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​Famiglia come ambiente naturale

In Africa si può diventare membro di una famiglia attraverso varie modalità: oltre alla nascita biologica, l’alleanza, il patto di sangue, il matrimonio e così via. In ognuno di questi casi si diventa membri reali di una determinata famiglia. Per capire le sfumature del concetto di famiglia africana occorre prima di tutto analizzare la concezione della persona umana che si ha in Africa. Secondo la visione africana, l’uomo è fondamentalmente fascio di relazioni, di esse vive e a esse è proteso. Viene concepito non come un individuo isolato, ma come appartenente a una comunità, una famiglia, i cui membri sono sempre in comunione con quelli del mondo ultraterreno, invisibile, col quale formano un’unica identità, un mondo che, secondo la concezione africana, è come un’immensa ragnatela di cui non si può toccare un filo senza fare vibrare tutta la comunità. 

Dal punto di vista sociale, pertanto, il giovane si percepisce come un “membro” vitale della sua comunità, vale a dire che sente di essere “figlia o figlio di”, di far parte di tale o tal altra famiglia, di appartenere a questo o a quell’altro clan, a questa o a quell’altra tribù e a un determinato villaggio. Questa appartenenza a qualcosa di più grande fa scaturire nel suo intimo un forte senso di dipendenza e di relazione con Dio, con gli altri e con il mondo. Perciò, la grandezza e la realizzazione dell’essere umano africano consistono non solo nella sua razionalità, ma anche nella sua relazionalità che lo fa vivere e realizzarsi. Per lui la famiglia è l’ambiente naturale in cui nasce, agisce, trova la protezione e la sicurezza di cui ha bisogno e dove, infine, anche dopo la vita terrena, gli è assicurata la continuità attraverso la sua discendenza. L’africano, nell’esercizio di questa relazione, trova anche la sua libertà, perché l’esperienza della relazionalità, se vissuta armonicamente, non dovrebbe soffocare la libertà. La famiglia africana produce quindi nel giovane un forte sentimento del “noi”, al punto che può legarsi a essa rinunciando persino alla sua capacità di giudicare personalmente e di intraprendere qualsiasi cosa di nuovo nella sua vita e lì crede di trovare ordine, sicurezza e felicità nell’appartenenza assoluta. Così che l’abbandono di essa è percepito come una disgrazia. L’alleanza matrimoniale quindi non è un atto che riguarda solamente la responsabilità di un uomo e di una donna, ma un’alleanza tra due famiglie, quella dello sposo e quella della sposa. Questa dimensione comunitaria costituisce una difesa e permette di consolidare il legame matrimoniale in caso di difficoltà in seno alla coppia. Ogni bambino che nasce, anche se educato principalmente dai genitori, appartiene di fatto a tutta la famiglia, alla comunità e al villaggio, per cui si può dire che tutti sono responsabili della sua formazione. Un proverbio africano dice che quando il bambino o la bambina è nel ventre materno, appartiene alla famiglia, ma dopo la sua nascita appartiene a tutto il villaggio. La famiglia continua a esercitare la sua autorità sul giovane anche quando diventa adulto, perché le decisioni prese dalla comunità, anche se sono a scapito della persona interessata, vanno rispettate e messe in atto da tutti. Questo atteggiamento, se da un lato facilita l’esercizio dell’autorità, in molti casi rende le persone irresponsabili: per agire, esse attendono la parola, la decisione del capo o degli anziani al punto che, per esempio, anche quando devono sposarsi i giovani devono lasciare agli anziani la scelta del coniuge, come se non fossero i diretti interessati. Come conseguenza di ciò, l’esistenza stessa del giovane viene concepita e vissuta da tutti come un progetto della comunità, per cui essa risulta la sintesi dei valori naturali, culturali e spirituali di tutta la famiglia, clan e villaggio: cioè esiste non per se stessa, ma per e nella famiglia. Nel clan e nella tribù l’individuo è assorbito nella e dalla collettività, perché è questa che provvede a tutti i suoi bisogni e fin dalla nascita ne traccia il cammino per il suo domani. Il giovane, pertanto, viene progressivamente formato e guidato dalla famiglia, attraverso una serie di passaggi che conferiscono man mano dei ruoli sempre più