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Europeismo ante litteram

· ​Il pensiero dell’autore delle «Vite parallele» ·

Nessun esponente della grecità imperiale si prodigò più appassionatamente ed efficacemente di Plutarco nell’ardua missione di accostare, conciliare, armonizzare la storia, il pensiero, la letteratura delle due civiltà dominatrici dell’antico Occidente: quella ellenico-ellenistica, giunta ormai al tramonto, e quella romana, ancora vitale e in piena espansione fra il i e il ii secolo dell’era cristiana. Ingegno poliedrico, Plutarco era nato intorno all’anno 47 a Cheronea, in Beozia, regione centrale di una Grecia divenuta da tempo una provincia strategicamente marginale dell’impero, ancorché rispettata in virtù del patrimonio culturale accumulato nei remoti secoli del suo splendore.

Mosaico della battaglia di Isso (II secolo, particolare)

In quel nido familiare, in quel microcosmo domestico, Plutarco amò dimorare per lunghi periodi fino alla morte — collocabile tra il 120 e il 130 — confortato dall’affetto della moglie, dei fratelli e dei figli, gratificato dalla stima dei concittadini e dalla devozione degli allievi, ma soprattutto impegnato nella stesura di una strabiliante quantità e varietà di opere storico-filosofiche: oltre 250, di cui solo un’ottantina tramandate ai posteri. Non era, tuttavia, un intellettuale sedentario.

La letterarietà del suo libro più famoso ha assicurato alle "Vite parallele" una fortuna postuma superiore a quella toccata alla seconda grande collezione plutarchea: i cosiddetti (con titolo latino ormai convenzionale) Moralia.

Eppure anche questi scritti di natura saggistica, incentrati su una molteplicità di temi etico-filosofici — precettistica morale, politologia, problematiche scientifiche e religiose, retorica, erudizione antiquaria, benessere psicofisico, e così via — ebbero insigni ammiratori, quali Erasmo da Rotterdam e Montaigne. Nei primi secoli dell’era cristiana, addirittura, il respiro etico dei Moralia attirò su Plutarco la simpatia di chi, come Teodoreto, teologo e vescovo di Cirro, arrivò a congetturare un suo contatto con il Vangelo. Quest’aura para-cristiana traspare, in effetti, anche da alcune pagine confluite in un’antologia che, pur nella sua snellezza, presenta una scelta di testi sufficiente a documentare la fisionomia prismatica di un repertorio assimilabile a un’enciclopedia dell’età imperiale.

Il volume che oggi restituisce visibilità ad almeno uno spicchio dei Moralia prende in prestito il suo titolo dal dialogo De vita beata di Seneca: La vita felice (Torino, Einaudi, 2014, pagine xvi-208, euro 26). Versioni italiane e corredo critico portano la firma dell’esperto classicista Carlo Carena.Quale filo rosso riunisce in questo bouquet policromo i fiori del sapere e della sapienza plutarchei scelti dal curatore? È lo stesso, in sostanza, che avvolge l’intero complesso delle sue Opere morali, è l’affabile umanità di una cultura non egoisticamente introflessa bensì comunicativa, desiderosa di divulgare i saggi criteri di comportamento, suscitatori di eudaimonìa (felicità), che l’autore ha estratto sia da copiose e fruttuose letture, sia dall’esperienza di una coerente, serena quotidianità.

In questa amorevole solidarietà con le ansie e le aspirazioni di tutti gli uomini, in questa partecipazione terapeutica alle loro sofferenze, fondata su un rispetto delle esigenze e delle opinioni altrui che rifugge da ogni dogmatismo, si radica la “filantropia” di Plutarco. 

di Marco Beck

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26 maggio 2019

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