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Evangelizzazione senza confini

· Nel cinquantesimo di sacerdozio il cardinale Bertone celebra a Genova la festa patronale di san Giovanni Battista ·

Nel saluto del cardinale Bagnasco affetto e gratitudine per il segretario di Stato

L'evangelizzazione non accetta confini; i cristiani ne sono responsabili verso tutti. Lo ha detto il cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone, invitato a celebrare a Genova la festa della natività di san Giovanni Battista, patrono della città. Al cardinale Bertone si sono uniti, giovedì mattina, 24 giugno, all'altare della cattedrale del capoluogo ligure, l'arcivescovo cardinale Angelo Bagnasco, gli ausiliari dell'arcidiocesi e numerosi altri presuli. Molti anche i fedeli genovesi che hanno voluto, con la loro presenza, mostrare all'antico pastore tutto il loro affetto, soprattutto nel momento in cui, proprio in mezzo a loro e con loro, ha dato avvio alle  celebrazioni per il cinquantesimo anniversario della sua ordinazione sacerdotale. «A tutti e a ciascuno — ha detto il cardinale Bertone sorpreso dalla dimostrazione d'affetto che gli è stata riservata — vorrei manifestare i miei sentimenti di riconoscenza e di stima, ricordando con particolare gioia gli anni trascorsi come arcivescovo di questa città, prima di assumere l'incarico di segretario di Stato di Sua Santità. Voglio dirvi, con tutta franchezza, che non vi ho mai dimenticato e vi ringrazio per il sostegno e, soprattutto, per la preghiera, con la quale mi accompagnate nell'incarico di primo collaboratore del Santo Padre».

Riferendosi poi alla solennità della festa della natività del Battista il cardinale ha colto l'occasione per guidare una riflessione «sull'identità della comunità, sul senso e il valore dell'appartenenza, più in particolare sul significato della presenza della comunità cristiana in un territorio, sul valore della fede nella costruzione della società».

Ha incentrato il discorso sulla relazione tra Giovanni il precursore di Gesù, e Gesù stesso, cioè tra il «testimone della luce» e la «luce vera». «Ambedue questi aspetti: la luce che sconfigge le tenebre e l'estendersi a tutti i confini dell'umano — ha spiegato il cardinale — sono particolarmente rilevanti per il compito dei credenti nel nostro tempo, anche qui, oggi, a Genova. Ci è chiesto anzitutto di rendere un servizio all'umanità in ordine alla verità, non come presuntuosi possessori di essa, ma come umili servitori di una testimonianza che non attira su di noi gli sguardi ma li rimanda all'uomo perfetto, Gesù Cristo. All'uomo esitante e frammentato di oggi, all'uomo svilito a una sola dimensione, quella materialistica e consumistica, all'uomo intimorito dalle sue stesse conquiste, la fede e la testimonianza dei cristiani devono poter mostrare la pienezza di vita e di speranza che si irradia dal volto di Cristo».

«L'unica risposta all'angoscia del vivere — ha proseguito — sta nella contemplazione di questa luce che irradia della sua verità ogni creatura. Questa rivelazione di verità è lo specifico del cristiano nella vita culturale e sociale, un servizio irrinunciabile pena la riduzione della fede a una opinione vuota di significato, per la quale non merita impegnarsi. Rinunciare invece a testimoniare la verità sarebbe tradire il santo patrono, il testimone per eccellenza di Gesù-Verità, e sarebbe tradire la storia di Genova, che ha radicato nella fede il suo fiorire migliore».

Al tempo stesso occorre rivendicare che «questa parola di verità vale per tutti gli uomini e per tutto l'uomo. L'evangelizzazione non accetta confini e ci rende responsabili dell'annuncio verso tutti , senza distinzioni. Come pure ci chiama a illuminare della sapienza del Vangelo ogni dimensione dell'umano, evitando di relegare la fede a spazi e tempi delimitati, lasciando il di più della vita fuori della sua influenza. C'è una luce che proviene dal Vangelo che sola può illuminare definitivamente il volto della persona umana e, in forza di questa esigenza, c'è una parola della fede che interessa ogni ambito dell'esistenza dell'uomo».

