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Evangelizzando
a passo di danza

· La comunità congolese di Roma ·

«Non siamo solo fedeli che si incontrano e partecipano alla messa con canti e danze ma anche persone che, insieme, si dedicano al prossimo sofferente, ai poveri, a tutti coloro che ci chiedono aiuto, con diverse iniziative e attività solidali, in pieno spirito missionario». Con queste parole don Silvestro Adesengie presenta la comunità congolese di Roma alla vigilia dell’atteso incontro con Papa Francesco per la messa di domenica 1° dicembre che verrà celebrata nella Basilica di San Pietro.

Quella della comunità congolese a Roma è una storia che in qualche modo inizia nell’aprile di 25 anni fa, quando san Giovanni Paolo ii beatificò in piazza San Pietro Isidore Bakanja, catechista ucciso nel 1909 in odio alla fede dopo aver dedicato la sua vita alla riconciliazione tra persone di etnia differente. Nel 1985, il Papa in visita a Kinshasa aveva beatificato Marie-Clémentine Anuarite Nengapeta, assassinata nel 1964 per aver resistito a una violenza, di cui ricorre la memoria liturgica proprio il 1° dicembre.

«La beatificazione di Isidore Bakanja — spiega a «L’Osservatore Romano» don Silvestro — fu l’occasione per valorizzare la vocazione religiosa dei fedeli congolesi che sentivano la necessità di incontrarsi regolarmente in un luogo dove professare la loro fede». Un desiderio che si inseriva perfettamente nell’ambito di quella missione evangelizzatrice cui la Chiesa africana era stata chiamata nell’assemblea speciale del Sinodo dei vescovi (aprile-maggio 1994) voluta da Papa Wojtyła perché fossero individuate strade nuove per la diffusione del Vangelo. In quel sinodo fu inoltre affrontata l’introduzione nella liturgia di elementi legati alla tradizione congolese, avvenuta quattro anni dopo in seguito all’approvazione da parte della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti. È in questo contesto che il cardinale Frédéric Etsou, arcivescovo di Kinshasa, ottenne dal Vicariato per la comunità congolese la chiesa della Natività di Gesù, a piazza di Pasquino, nei pressi di piazza Navona.

«La nostra comunità — osserva il sacerdote — è formata da immigrati il cui arrivo tuttora prosegue. Due terzi di loro sono sacerdoti, religiosi e religiose, appartenenti a diverse congregazioni, parecchi giunti per motivi di studio. Un altro terzo è composto da laici cattolici, studenti, impiegati e rifugiati politici ma anche da famiglie e membri delle diverse confessioni religiose e del corpo diplomatico. Tutti in cerca di una vita migliore e di una pace che nel loro paese spesso è venuta a mancare». La vita della comunità è scandita da eventi e appuntamenti ben definiti che rivelano una viva «dinamicità, riflesso dell’anima di un popolo» secondo la definizione di don Silvestro. «Ogni domenica — racconta il cappellano — vi sono funzioni religiose a cui partecipano tantissimi fedeli, non solo di nazionalità congolese. Ultimamente, fatto che mi ha molto impressionato, è aumentata la presenza di coloro che provengono da altri paesi, africani e di altri continenti, con molti italiani, tutti profondamente coinvolti nel rito religioso».

Tutto ciò si traduce anche in una grande collaborazione per venire incontro ai bisogni dell’altro: «Molti di loro organizzano, secondo un programma stabilito nelle riunioni del nostro consiglio pastorale, raccolte di indumenti per i poveri, di alimenti nei supermercati, visite ai malati negli ospedali e a domicilio». Un andare verso, un essere vera e propria Chiesa in uscita secondo il pensiero di Papa Francesco, testimoniata, sottolinea don Silvestro, «da una crescente integrazione dei nostri fedeli, a dimostrazione dell’infinita misericordia di Dio e della gioia della fede».

Gioia che si esprime in maniera coinvolgente durante le funzioni liturgiche, siano esse battesimi, comunioni, cresime o matrimoni. «Le nostre — spiega il sacerdote — sono celebrazioni particolari che permettono ai nostri connazionali di innalzare la lode a Dio come facevano i loro antenati, con la gioia di servirlo stando insieme. Questo si trasmette e attira tante persone».

La gestualità e il movimento del corpo sono le componenti più significative delle cerimonie. «Secondo le nostre tradizioni, tutto l’essere deve rendere omaggio al Signore, non solo lo spirito». Per questo l’“annunciatore”, figura tipica della vita sociale africana, ha il compito di richiamare la presenza divina e guidare la preghiera, creando il legame tra il celebrante e l’assemblea. «I fedeli — precisa il cappellano — al suo invito restano al loro posto, battendo le mani e ondeggiando lievemente, abbandonando il banco solamente per la danza di gloria intorno all’altare, danza sempre composta, la quale rappresenta la volontà di comunicare la forza vitale che proviene dall’altare del sacrificio di Cristo». Il coro che anima la messa è stato più di una volta invitato in altre parrocchie per animare celebrazioni: a passo di danza verso una nuova evangelizzazione.

di Rosario Capomasi

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