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Famiglia
e dignità umana

· Intervento del cardinale Turkson al raduno delle Équipes Notre Dame ·

Il saluto di Papa Francesco con la sua assicurazione «che la Chiesa condanna il peccato, perché deve dire la verità, ma nello stesso tempo abbraccia il peccatore che si riconosce tale» offrendogli la «misericordia infinita di Dio» è giunto ai partecipanti al dodicesimo raduno internazionale delle Équipes Notre Dame (End) in corso a Fátima dal 16 a 21 luglio, attraverso un messaggio che è stato letto dal nunzio apostolico in Portogallo, l’arcivescovo Rino Passigato.

Vladimir Zunuzin «Il figlio prodigo»  (rielaborazione da Rembrandt)

Indirizzato a Maria Berta e José Moura Soares, coppia responsabile internazionale dell’End, il testo prende spunto dal tema dei lavori, incentrati sulla figura del figlio prodigo, per rilanciare l’esortazione del Pontefice «a riconoscersi in questo figlio smarrito che ritorna dal Padre che non si stanca di abbracciarlo e gli restituisce la sua grandezza di figlio».

Animate dalle meditazioni quotidiane dell’arcivescovo eletto José Tolentino Calaça de Mendonça — che dopo aver predicato gli esercizi spirituali per la Curia romana è stato nominato da Papa Francesco archivista e bibliotecario di Santa Romana Chiesa — le giornate congressuali nella cittadella mariana sono scandite da momenti di riflessione, di preghiera comune, di celebrazione e di testimonianza.

Tra queste quella del cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson che, mercoledì 18 luglio, ha proposto una riflessione sulla spiritualità coniugale nell’alveo di una più ampia «ecologia umana» che vede i propri pilastri nella «fraternità» e nella «comunione».

Chi ha una casa da gestire, ha spiegato il prefetto del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale, comprende bene cosa significa avere «responsabilità per la nostra casa comune». Chi vive in una piccola comunità come quella familiare, in cui ci sono da gestire relazioni, problemi, impegni, progetti, sa cogliere l’importanza di una corretta interazione fra le persone. Per questo il porporato ha sollecitato le famiglie presenti a vivere quotidianamente, nella concretezza delle piccole e delle grandi scelte che si presentano, lo stretto rapporto che lega la dignità umana alla tutela dell’ambiente, l’uomo alla creazione nel suo complesso.

Si tratta, ha spiegato, di una «coscienza ecologica» che va oltre le consapevolezze acquisite negli ultimi cinquant’anni dalla comunità internazionale, con l’evoluzione degli studi scientifici e delle politiche dei vari governi e delle Nazioni Unite. È una coscienza che affonda le sue radici nelle sacre Scritture, nel racconto biblico della creazione nel quale Dio pone l’uomo, «forgiato dalla polvere della terra e dal soffio di Dio» nel «giardino piantato da Dio» per coltivarlo. Dominio, quindi, significa cura e tutela.

In questa visione, ha detto il porporato, l’uomo non è più «il centro autoreferenziale della creazione», ma pur portando in sé la distinzione dell’essere a immagine e somiglianza di Dio, è percepito soprattutto come «parte di un mondo creato interconnesso e interdipendente». Non solo: «L’uomo è parte di una comunità, è in comunione con gli altri e vive in una rete di relazioni».

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