impegnativi e ampi, fino a quando egli giunge ad assumere il ruolo più pieno, quello al quale è stato destinato: essere sposo o sposa e padre o madre, per dare continuità alla famiglia per la sopravvivenza del clan. Sia il ragazzo che la ragazza infatti hanno l’obbligo di sposarsi per perpetuare la stirpe, per cui a nessuno che sia sano di mente in Africa può venire l’idea di non sposarsi o di rifiutarsi di avere figli. I figli infatti rappresentano un valore così importante che è considerato un crimine impedir loro di nascere. Quindi il matrimonio è, per ogni individuo, un dovere sociale, un fattore di sopravvivenza individuale e collettiva, un segno di equilibrio sociale e morale. Ciò che rende valido il matrimonio africano non è solo il consenso, il fatto di essere rato e consumato, ma l’osservanza delle tappe che la tradizione africana prevede: la conoscenza e l’accettazione di ambedue gli sposi, l’alleanza tra le loro famiglie, sigillata dallo scambio della dote. Quindi possiamo affermare che il matrimonio africano è a tappe. Poiché, come si è visto, uno degli scopi fondamentali dell’esistenza della persona africana è la procreazione, quando una coppia è sterile si ritiene che sia stata colpita da una maledizione e, per cercare di eliminarla, si prova a consultare gli indovini o si fa ricorso sempre più frequente alla procreazione medicalmente assistita e a rimedi terapeutici. Nonostante l’attaccamento che gli africani sentono nei confronti dei loro valori culturali, non deve quindi far meraviglia se una ragazza o un ragazzo africano sono disposti a scegliere liberamente il celibato per il Regno, per rispondere alla chiamata personale di Cristo che invita a seguirlo nella via della castità consacrata. La castità religiosa è un impegno che pone dei problemi in tutte le culture del mondo, anche perché rappresenta una sfida alla natura umana e richiede un faticoso processo di ascesi e di disciplina che dura tutta la vita. Nella società tradizionale africana, la donna era considerata guardiano della tradizione, educatrice, madre e soprattutto svolgeva un ruolo religioso effettivo riconosciuto dai maschi e la dote aveva solo carattere simbolico. Oggi la situazione femminile, che per molti versi sta migliorando — grazie all’evangelizzazione, all’accesso allo studio e all’indipendenza economica — per altri sta peggiorando: la dote è diventata un’occasione di commercio per alcune famiglie senza scrupoli ed è in espansione il fenomeno detto bureau (ufficio), cioè una sorta di prostituzione di alto bordo, che coinvolge spesso anche donne istruite, mascherata da luoghi di incontro e ristoranti. Una sorta di poligamia non istituzionalizzata, che non rispetta la dignità della donna, ancora peggio della poligamia riconosciuta. Sono le stesse donne africane che devono imporre alla società il loro diritto di essere considerate con dignità e rispetto. Le donne non possono aspettare che la società africana si converta: la libertà non si chiede mai, ma si prende. Un altro stato in cui le donne vivono ancora situazioni di oppressione è la vedovanza. Se la dimensione comunitaria costituisce senza dubbio un vantaggio per la solitudine, in molti casi si applicano prescrizioni rituali che non rispettano né la fede né la dignità umana delle donne a cui muore il marito. Ogni bene della famiglia infatti viene ereditato dal ramo paterno, e alla vedova, costretta per di più a mesi di isolamento, silenzio e sporcizia, può essere tolto tutto. Per gli uomini, invece, ciò non accade e comincia subito la ricerca di una nuova moglie. La Chiesa, impegnata nella salvaguardia della dignità della persona umana, deve combattere fermamente queste pratiche che non onorano né le tradizioni culturali africane autentiche né il Vangelo. Essa deve allo stesso modo interpellare i poteri pubblici e i garanti della tradizione ancestrale (i capi di famiglia) per combattere le pratiche rituali che conducono a maltrattare le vedove e gli orfani o a privarli di tutti i beni in favore della famiglia d’origine del marito defunto. Sono quindi evidenti i limiti in un sistema familiare basato essenzialmente su una forte concezione di solidarietà, condivisione e ospitalità, che certe volte finisce col favorire il fenomeno del parassitismo. Non di rado, infatti, persone che hanno