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Evento comunicativo

· Modernità dell’omelia ·

Oggi l’omelia non gode di buona fama, anche se questo non è un motivo sufficiente per giudicare la predicazione omiletica contemporanea di bassa lega, assolutamente scoraggiante, evento induttore di sonno più che di profonde sollecitazioni spirituali.

In verità siamo di fronte a un problema di sempre, non fosse altro per il fatto che non è mai stato facile parlare in pubblico facendosi ascoltare oppure, dall’altra parte, appartenere alla truppa degli ascoltatori evitando ogni sorta di distrazione o di “sonnambulismo”. Lo testimonia la Didascalia degli apostoli, del III secolo, che prevedeva, nelle assemblee eucaristiche, diaconi addetti a controllare che i fedeli non si addormentassero durante l’omelia, per non parlare di quando Cesario di Arles (prima metà del VI secolo) ordinò di chiudere le porte della chiesa perché i fedeli non se ne andassero dopo la lettura del Vangelo. A quanto pare, niente di nuovo sotto il sole.

Guardando ai nostri giorni, limitatamente al contesto della Chiesa italiana, è da ritenere una risorsa di bene incalcolabile il fatto che nelle circa 25.000 parrocchie che ne costituiscono l’intelaiatura di fondo — a cui si aggiungono innumerevoli santuari e le molte chiese officiate da religiosi — vi sia ogni santa domenica, la mattina, quasi a ogni ora, la possibilità di partecipare alla messa ascoltando un’omelia che cerca di far risuonare il Vangelo. Un’opportunità tutta italiana questa, non più fruibile negli stessi termini dentro altri contesti geografici e religiosi, soprattutto in Nord Europa. Tutti conosciamo la lettura sociologica che indica un mondo in ripresa se non in accelerazione dal punto di vista religioso, nel solco della «rivincita di Dio» evocata negli anni Novanta da Gilles Kepel: oggi vi è sicuramente più religione rispetto a cinquant’anni fa, tanto che qualcuno si mostra preoccupato di fronte a una vera e propria «proliferazione del credere» in un mondo «furiosamente religioso». Però, dentro uno scenario planetario di lievitazione (a volte incontrollata e non senza derive fondamentalistiche) del religioso, l’Europa costituirebbe un’eccezione, anche se, appunto, in questa eccezione che vede la secolarizzazione ancora galoppante e in grado di fare terra bruciata, l’Italia costituirebbe un’eccezione nell’eccezione. Non perché da noi tutto vada per il meglio e non sia evidente una perdita progressiva della forma ecclesiale della fede, ma perché persiste, a oltranza, un «cattolicesimo popolare fortemente ecclesiale» in grado di fare da mediazione tra l’istanza individuale — che pure slitta a lato della fede e ne attutisce la presa — e l’istanza sociale e comunitaria, sempre più neutra quando non ostile alla fede.

di Ugo Sartorio

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19 novembre 2019

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