Il porporato ha poi ricordato il senso vero della nascita di Giovanni per riconoscere in essa «l'azione di Dio per dare alla storia dell'uomo una speranza e conservare nel cuore le parole e le esperienze che riguardano il bambino. Occorre porsi la domanda: “Che sarà mai questo bambino?“. Domanda che si pone per ogni bambino che nasce, perché nasce sempre con una speranza, con un futuro che è ancora tutto da scrivere e può portare i segni della creatività e della novità: “Davvero la mano del Signore stava con lui” ( Lc 1, 66). C'è dunque una novità legata a Giovanni e c'è un atteggiamento da parte di Giovanni per esprimere questa novità. Per questo egli vive in regioni deserte, fino al giorno della sua manifestazione ad Israele, e dopo questo cammino di crescita nel deserto, Giovanni è pronto, equipaggiato per svolgere la sua missione».

Ogni comunità cristiana, ha poi ricordato il segretario di Stato, è chiamata a introdurre continuamente nella storia quella novità che genera passione per il presente e lo apre con speranza al futuro. Ma non si tratta, ha specificato, di una novità qualsiasi, come se tutto quello che oggi emerge o che l'uomo persegue sia costruttivo della dignità e della promozione dell'uomo: si tratta piuttosto di «quella novità che nasce dal legare l'uomo, la sua origine, il suo destino, a Dio. C'è una condizione che la figura del Battista indica per realizzare tutto questo, ed è la scelta del deserto, cioè la capacità di tirarsi un po' fuori dal flusso caotico degli eventi, non per evadere, ma per ricuperare l'essenziale e per saper cogliere meglio le domande vere, la voce del cuore e dell'intelligenza, e le risposte da dare per la costruzione della civiltà della verità e dell'amore».

Nella prospettiva dell'edificazione di un mondo nuovo, basato sui presupposti evangelici, il cardinale Bertone si è voluto rivolgere direttamente ai giovani, a quelli presenti in gran numero in cattedrale e a quelli, ben più numerosi,  in attesa di una parola di incoraggiamento, in particolare ai giovani genovesi che si preparano a ricevere, o l'hanno appena ricevuta, la cresima. «Ne ho incontrato — ha ricordato — un folto gruppo a Roma durante il loro pellegrinaggio, accompagnati dall'arcivescovo, e mi piace, seppur brevemente, continuare il nostro dialogo. Cari ragazze e ragazzi, ad imitazione di Giovanni Battista, anche voi impegnatevi a crescere e fortificarvi nello spirito, costruendo rapporti di amore e di pace per voi stessi, per i vostri compagni e per il mondo presente e futuro. Coltivate, in particolare, la vostra relazione con Gesù, cercando un rapporto personale con Lui nella comunione della sua Chiesa: è nella Chiesa, infatti, che si incontra Gesù Cristo, il quale vi ama e per voi ha offerto se stesso sulla croce. Lui solo può soddisfare le vostre attese più profonde e dare pienezza di significato alla vostra esistenza».

Prima di concludere la sua omelia il cardinale è voluto riandare col pensiero a quel primo luglio di cinquant'anni fa, quando venne ordinato sacerdote. «Non dimenticherò mai quel giorno così luminoso — ha detto — e pieno di emozioni. Ora, a distanza di cinquant'anni, posso riguardare il passato e proclamare a tutti quanto è buono il Signore, e la dolcezza che Egli fa gustare a chi lo ama. Mi ha accompagnato nella vita, mi ha aiutato a crescere nella fede, ad accogliere la sua chiamata, a vivere il ministero sacerdotale e, poi, quello di Vescovo». E proprio per onorare il suo lungo sacerdozio ha voluto pregare con tutti i sacerdoti presenti, recitando la preghiera formulata dal Papa al termine dell'omelia della celebrazione per la conclusione dell'anno sacerdotale.