conseguito una buona sistemazione proprio grazie all’aiuto dei propri familiari, anziché cercare di ripagarli con il proprio lavoro, si impigriscono e rifiutano di impegnarsi in ciò che sono chiamati a fare, proprio perché sono convinte di poter sempre continuare a contare sul loro aiuto. In tal caso, l’unico aiuto da dare a persone di questo tipo è quello di rifiutare loro ogni sostegno materiale, per metterle in condizione di provvedere da sole a se stesse (cfr. 2 Tessalonicesi, 3, 6-12). Per evitare quanto più possibile questo genere di deviazioni, bisogna educare i giovani a comprendere la solidarietà e la condivisione nel loro vero valore, insistendo sul fatto che la condivisione non è fatta per favorire pretese personali, ma ha lo scopo di aiutare chi, nonostante la sua buona volontà, si trova in condizione di miseria. Richiede da ogni individuo impegno non solo per provvedere ai propri bisogni, ma anche per poter mettere da parte qualcosa da donare a chi è realmente in situazione di necessità. Un altro effetto negativo che può derivare dal sistema culturale africano, basato su un forte legame familiare e tribale, si manifesta nel caso in cui la solidarietà viene esercitata solo verso i membri del proprio parentado, perché ciò spesso genera un forte conflitto fra le varie tribù, che può facilmente degenerare nel tribalismo. È da sottolineare pure che in Africa la supremazia della classe degli anziani porta, a volte, a un abuso di essa da parte degli adulti, che diventano eccessivamente esigenti e prepotenti, fino ad arrivare a sfruttare i giovani per i loro interessi personali. Nella loro intransigenza nel voler perpetuare gli antichi imperativi morali, non si rendono conto, o non vogliono riconoscere, i cambiamenti epocali che si vanno verificando nella società, anche in quella africana, e obbligano i giovani a mantenere le vecchie tradizioni, anche quelle ormai sorpassate, e a trasmetterle ai loro discendenti. In tal modo, però, ci si limita a far imitare e seguire pedissequamente la via tracciata dagli anziani e dagli antenati. Così, anziché incoraggiare il cambiamento e il progresso favorendo l’iniziativa personale, li si ostacola, con la conseguenza che le nuove generazioni non hanno l’audacia di uscire dal passato per creare qualcosa di nuovo. Il giovane africano, che prima veniva educato nella famiglia e per la famiglia, adesso, frequentando le scuole moderne in città, aspira a diventare indipendente dalla famiglia e non ha più alcuna intenzione di integrarsi totalmente nella sua comunità, ma piuttosto aspira a sviluppare al massimo le proprie qualità e la propria personalità per potersi pienamente realizzare nella sua femminilità o mascolinità. Tra le numerose forze che mirano a distogliere i giovani dalle tradizioni familiari sono da denunciare soprattutto i programmi detti di sviluppo e di formazione alla salute della riproduzione, che diffondono spesso in Africa “la cultura della morte”. Sono all’origine del libertinaggio e dell’individualismo legato alla banalizzazione dei rapporti sessuali e istigano a fuggire dagli impegni stabili e duraturi nel matrimonio. Queste attitudini, rese più rigide dalle difficoltà economiche, stanno diffondendo anche in Africa una cultura di denatalità. L’annuncio del Vangelo della famiglia non può lasciare l’Africa a questa situazione antinatalista e d’imitazione servile di pratiche alienanti. La Chiesa dovrà promuovere con determinazione un’evangelizzazione che apporti una soluzione alla forte diffusione di una cultura della morte attraverso l’aborto volontario e la sterilizzazione, contrari alle tradizioni religiose. Per questa strada l’Africa rischia di perdere completamente la sua cultura, e di trovarsi di fronte a una disgregazione grave della famiglia.

di Rita Mboshu Kongo

              l’autore

Teologa congolese, nata nel 1966 a Luebo, pedagogista, Rita Mboshu Kongo ha studiato medicina all’università di Kinshasa. Trasferitasi a Roma, è entrata tra le Figlie di Maria Santissima Corredentrice. Dopo la licenza in teologia spirituale, consegue il dottorato presso il Pontificio Istituto di Spiritualità Teresianum di Roma. Insegna nella Pontificia Università Urbaniana e fa parte della redazione di «donne chiesa mondo».

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