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Facendo il bene
si ringiovanisce

· Storia di Vittorio, 90 anni, che coordina il lavoro di una Caritas parrocchiale ·

«No, no. Stavolta non ci vado», «Ma dai Vittorio, perché no?». «Perché su, don, non ci facciamo una bella figura a far rappresentare la parrocchia al coordinamento della Caritas diocesana da un vecchietto novantenne». «Vitto’ senti a me, quelli farebbero carte false ad essere rappresentati da uno come te!». E non ha tutti i torti il parroco don Massimo: Vittorio con i suoi 90 anni, che lo fanno essere il più anziano volontario responsabile di una Caritas parrocchiale di Roma è veramente un portento. Una dinamicità, un’energia che a quell’età possono essere spiegate solo con la convinzione e passione che gli suscitano il dedicarsi con amore agli altri.

Vittorio Scarpa, 90 anni il prossimo 30 settembre, è il responsabile della Caritas di San Giovanni Crisostomo, una parrocchia della periferia residenziale romana. Una piccola macchina da guerra, efficientissima. Venticinque volontari che sotto la sua guida si alternano su diverse attività: raccolta e distribuzione di generi alimentari, di capi di vestiario, poi il sostegno alle famiglie in difficoltà, supporti legali e psicologici, il tutto coordinato da un collaudato centro d’ascolto. Il fiore all’occhiello, in termini di efficienza, è il centro per il recupero degli abiti usati, sembra di entrare in un grande magazzino, reparto bambini, estate e inverno, l’angolo delle scarpe; c’è perfino una “boutique” dove vengono messi in vendita i capi ancora pregiati per finanziare le altre attività.

«Io cominciai lì — racconta Vittorio — molti anni fa ormai. Ma mi sentivo un po’ un pesce fuor d’acqua, come tutti noi maschi non capivo un accidente di taglie, tessuti e cucito... Le signore mi guardavano con sorrisetti ironici nel mio impaccio, sembravo un baccalà».

Vittorio veramente nella vita faceva ben altro. È un ingegnere meccanico, e per molti anni è stato dirigente d’azienda in importanti fabbriche del Nord: Livorno, Genova, Bologna, Milano, Vercelli. «Ho sempre svolto il mio lavoro con efficienza e puntualità, ricevendone anche belle gratificazioni. Però ero sempre visto un po’ come un “disturbatore”, perché istintivamente la mia attenzione era sempre rivolta più ai lavoratori che al profitto. Non era questione di orientamento politico, mi veniva proprio così: per me è sempre stato centrale nella vita il rapporto con l’altro».

Una vita ordinata, pulita, nell’Italia che cresce degli anni 60, accompagnato da una moglie fedele, la cui sintonia non è solo affettiva, ma di intenti, di progetto di vita. «In tutto questo, debbo dire, la religione sì c’era ma rimaneva sullo sfondo. Non ho mai pensato ad un’opzione diversa dall’essere credente e cattolico, ma non concepivo certo l’idea che l’essere cristiano implicasse una scelta radicale di vita».

La svolta avviene quando improvvisamente la moglie di Vittorio si ammala seriamente. «Ma quello che mi cambiò più della malattia fu la guarigione, insperata. Mi sovvenne un senso fortissimo di gratitudine che mi induceva, da un lato, ad un atteggiamento costante di lode al Signore e dall’altro ad un senso di frustrazione perché la sola lode mi sembrava poca cosa. Non bastava. Sentivo che mi si chiedeva di più. Cominciai a nutrirmi della Parola. E anche questa sembrava che mi chiedesse ogni giorno qualcosa di più. La mia vita non poteva ormai rimanere ristretta all’ordinario. Mi si chiedeva di scegliere la radicalità del Vangelo. Fui guidato da un sapiente padre spirituale suggeritomi da una cara amica, che ancora oggi mi consiglia e mi ispira alla sequela del Vangelo. Dovevo fare. Fare. Non ti scordare che comunque... io sono un ingegnere... ahahah. È così che un giorno mi ritrovai dietro a quel bancone a smistare, impacciatissimo, abiti usati. Poi più congenialmente venni spostato al centro d’ascolto. E all’inizio per me era veramente ascolto. Perché io non sapevo granché cosa dire: il mondo della sofferenza nella mia vita non lo avevo mai incontrato, ero stato un uomo fortunato, eravamo una famiglia fortunata. Certe storie che sentivo mi imbarazzavano: come era possibile che ci fosse tanta sofferenza già dietro l’angolo di casa mia e non me ne fossi mai accorto. Mi motivavano però le testimonianze degli altri volontari da cui imparavo, e soprattutto le parole di don Luigi Di Liegro. Don Luigi era un mito per me, me lo porto ancora nel cuore. Ma, debbo essere sincero, quello che mi colpiva di più non era tanto la loro maggiore esperienza, ma la loro fede profonda. In fondo, io nella mia vita lavorativa avevo sempre organizzato risorse, le capacità organizzative non mi difettavano, invece la fede profonda gliela invidiavo. Ho sempre pensato che la mia fede fosse debole e insufficiente, fintanto che il mio padre spirituale mi spiegò che la fede non si giudica mai, né quella degli altri né la propria, e che quel mio sentire è abbastanza normale: più si avanza nella fede e più si sente che ci manca qualcosa a completarla. Ma come dice Gesù? “Chi mi cerca mi ha già trovato”. Nutrivo il timore che il mio impegno nella Caritas fosse filantropia e non autentica carità cristiana. In fondo impegnarsi nella Caritas è roba semplice, fare la caritas è diverso. Passare dall’una all’altra è possibile solo se ti nutri della Parola, che è esattamente quello che cominciai a fare, frequentando non solo il centro d’ascolto dei poveri, ma anche il centro d’ascolto del Vangelo. Vedi, penso che questo sia un punto molto importante. Tanta gente è interessata a svolgere volontariato con noi, ma è motivata spesso dalla filantropia, o dal disagio personale di un momento particolare della vita; noi dobbiamo essere capaci di trasformare questo pur utile volontarismo in autentica carità cristiana, annunciando e vivendo il Vangelo. L’esperienza, dura e appassionante allo stesso tempo, del centro d’ascolto, finì di cambiarmi nel profondo: mia moglie se ne era ormai andata e decisi di anticipare il ritiro dal lavoro e mi dedicai solo a questo».

