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Faceva torte di giorno e salvava ebrei di notte

· La storia di Margaret Kearney Taylor ·

La storica sala da tè Embassy, in Paseo de la Castellana a Madrid dal 1931, frequentata dal personale diplomatico delle tante ambasciate della zona e amata dai madrileni per le sue celebri torte al limone, ha appena chiuso per difficoltà economiche. Pubblichiamo un articolo dedicato alla lunga storia di questo café uscito sul settimanale «Alfa y Omega» del 30 marzo scorso. Embassy ha vissuto la pagina più gloriosa della sua storia durante la seconda guerra mondiale; grazie alla proprietaria, Margaret Kearney Taylor, significò per molti ebrei la possibilità di fuggire in Portogallo. «Se le pareti potessero parlare avrebbero molti segreti da raccontare» ha scritto Antonia Laborde su «El País» dell’8 marzo scorso.

Margaret Kearney Taylor con una sua collaboratrice


Nel museo Yad Vashem di Gerusalemme ci sono sette spagnoli riconosciuti come Giusti tra le Nazioni, persone che rischiarono la propria vita per salvare gli ebrei che cercavano di sfuggire alle grinfie di Hitler. Nomi come Ángel Sanz-Briz, l’angelo di Budapest, Martín Aguirre y Otegui o Sebastián Romero Radigales riempiono di orgoglio i concittadini che passeggiano lungo il muro di onore del giardino dei giusti.
Ma una circostanza tanto marginale come la chiusura della mitica sala da tè Embassy, al numero 12 del madrileno Paseo de la Castellana — che il 31 marzo chiude le sue porte dopo 86 anni di attività — ci ha messo sulle tracce di due persone anonime del muro, che tuttavia misero a rischio la propria vita per aiutare a fuggire migliaia di ebrei che passarono per la Spagna, paese chiave nelle vie di fuga verso l’America e l’Africa. Una di queste persone è proprio la fondatrice della sala, l’irlandese Margaret Taylor che, stabilitasi in Spagna, utilizzò il suo elitario luogo di riunione dei personaggi importanti dell’epoca per offrire riparo in incognito ai rifugiati. L’altra è il dottor Lalo Martínez Alonso, un galiziano che falsificava documenti e trasferiva gli ebrei in automobili con targa diplomatica. Dovette fuggire con la sua famiglia a Londra quando fu scoperto dalla Gestapo. «Entrambi non sono tra i giusti delle nazioni» afferma Patricia Martínez de Vicente, figlia di Lalo, che ha scoperto tutto quel piano tra i documenti del padre dopo la sua morte e lo ha raccontato nel libro La clave Embassy, edito da La Esfera de los Libros nel 2010.
Margaret Taylor negli anni quaranta fece del luogo d’incontro dei funzionari delle ambasciate e delle classi alti madrilene una copertura per salvare ebrei. Appena giunta dalla Francia, dopo aver vissuto nella sua Irlanda natale e in India per molti anni, andò a vivere nella zona più signorile di Madrid, perché le ricordava i suoi amati Champs-Elysées. Durante una delle sue passeggiate si rese conto che ciò che mancava in quella zona era un luogo d’incontro con cibo buono e ottime bevande. Si mise quindi all’opera: lei stessa comprava la farina, faceva le torte, i famosi tramezzini, che sono sopravvissuti negli anni, i nuovi cocktail portati da Parigi.
A colpire di più in questa vicenda è che, dietro alla storia di questa donna di alto rango e dall’aspetto fragile, si nascondeva un piano in cui almeno quattro ebrei al giorno si mescolavano ai funzionari tedeschi della vicina ambasciata e ogni pomeriggio facevano uno spuntino insieme. «Un ebreo polacco, scortato dalla cucina, s’intrufolava in un qualunque gruppo di amici. Non parlava la loro lingua, ma sorrideva. E se tremava troppo, gli davano un paio di whisky», scrive Martínez de Vicente.
I commensali mescolavano il famosissimo cioccolato con crostini senza rendersi conto che il loro vicino di tavola era arrivato due giorni prima, mezzo morto di fame e pieno di pidocchi, diretto a casa di Margaret, che viveva al secondo piano dello stesso edificio dove si trovava la sala da tè. Non sapevano neppure che il mezzo di trasporto in cui era stato nascosto era un’autovettura con targa diplomatica britannica. E neanche che quella donna irlandese da messa quotidiana nel Cristo de Ayala, ottima padrona di casa dei bon vivants, conviveva con quel vicino di tavola, e con il resto degli ebrei, nel suo appartamento: li nutriva con lo stesso cibo raffinato che mangiavano i commensali dell’Embassy, dava loro abiti e scarpe nuove e li faceva uscire dall’edificio in pieno giorno con la polizia, la Gestapo, i funzionari, gli ambasciatori, gli altri residenti e persino i cuochi che guardavano.  

di Cristina Sánchez Aguilar

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18 febbraio 2020

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