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Evento spirituale

· Paolo VI e l’allunaggio ·

Lo sbarco dei primi tre uomini sulla luna, nel luglio 1969, fu un evento mediatico senza precedenti che coinvolse l’opinione pubblica mondiale. Il mondo, come comunicazioni, nonostante la guerra fredda, andava unificandosi. Nel 1968, lo studioso canadese Marshall McLuhan aveva pubblicato War and Peace in the Global Village, in cui avanzava la tesi della globalizzazione delle comunicazioni in un mondo rinnovato. L’evento del 1969 ne fu la riprova. La Chiesa volle partecipare all’evento, tanto che Paolo VI seguì la diretta televisiva dello storico allunaggio dei tre astronauti, in piena notte. Le immagini mostrano Papa Montini davanti allo schermo televisivo che segue con grande attenzione e, dopo l’allunaggio, prende la parola festeggiando l’evento: «Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini del buon volere!». E agli astronauti dice: «noi vi siamo vicini». Sembra che un mondo nuovo si apra all’umanità.

È il tempo in cui la Chiesa cattolica vive una fase complessa della recezione del Concilio. Infatti, dopo il Vaticano II, Paolo VI aveva mostrato una Chiesa non ostile al proprio tempo, ma amica della modernità. Il pontificato di Montini si sviluppa all’insegna dell’apertura al tempo moderno e ai nuovi mondi. Le sue parole, nel discorso d’incoronazione del 1963, manifestano una chiara apertura alla modernità, anche se consapevole delle difficoltà: «Ad un esame superficiale l’uomo di oggi può apparire come sempre più estraneo a quello che è di ordine religioso e spirituale. Cosciente dei progressi della scienza e della tecnica, inebriato dai successi spettacolari in domini fin qui inesplorati, sembra aver divinizzato la sua potenza e farsi passare da Dio».

Questa era una delle principali sfide alla Chiesa, secondo il Papa. L’impresa astronautica, seguita da tutto il mondo con apprensione e interesse, non incarnava la divinizzazione della potenza dell’uomo? Ma il progresso della scienza e della tecnica — per Montini — non erano estranei alla Chiesa e alla sua fede, non contrari al mondo dello spirito. Fin dal discorso dell’incoronazione, di fronte al progresso, il Papa ribadiva con il plurale maiestatico: «Noi lo diciamo senza esitare: tutto questo è nostro». La partecipazione all’allunaggio è l’esemplificazione simbolica dell’atteggiamento positivo della Chiesa verso il progresso. Il Papa e la Chiesa “sentono” con gioia e con fede le conquiste dell’umanità. È lo spirito della costituzione conciliare Gaudium et spes che afferma: «Il progresso della scienza, i tesori nascosti nelle varie forme di cultura umana... tutto ciò è di vantaggio anche per la Chiesa».

Significativamente «L’Osservatore Romano» pubblicò un articolo sull’evento del teologo Gino Concetti dal titolo Una vittoria dello spirito. L’allunaggio è seguito con grande attenzione e molti articoli dal giornale vaticano, allora diretto dall’intellettuale e politico antifascista Raimondo Manzini (il quale, tra l’altro, aveva sposato la figlia di uno scienziato aeronautico italiano, Gaetano Crocco). Il motivo di tanti articoli e commenti del giornale vaticano è espresso dalle parole di Paolo VI, che considera l’allunaggio un fatto spirituale, perché consente di «vedere Dio nel mondo e il mondo in Dio».

Alla fine dei Sixties, la Chiesa cattolica aveva cominciato a vivere qualche incrinatura nell’ottimismo postconciliare. Paolo VI era stato accusato — nel clima contestatario del ’68 — di aver frenato in senso centralista e autoritario la recezione del Concilio che, invece, una certa base cattolica auspicava come un movimento molecolare di cambiamento. Nel 1968, la critica recezione dell’enciclica sulla morale familiare, Humanae Vitae, motivata anche dall’idea di aprire alle esigenze “moderne”, era stata occasione di opposizione al Papa da parte di movimenti, stampa e vescovi. Paolo VI, che saluta l’allunaggio con simpatia, è già entrato in un periodo difficile di crisi della sua autorità.

Tuttavia Montini continua a celebrare l’apertura responsabile della Chiesa al mondo moderno. Nell’udienza generale del 23 luglio 1969, dedica l’intero suo discorso a «celebrare la storica avventura degli uomini sulla luna»: «Questo nostro aperto suffragio per la progressiva conquista del mondo naturale per via di studi scientifici, di sviluppi tecnici e industriali, non è in contrasto con la nostra fede e con la concezione della vita e dell’universo che esso comporta». Le dure contestazioni del ’68 non spingono Paolo VI a ripiegarsi, prudente o spaventato. Invece persegue con coraggio la via della simpatia per l’umano: «Ci sembra — commenta — che un dovere di ripensamento e di apprezzamento dei valori della vita moderna ci sia intimato dall’avvenimento che stiamo celebrando».

Tutto ciò può essere considerato espressione di quell’ottimismo verso il mondo, tipico degli anni conciliari e postconciliari. La stessa Gaudium et spes è stata criticata per un eccesso di ottimismo. Effettivamente, sfogliando le pagine dei giornali cattolici del tempo, si ritrovano forti sentimenti di simpatia e ottimismo. Ingenuità? Subordinazione allo spirito del tempo? Cinquant’anni dopo, in un mondo tanto diverso, siamo tentati dal pessimismo, mentre abbiamo visto il lato oscuro della scienza e del progresso (ma non solo questo). È facile oggi leggere le parole di Paolo VI come ingenue, se non peggio. Tuttavia, sono convinto che quello spirito di simpatia e di ottimismo cristiano nasceva da una grande speranza: comunicare il Vangelo a tanti e contribuire a un mondo migliore. Senza questa speranza, non si affronta la missione della Chiesa, ma ci si rinchiude spaventati. Immergerci oggi di nuovo in quel clima postconciliare non fa male a noi, che viviamo in un tempo un po’ troppo pessimista, in cui niente di nuovo sembra possibile o appare molto difficile. Del resto Paolo VI non era un Papa rinunciatario. La festa “vaticana” per l’allunaggio americano si svolge alla vigilia di un grande evento del pontificato, il viaggio in Uganda, in cui il Papa pone le basi della nuova missione della Chiesa nell’Africa decolonizzata. Montini affronta la missione nel continente “più giovane” con un messaggio ancora oggi decisivo: «Africani siete ormai i missionari di voi stessi».

di Andrea Riccardi

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15 ottobre 2019

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