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Falsi funerali per salvare
i bambini in Myanmar

· I genitori inscenano le esequie per evitare che i piccoli vengano reclutati dai gruppi armati locali ·

Tra le vittime più vessate dalla pluridecennale guerra in Myanmar non si contano soltanto quelle della tristemente nota etnia rohingya. In un paese governato da un «quasi parlamento», il quale non ha «alcuna autorità sulle forze di sicurezza» le quali, a loro volta, «hanno commesso uccisioni arbitrarie o illegali», perseguite fino a oggi «impunemente» — fotografia, questa, scattata nell’ultimo rapporto delle Nazioni Unite — i bambini e i ragazzi si trovano inevitabilmente al centro di un altrettanto dolorosa questione: quella del reclutamento tra le fila degli eserciti, regolari e non, dei bambini.

Un fenomeno che ha sollecitato a ricorrere a mezzi ingegnosi per difendere i minori. Due giorni fa, un’indagine condotta dall’emittente Al Jazeera ha messo in luce che alcune famiglie hanno deciso di inscenare il funerale del proprio figlio. «Mi sono sentito così strano: volevo urlare “Non sono morto!”», ha raccontato Ake Xi, un ragazzo che oggi ha 18 anni e vive a Mandalay, a proposito delle finte esequie organizzate dalla sua famiglia nello stato di Shan, dove tuttora quest’ultima si trova. È stata sua sorella a girare il video per mostrarglielo. Grazie a questa messa in scena i suoi genitori, come molti altri in Myanmar, sono riusciti a evitare che il proprio figlio finisse nelle mani dei militari, costretto a combattere e privato di ogni forma di libertà.

Nello stato di Shan, infatti, è presente uno dei sette gruppi armati etnici che in Myanmar praticano il reclutamento di bambini soldato, stando agli elenchi stilati dall’Unicef. Si tratta del cosiddetto Shan State Army-South (Ssa-s), che pattuglia il villaggio in cui abita la famiglia di Ake Xi ed è ala di uno dei gruppi armati insorti più grandi del Myanmar, il Restoration Council of Shan State (Rcss).

Quella del reclutamento di minori tra le fila delle forze armate è una battaglia che le Nazioni Unite cercano di vincere dal 2003, quando questo fenomeno è emerso per la prima volta in un rapporto dell’Onu. «L’esercito birmano, il Tatmadaw, ha continuato a reclutare un gran numero di bambini soldato, nonostante le dichiarazioni governative contrarie — si legge all’inizio della nota — Human Rights Watch ha stimato che i bambini potrebbero rappresentare tra il 35 e il 45 per cento delle nuove reclute nell’esercito nazionale».

Nel maggio del 2002 il governo aveva stabilito il divieto di «arruolamento delle reclute sotto l'età legale (di 18 anni)» ma il rapporto Onu faceva sapere che un’indagine condotta dall’Associated Post a gennaio 2003 avvertiva che il reclutamento dei minori proseguiva, «mentre tornavano a casa da scuola, nei porti, nei terminal degli autobus e nelle stazioni ferroviarie». I minori venivano inviati «in uno dei due grandi centri di detenzione per le assunzioni vicino a Yangon e Mandalay». I bambini «sono stati reclutati e utilizzati in quasi tutti i gruppi armati in Myanmar», afferma il documento Onu, nonostante molti di questi (circa nove secondo il documento) avessero concordato un cessate il fuoco con le autorità nel 1989: uno dei tanti tentativi delle Nazioni Unite di porre fine a un conflitto iniziato dal 1948.

Il gruppo armato che ha minacciato la famiglia di Ake Xi è tra i 7 definiti dall’Unicef «autori persistenti» di reclutamento di bambini-soldato. È uno dei sette gruppi che si rifiutò di sottoscrivere un ulteriore accordo di cessate fuoco nel 2015, dopo un lungo processo di trattative iniziato a marzo e terminato a ottobre. In tale documento erano contenuti gli accordi sottoscritti tra le autorità nazionali e 8 dei 15 gruppi armati birmani in lotta in Myanmar. Nel documento di quell’anno si faceva espressa menzione del divieto di «propaganda violenta, conflitto armato, rinforzo e reclutamento di truppe».

Nonostante ciò, il Myanmar rimase negli elenchi delle Nazioni Unite dei paesi in cui si fa uso di minori tra le fila degli eserciti. Tanto che sul finire del 2017 un rapporto del segretario generale dell’Onu riguardante l’utilizzo dei bambini nei conflitti armati dichiarò che, oltre al persistere di continue violazioni nei confronti dei principali diritti dei minori nelle regioni di Rakhine, Kachin, Shan, Chin (e in generale di tutte quelle aree sotto l’influenza e il controllo delle truppe non regolari), la diminuzione degli arruolamenti era in corso durante il periodo di controllo 2013-2017 ma le violazioni rappresentavano «ancora una persistente sfida in Myanmar, con il verificarsi di incidenti attribuiti a entrambe le forze armate governative e ai gruppi armati» non regolari.

Violazione, quella del «reclutamento e uso di minori» nei conflitti, che, due anni fa, rappresentava oltre l’83 per cento di tutte le violazioni documentate a danno di fanciulli. Nel documento si affermava che «nonostante i progressi compiuti dal governo nel cessare e impedire il reclutamento e l’uso di minori, la task force nazionale ha continuato a documentare e verificare questi tipi di incidenti commessi dalle forze armate governative». Nei documenti rientrano anche casi di detenzione e arresto per i cosiddetti “awol”, ovvero gli “assenti non giustificati” tra le fila dell’esercito. Difficili si sono invece dimostrate le operazioni di controllo all’interno dei gruppi armati non governativi, dove al tempo del rapporto diverse testimonianze hanno fatto emergere un numero ancora elevato di casi di reclutamento minorile forzato.

In questa casistica stava per rientrare infatti anche Ake Xi, quando a giugno dell’anno scorso lo Ssa-s tornò a bussare alla sua porta (qualcuno evidentemente aveva segnalato la false esequie) pretendendo dai suoi genitori la consegna del proprio figlio, pena il pagamento di 10 milioni di kyats (circa 7 mila dollari) — in modo da coprire le spese di un eventuale altro soldato che avrebbe servito al suo posto — o l’arresto. Dopo aver subìto violenze e interrogatori, durante i quali i militanti «volevano sapere quante altre famiglie nascondevano i loro figli», ha dichiarato Ake Xi, «non avevamo scelta». Dopo aver pagato quanto chiedevano, Ake Xi è stato mandato a Mandalay, nel Myanmar centrale, dove vive lontano dalla famiglia.

E come i suoi, molti altri genitori dello stato rurale di Shan hanno deciso di mandare i propri figli oltre le aree controllate dagli eserciti etnici. Molti di questi giovani ragazzi si rifugiano nei monasteri, come Ake Xi, o cercano lavoro dentro i confini cinesi.

Secondo l’emittente Al Jazeera, diverse organizzazioni umanitarie che operano sul territorio avrebbero infatti documentato un “esodo di giovani” dalla fine del 2016 legato alle preoccupazioni sul reclutamento forzato nello stato Shan.

di Elena Pelloni

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25 agosto 2019

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