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Falene per il commissario Ricciardi

· «La Civiltà Cattolica» recensisce «Anime di vetro» di Maurizio de Giovanni ·

«La fragilità e la grandezza delle anime»; un titolo che potrebbe sembrare un po’ pretenzioso o comunque troppo solenne, visto che il libro recensito è un giallo. Ma non c’è nessuna esagerazione nei giudizi positivi che Marc Rastoin sull’ultimo numero della «Civiltà Cattolica» tributa ad Anime di vetro. Falene per il commissario Ricciardi (Milano, Einaudi, 2015, pagine 394, euro 19), un libro che sarebbe riduttivo considerare un poliziesco come tanti.

Andrea Renzi mentre interpreta  «Sonata per il commissario Ricciardi»  (Napoli Teatro Festival, 2015)

«Maurizio de Giovanni — scrive Rastoin parlando dell’autore — è napoletano e della sua città ama tutto: la storia, la geografia, la lingua, la squadra di calcio, le bruttezze e le bellezze, lo charme segreto. In pochi anni, ha creato un’opera che è degna ambasciatrice della sua città». Può una serie di gialli catturare e descrivere l’identità più profonda di un popolo? La risposta è sì per chi ha letto la saga del commissario Ricciardi ed è rimasto colpito dal rigore e dalla sensibilità con cui porta a termine ogni indagine. Il commissario ha un dono singolare, tanto prezioso per il suo lavoro quanto scomodo nella vita di tutti i giorni: la sua mente è capace di “vedere” chi è morto di morte violenta, cogliendone gli ultimi pensieri. Un’audace escamotage narrativo che dona nuova vita letteraria alla corrispondenza di amorosi sensi che lega tradizionalmente Napoli alle infinite schiere di persone che già vivono nella dimensione dell’eterno.

La devozione per le anime del purgatorio nasce intorno alla metà del xvii secolo e probabilmente è connessa alla peste del 1656. Da qui la frase tutta napoletana a refrische ‘e ll’anime d’o priatorio, in cui si allude al sollievo per le anime dall’arsura delle fiamme del purgatorio, offerto con la preghiera ma anche con azioni pratiche come la cura dei teschi negli ossari. Una tradizione ancora viva, presente sia nella letteratura “alta” — basti pensare a Fate bene alle anime del purgatorio, di Domenico Rea, scrittore campano doc — che nel teatro popolare: chi ha partecipato all’ultima edizione della rassegna «I Teatri del Sacro» difficilmente dimenticherà Pe’ devozione, lo spettacolo scritto e interpretato dalle donne del quartiere Forcella, fatto di confessioni tragicomiche e di complessi riti propiziatori in costante dialogo con l’aldilà. Le avventure del commissario Ricciardi sono ambientate all’inizio degli anni Trenta, sotto il fascismo; de Giovanni, scrive Rastoin, ci parla di anime, non di semplici etichette che definiscono casi tipici, come l’usuraio, la borghese, il prete; i personaggi hanno una profondità e uno spessore che li rende complessi e quindi vicini.

C’è un aspetto del nostro tempo che lo scrittore napoletano sa delineare molto bene: è la fragilità degli esseri, il modo in cui la loro ricerca confusa e maldestra della felicità li ferisce e li nutre al tempo stesso. Da questo punto di vista, parla della nostra epoca tanto quanto degli anni Trenta. «Ho un’anima di vetro. Fragile — pensa Enrica, uno dei personaggi più interessanti del romanzo — e trasparente, pronta a riempirsi di qualcosa di bello e di colorato e a infrangersi in mille pezzi». Le anime sono di vetro, gli fa eco don Pierino, un sacerdote amico del protagonista, «e a strapazzarle troppo possono incrinarsi e dare riflessi sbagliati».

In Ricciardi c’è qualcosa di padre Brown, nota Rastoin; è una forma di redenzione che cerca nella passione che mette nel suo lavoro. Mostra una capacità sorprendente nel leggere le anime (anche quelle dei vivi); qualcosa nel suo sguardo costringe le persone a sentirsi coinvolte.

Servendosi del suo investigatore, de Giovanni delinea una ricca, vasta e ambiziosa commedia umana; una commedia già approdata in teatro grazie a Sonata per il commissario Ricciardi, diretta e interpretata da Andrea Renzi e andata in scena nelle buie stanze interne di Castel Sant’Elmo durante la scorsa edizione del Napoli Teatro Festival. Uno spettacolo sobrio, tagliente, essenziale, come la prosa dello scrittore da cui è nato.

di Silvia Guidi

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