«Durante questi anni, soprattutto a partire dalla crisi del 2008 ho visto trasformarsi la composizione sociale della povertà, diminuiscono almeno qui da noi gli stranieri, e invece aumentano sempre più le famiglie in difficoltà. Un licenziamento, una malattia, una separazione, ed ecco che una famiglia che viveva in una situazione semplice ma dignitosa precipita nella povertà. Mi colpisce molto questa nuova povertà, così “ordinaria”, così “normale”. E non smette di stupirmi quello che chiamo l’effetto “palla di neve”: un debito magari anche piccolo che non si riesce a pagare, che allora crea altri debiti, blocca la situazione economica della famiglia, e in men che non si dica diventa una valanga».

«La bravura di Vittorio non è solo e tanto nell’empatia che usa nei confronti dei poveri», dice Alessandra Guerra, una delle sue fidate collaboratrici volontarie, «ma nella precisione e nell’equilibrio che impiega nel guidare tutto il team dei volontari». «Ma no — si schermisce lui — mi vogliono bene e mi ascoltano solo perché si rispettano i vecchi. E poi quale equilibrio, anche io mi arrabbio. E pure molto». Sì, c’è una cosa che in effetti fa arrabbiare molto Vittorio: è quando viene criticato per la sua disponibilità nei confronti dei rom. «Non nascondo che aiutare i rom sia difficile, ma non sopporto che vi siano pregiudizi e sospetti nei loro confronti. Mi accusano di essere amico dei rom, dicono che ce ne sono troppi intorno alla nostra parrocchia. E non capiscono che così dicendo mi fanno un complimento. E poi a me piacciono le sfide: aiutare una mite vecchietta italiana lo sappiamo fare tutti, avere a che fare con i rom è senz’altro più sfidante e quindi più appagante». E sentir parlare di sfide e appagamenti un signore di 90 anni francamente stupisce.

«Intanto, e per fortuna, alla fine ha sempre ragione lui», commenta sorridendo Monica Chiusura, un’altra sua apprezzatissima collaboratrice in Caritas, perché Vittorio è come una goccia cinese, se si mette in testa una cosa, con determinazione, con efficacia alla fine l’ha sempre vinta. «Io, te l’ho detto, sono ingegnere, che prima di una professione è un habitus mentale, le cose le voglio sempre portare a termine e farle per bene. E poi ricordo sempre le parole di don Luigi Di Liegro che diceva “Fare il bene è facile, ma fare bene il bene è impegnativo” . Però c’è un’area della mia vita in cui non mi sento affatto bravo, è la preghiera. Vorrei tanto essere capace di una più profonda preghiera del cuore, ma alla fine c’è sempre tanto da fare e non ci riesco». Ma ogni tanto riesce a fuggire e a ritirarsi a pregare con i monaci di Camaldoli. «E poi ho un cruccio: ci sono pochi giovani nella Caritas, e invece il nostro primo compito dovrebbe essere di attirare tanti giovani al servizio della carità». Ce l’avessero tanti giovani l’energia mentale di questo novantenne gagliardo. E conclude: «Io sento di dover dire grazie a tutti i poveri che accogliamo. Da loro imparo tanto. Grazie a loro sento forte il senso del vivere, mi stanno regalando anni preziosi. Mi aiutano ad elaborare un bilancio positivo della mia vita». «Senza rimpianti?». «Uno solo: quello di non averli conosciuti prima».

di Roberto Cetera

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26 gennaio 2020

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