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Fame e guerra non lasciano la Somalia

· Gli Stati Uniti stanziano 113 milioni di dollari per aiuti al Corno d’Africa ·

La condizione delle popolazioni del Corno d’Africa e in particolare di quelle della Somalia — compresi gli sfollati interni e i rifugiati nei Paesi confinanti — resta la principale emergenza umanitaria oggi in atto nel mondo. Per contribuire a fronteggiare tale emergenza, il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha annunciato ieri lo stanziamento di 113 milioni di dollari supplementari per aiutare i Paesi del Corno d’Africa a contrastare la siccità. In un comunicato diffuso dalla Casa Bianca, Obama aggiunge che il sommarsi di notizie «strazianti sulla perdita di vite umane e su coloro che lottano per sopravvivere ci ricordano la nostra comune umanità e la necessità di raggiungere le persone che hanno bisogno».

La condizione più difficile, come detto, è quella delle popolazioni somale per le quali alle conseguenze della carestia, pesanti anche in altre zone della regione, si aggiungono quelle di una guerra civile che si protrae di fatto da un ventennio, sia pure con periodi di diversa intensità e con modalità differenti. Oggi, in ogni caso, la violenza sulle popolazioni civili è la principale caratteristica del conflitto che oppone gli insorti guidati dalle milizie radicali islamiche di al Shabaab al Governo del presidente Sharif Ahmed, ma anche alle forze dell’Amisom, la missione dell’Unione africana, e a quelle del Kenya, che ha avviato una sua operazione militare.

Proprio in Kenya, nell’area di Dabaab, nei pressi del confine con la Somalia, si trova il maggiore complesso di campi di accoglienza dei profughi somali, oltre mezzo milione di persone in condizioni al limite della sopravvivenza ed esposte a continue violenze. Ancora questa settimana ci sono state vittime di attentati nei campi di Hagadera e di Ifo, appunto nel complesso di Dabaab. Forte preoccupazione in merito ha espresso ieri il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, in un intervento all’Assemblea generale. Ban Ki-moon ha ricordato che «un campo profughi dovrebbe essere un santuario per i più vulnerabili, soprattutto donne, bambini e anziani» e dunque la comunità internazionale deve fare il possibile per garantire la sicurezza delle migliaia di rifugiati in fuga dalla guerra e di tutti gli operatori che lavorano per fornire assistenza umanitaria».

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20 settembre 2019

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