All'inizio della messa il cardinale arcivescovo di Genova Angelo Bagnasco aveva rivolto al segretario di Stato il saluto liturgico. Dopo aver espresso la profonda gioia con la quale l'intera comunità ecclesiale lo accoglieva «in quella che è stata per alcuni intensi anni la sua cattedrale e la sua diocesi», si è reso interprete dei sentimenti con i quali i fedeli genovesi — tra i quali «il ricordo della sua amabile persona e del suo instancabile ministero, ha assicurato l'arcivescovo, sono ben vivi nel presbiterio così come nel laicato, nella vita ecclesiale e nella vita cittadina» —  accompagnano il suo ministero di primo collaboratore del Papa. «La ringraziamo di cuore — aveva aggiunto — perché sentiamo che anche da Roma, nonostante gli impegni di carattere universale accanto al Papa, il suo affetto per Genova non è venuto meno ma è vivo, attento, continuo e discreto».

Il porporato — dopo aver rinnovato l'espressione dell'affetto e della gratitudine dei fedeli per il suo ministero accanto al Papa — aveva voluto anche manifestare la  gioia di aver potuto condividere nella preghiera comune il cinquantesimo anniversario dell'ordinazione sacerdotale del cardinale Bertone. «Era nostro desiderio — aveva assicurato — festeggiare questa data, tanto significativa per la sua vita, con lei e lei con noi, perché ci riteniamo sempre parte della sua famiglia». Proprio per questo «siamo certi — aveva concluso — che lei ci porterà nella sua preghiera; le siamo grati: ci contiamo così come lei può contare sempre su di noi, sulla “sua” Genova».

Nel tardo pomeriggio il segretario di Stato ha poi guidato la solenne processione con le ceneri di san  Giovanni Battista, per alcune vie della città.  Si è trattato di un momento di particolare intensità, seguito con devozione e assoluta partecipazione da numerosissimi fedeli, testimonianza di quanto sia viva la devozione nei confronti del santo Patrono. Una devozione della quale il cardinale Bertone — come ha ricordato l'arcivescovo di Genova nel suo saluto al term ine della processione — è ben consapevole. Ma la gioia dimostrata «quest'oggi — ha detto Bagnasco — era motivata anche dal suo ritorno, breve ma intenso, in quella che è stata la sua diocesi e che vorremmo che sentisse sempre come la sua casa».

Prima di impartire la benedizione finale il segretario di Stato ha voluto ancora una volta attualizzare il messaggio della testimonianza offerta dal Battista: «Nell'odierna società — ha detto — che alcuni definiscono “post-cristiana”, nel senso che la fede sembra ormai relegata alla periferia dell'esistenza, occorre ridestare nei cristiani l'audacia della testimonianza evangelica.

«La vocazione della Chiesa, della Chiesa che è in Genova e della Chiesa universale, è di essere come Giovanni Battista, voce per la Parola, che è Gesù. Voce a tutti di una presenza parlante che, ove accolta, genera gioia, perché portatrice di senso, di luce, di speranza, di novità di vita».

«La crisi che attraversiamo dal campo economico, al degrado morale, dal progressivo disgregarsi del tessuto sociale, all'emergenza educativa — ha poi aggiunto — ci interpella seriamente e il tema di Dio, centrale nella fede e nella vita della Chiesa, deve diventare centrale per l'intera società, diventare oggetto di una rinnovata attenzione». E citando un discorso del Papa ha così proseguito: «“Il vero problema in questo nostro momento della storia — ha detto Benedetto XVI — è che Dio sparisce dall'orizzonte degli uomini e che con lo spegnersi della luce proveniente da Dio l'umanità viene colta dalla mancanza di orientamento, i cui effetti distruttivi ci si manifestano sempre di più”. Con Lui o senza di Lui può cambiare tutto. Occorre interrogarsi in profondità, aprendosi al mistero, superando ciò che facciamo passare per ovvio, normale, abituale, frutto semplicemente delle proprie idee».

Un incoraggiamento ai genovesi ad andare avanti con fiducia sulla scia dell'esempio dei loro tanti santi, conclude l'incontro.

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18 settembre 2019

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