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Evento
incarnato

· Occasione di crescita morale e spirituale ·

Anche se la primavera ha tardato a lungo ad arrivare, ormai la stagione dei cammini è iniziata. E merita qualche riflessione. Viaggiare a piedi è un modo di scoprire il mondo assolutamente unico, di una bellezza accecante, e ciascuno ha il diritto di costruire il proprio approccio teorico personale all’esperienza coinvolgente nella quale ha scelto di immergersi. I puristi, che si ingegnano a riportare in vita riti e abitudini dei pellegrini medievali e di chi li ospitava nel loro andare, hanno ragione quanto i tecnologici, con le loro attrezzature ipermoderne, e i new age, per i quali l’avventura dell’incontro con la natura è l’aspetto prevalente della vicenda.

Per il gusto di fare storia, senza pretese di appropriazione, si può rovesciare qualche sasso ai bordi del sentiero andando in cerca delle radici di una pratica che è uscita dall’orizzonte della moda per trasformarsi in un fenomeno culturale, capace di incidere sul costume europeo. Ogni anno, sono più di 200.000 i pellegrini che raggiungono Santiago de Compostela camminando lungo i diversi tracciati che conducono alla tomba dell’apostolo. In Italia la via Francigena è percorsa da decine di migliaia di viandanti, ispirati nei modi più diversi, e sono indicati, frequentati e serviti decine di itinerari, in tutte le regioni d’Europa, dal sud Italia, isole comprese, ai Paesi baltici, dove ce ne sono molti, nonostante il rigore del clima, che ne permette l’utilizzo solo nei pochi mesi estivi.

Ebbene, è chiaro che non si tratta della prosecuzione, anche se trasformata, di una tradizione risalente al medioevo. Quelle modalità di pellegrinaggio verso le tre grandi mete della cristianità, Roma, Gerusalemme e Santiago de Compostela, sono scomparse nei secoli. Le ultime tracce storiche dell’esperienza risalgono al Settecento, e anche quelle di allora risultano essere pochissime.

La pratica attuale dei viaggi a piedi è assolutamente contemporanea e ne conosciamo l’origine e la personalità del creatore: si tratta di un sacerdote spagnolo, don Elías Valiña Sampedro, parroco di O Cebrero, oggi tappa del Cammino di Santiago e lì ricordato con un busto in bronzo.

Don Elías non giunse per caso in quella parrocchia remota sul confine tra Galizia e Leon, dove esistevano solo la memoria di un miracolo speculare a quello di Bolsena, con trasformazione manifesta del vino in sangue di Cristo, e un’immensa miseria. Non case, ma basse capanne dal tetto di paglia, dove i contadini si riparavano in lunghi inverni, trascorsi spesso nella fame. Il sacerdote aveva dedicato la sua tesi di laurea al Cammino di Santiago e intendeva farlo rinascere.

Ci riuscì perché era un uomo moderno. Comprese che il cammino esiste se ci sono i pellegrini e che l’essere pellegrini è una dimensione dello spirito. Da Roncisvalle a Santiago ci sono circa ottocento chilometri: un’ora in aereo, un giorno in macchina, un mese a piedi. Scegliere l’ultima soluzione per percorrerli significa modificare la propria percezione del tempo e del corpo, effettuare un’operazione culturale che porta a vedere il mondo in modo diverso. Non una cultura astratta, ma un evento incarnato, che avviene nell’andare e si consolida ogni giorno. La creazione del Cammino di Santiago ebbe inizio a metà degli anni Sessanta del secolo scorso ed è un fatto moderno, non antico, che riconosce la forza mediatica insita in un progetto che di fisico all’inizio aveva solo delle frecce gialle dipinte sui sassi e una guida ciclostilata che raccoglieva gli indirizzi di alcuni parroci disposto a ospitare qualche pellegrino per la notte, a dormire sul pavimento della sacrestia o sulle panche della chiesa.

Possiamo credere che a ispirare don Elías sia stata un’altra grande impresa culturale spagnola, catalana, anch’essa ricca di suggestioni medievali e nello stesso tempo proiettata verso il futuro: la Sagrada Familia di Antoni Gaudí a Barcellona: la cattedrale iniziata nel 1882 e che forse sarà portata a termine nel 2026, a 137 anni dalla posa della prima pietra e a 100 anni dalla morte del suo progettista.

Anche la Sagrada Familia non è solo un edificio, è un progetto mediatico che intende riprodurre nei modi e nelle forme della modernità il rapporto esistente nel medioevo tra architetto, comunità di credenti, committente e finanziatore di un’opera il cui fine è la maggior gloria di Dio. Perciò i fondi provengono dal popolo di Dio, il tempo necessario alla costruzione non è un limite, ma aumenta il pregio del manufatto perché allarga il numero di quanti contribuiscono alla sua realizzazione. Per parte sua Gaudí, sapendo che il cantiere gli sarebbe sopravvissuto, volle ultimare almeno una delle torri campanarie della cattedrale per trasmettere un messaggio estetico completo alle generazioni future, a quanti avrebbero proseguito il suo lavoro.

Alla base di queste avventure dell’ingegno umano e della comunicazione sta infatti il dono, il desiderio di creare qualcosa, più di un oggetto, una realtà animata da lasciare ad altri perché ne godano. Un atteggiamento che matura ancora e sempre più nell’esperienza della Chiesa, che non chiede ma dà, senza pretendere niente in cambio, nello sforzo di seguire l’esempio del suo fondatore.

Perciò i cammini sono un dono della tradizione cristiana europea alla comunità degli uomini, fatto con l’unico scopo di consentirne il godimento, immaginando che l’esperienza del viaggio a piedi costituisca comunque un’occasione di crescita, morale e spirituale, che si vuole suscitare ben più che orientare.

di Sergio Valzania

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21 ottobre 2019

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