nelle sue situazioni più fragili, eppure capaci di insegnarci di più, come quelle della nascita o della malattia. E i diritti dei deboli non sono diritti deboli! Tutt'altro!

La Chiesa, fin dal manifestarsi dei primi sintomi di queste difficoltà, si è fortemente impegnata ad annunciare alla famiglia un messaggio di speranza. Così, dopo la dichiarazione del sinodo anglicano di Lambeth che accettava la liceità della contraccezione, Pio XI con la sua lungimirante enciclica Casti connubii ha proposto una via d'uscita offrendo alla famiglia un «luogo» in cui ritrovare la propria identità sempre più minacciata, a partire dallo sguardo amorevole di Dio. Tale luogo è la Chiesa, in cui la comunità domestica, chiamata a divenire essa stessa sempre più Chiesa, incontra la Chiesa universale. Per questo la famiglia cristiana ha un ruolo specifico nell'educare alla fede e nel renderne testimonianza, e la Chiesa tutta ha il dovere di esserle vicina e di aiutarla a scoprire se stessa affinché non smarrisca la sua identità ma la ritrovi sempre con gioia e responsabilità. Questo impegno della Chiesa ha raggiunto uno dei suoi punti più alti con il Concilio Vaticano II che, per la prima volta, colloca il matrimonio e la famiglia nel contesto di una visione globale del disegno di Dio. Proprio nel momento in cui, con la rivoluzione sessuale scoppiata negli anni Sessanta, la frattura dell'immagine di Dio contenuta nel matrimonio e nella famiglia raggiungeva il suo apice, la Chiesa sviluppava un'ampia riflessione sulla sua maternità nei confronti della famiglia. Si introduceva così una novità rilevantissima da un punto di vista squisitamente dottrinale prima ancora che pastorale: quella del rapporto di circolarità tra famiglia e Chiesa, quando la famiglia è compresa come Chiesa domestica e quando la Chiesa tutta intende se stessa come una «grande famiglia», la «famiglia dei figli di Dio».

Non diversa è stata la comprensione che di questo evento ecclesiale ebbe il venerabile Giovanni Paolo II, il quale comprese il Concilio come un momento di luce e di grazia per la profonda relazione che esso stabiliva tra la Chiesa e la famiglia.

Il parallelismo che Giovanni Paolo II ha riconosciuto tra la Chiesa e la famiglia ci offre la chiave per comprendere il significato profetico dell'esortazione apostolica Familiaris consortio , scritta con la chiara consapevolezza che i tormentati dibattiti degli anni postconciliari avevano il loro fulcro nella questione del matrimonio e della famiglia: si pensi al dibattito avvenuto in seguito alla pubblicazione dell'enciclica Humanae vitae di Paolo VI.

Giovanni Paolo II seppe così ricondurre a una profonda unità le realtà della Chiesa e della famiglia, pur nella loro distinzione, mostrando il pieno valore di entrambe e il loro apporto insostituibile in vista della «nuova evangelizzazione». Questo approccio alla relazione Chiesa-famiglia fa emergere la questione che soggiaceva alle varie dispute postconciliari e che rimanda all'affermazione della costituzione pastorale Gaudium et spes secondo cui «la dissociazione, che si costata in molti, tra la fede che professano e la loro vita quotidiana, va annoverata tra i più gravi errori del nostro tempo». È la stessa situazione denunciata dall'enciclica Veritatis splendor di Giovanni Paolo II: «La contrapposizione, anzi la radicale dissociazione tra libertà e verità è conseguenza, manifestazione e compimento di un'altra più grave e deleteria dicotomia, quella che separa la fede dalla morale». In altri termini, il reciproco legame Chiesa-famiglia, sottolineato in modo concreto e specifico nell'esortazione Familiaris consortio è anzitutto la constatazione del fatto che la nuova evangelizzazione deve avere come obiettivo principale quello di superare tale dicotomia, anche in riferimento al matrimonio e alla famiglia.

È in questo contesto che sorge l'idea della «ecclesiologia di comunione» come chiave interpretativa di una rinnovata coscienza ecclesiale. Il sinodo straordinario dei vescovi del 1986 affermava: «L'ecclesiologia di comunione è l'idea centrale e fondamentale nei documenti del Concilio». Occorre però riconoscere che la comunione, a ogni livello, diventa significativa a partire da quella «communio personarum» che è la famiglia (cfr. Familiaris consortio , nn. 18-21). La Chiesa ha così coscienza di essere l'ambiente vitale in cui il cristiano è in grado di compiere un'esperienza profonda di comunione, che definisce l'uomo nei suoi aspetti più profondamente relazionali, e che egli può scoprire mediante l'esperienza di un amore ricevuto e donato.

La prospettiva teologico-pastorale dell'esortazione Familiaris consortio rappresenta una novità radicale per tutta la Chiesa. Non soltanto essa propone un'azione pastorale basata sull'accompagnamento della vocazione all'amore e non su una proposta di carattere intellettualistico, ma si concentra sulla formazione delle persone più che sulle loro attività. Formare significa costituire un «soggetto cristiano», personale prima e familiare poi, che sia in grado di riconoscere e tradurre in realtà la vocazione all'amore, scoperta e vissuta nell'incontro con Gesù e nella sua sequela. In sintesi, circa la dimensione sociale perché profondamente umana dell'amore familiare si può dire che Familiaris consortio anticipa i tratti essenziali della «nuova evangelizzazione», finalizzata proprio al costituirsi di una nuova cultura, la «cultura della vita», l'unica in grado di rispondere alla «cultura della morte», i cui segni sono purtroppo sempre più evidenti nella nostra società.

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15 ottobre 2019

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