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Tanti modi
per dire maestro

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Sono diverse nel nostro lessico le parole che si usano per indicare l’attività di chi insegna. Abbiamo infatti il maestro, l’insegnante, il docente, il professore, il formatore. L’orizzonte di significati che questi vocaboli dischiudono e nel quale sono compresi è quello dell’istruire, del trasmettere conoscenze eppure se si guarda alla loro etimologia ognuno di essi incarna un’icona ben precisa di questo ruolo così importante per l’umano consorzio. 

Joseph Beaume, «Il maestro di scuola addormentato» (1831)

Maestro dal latino magister dipende da una radice indoeuropea megh (grande) e indica un nesso alto/basso, tra colui che sta sopra, il maestro appunto, e il suo sottoposto, l’allievo. Il termine introduce una verticalità e sottintende una dipendenza del secondo, il più piccolo, rispetto al primo, il più grande, e non è un caso che il nome maestro sia rimasto in uso proprio nella scuola primaria.
Questa precedenza rimane nel vocabolo didáskalos. Esso è derivato da una radice indoeuropea dens, equivalente al possesso di una rivelazione straordinaria che a sua volta chi ne è venuto in possesso dispensa a chi gli sta vicino, l’alunno, il discepolo (cfr. Bracchi, Docere et discere, 2012, p. 11). La priorità del didáskalos è di un tipo prevalentemente intellettuale e sta nell’aver ricevuto un sapere che egli poi trasmette all’allievo, quasi attraverso una sorta di iniziazione ai misteri della scienza e della conoscenza.
Negli altri vocaboli che si riferiscono alla funzione dell’insegnamento questo rapporto diretto di subordinazione — sia sotto il profilo più espressamente fisico che sotto quello di un’aura che promana dalla persona del didáskalos — risulta più sfumato. Se si fa riferimento infatti alla parola docente essa dipende da una radice indoeuropea dek (prendere, ricevere), che rimanda al gesto di mettere le mani avanti da cui defluiscono i significati pregnanti di indicare, mostrare (cfr. il greco deiknymi) e quindi anche “dire”.
Insegnante invece contiene l’esplicito riferimento al signum. Sant’Agostino nel De magistro ne ha dato una chiara definizione, allorché scrive che l’insegnante è propriamente colui che istruisce attraverso segni, dal momento che «non si insegna senza segni» (10, 31). Una traccia di questa attività di “significazione” è rimasta anche nel vocabolo inglese teacher, che deriva da una antica radice sassone taikjan (indicare), da cui dipendono l’inglese token (segno) e anche il corrispondente vocabolo tedesco Zeichen.
In questo modo tanto docente che insegnante si possono ricondurre a una matrice comune da cercare nell’indeuropeo dek/deik e alludono a un mostrare la strada, a un dare indicazioni di percorrenza. Ancora più pregnante in questo senso il termine tedesco Lehrer, dal gotico laisareis che a sua volta rimanda a una base indoeuropea leis che è l’impronta sul terreno, la traccia, il solco dell’aratro, l’orma.
A differenza del teacher/docens/insegnante, che indicano la via, il Lehrer mette sulle tracce, fa trovare una pista. La sua attività sembra addirittura risalire a quando l’uomo viveva di cacciagione e implica uno strato semantico più remoto e arcaico rispetto al mostrare che meglio si addice a una dimensione sociale che si era resa nel frattempo più stanziale.
Se si guarda alla cronologia professore è un termine decisamente più recente. La sua etimologia lo fa dipendere da un parlare (fateor) davanti (pro) a un pubblico tipico delle scuole e delle università come è ampiamente dimostrato dal fatto che il suo uso è attestato dalla prima metà del XIV.
Ancora più tardivo, lungo la linea del tempo, è il vocabolo formatore. Il suo uso è assai ricorrente nella nostra contemporaneità nella quale si preferisce parlare più di formazione che di istruzione. Istruzione infatti sembra qualcosa che vada soggetto a obsolescenza dal momento che quelle stesse istruzioni non sono più valide se cambia l’oggetto e nell’attuale contesto assistiamo veramente a un rapidissimo cambiamento di scenari e situazioni. Formazione e formatore sembrano perciò rispondere meglio alle esigenze di una società conoscitiva che fa dell’imparare a imparare il suo necessario punto di forza.
Allargando lo sguardo su altri idiomi, nell’antico irlandese, per esempio, insegnare è for-canim, dove for è il prefisso che sta per davanti mentre canim equivale a cantare, quindi insegnare è un trasmettere mediante il canto, attraverso un procedimento che rendeva più facile la memorizzazione, tipico di una cultura legata prevalentemente all’oralità.
Nell’antica lingua avestica maestro è čašan e čaš è insegnare, ma con la sfumatura semantica del punire, del dare ordini, del governare. Il campo dei significati in questo caso è più normativo-regolativo e il maestro è investito da una luce di autorità che lo rende simile a un giudice.
Stando alle etimologie dunque l’insegnante è colui che indica la strada, ed è anche il formatore, il professore, il docente, ovvero colui che ha la funzione di consegnare e di trasmettere il sapere, oppure il pedagogo, vocabolo in cui la relazione con il ragazzo, risulta immediatamente evidente, tanto più se si pensa alla sua etimologia paid-agogós, lo schiavo che portava i bambini a scuola; ma egli è anche colui che fa ritrovare le orme (come nel tedesco Lehrer) e possiede una conoscenza meravigliosa che mette in comune con i discepoli (come nel greco didáskalos); egli è colui che possiede la virtù del canto per comunicare i saperi oppure incarna un principio di autorità.
Ogni cultura ha elaborato nel corso del tempo una sua icona della figura dell’insegnante e chi svolge questo mestiere non può non riconoscere in se stesso un’immagine, una sembianza, un lineamento di questi tanti volti, come se fossero diversi profili, ereditati da una storia millenaria, corrispondenti ad altrettante strategie da mettere in atto nella relazione con lo studente. I tanti vocaboli che definiscono l’atto dell’insegnare, perché attingono a differenti radici o semplicemente perché il tempo altri ne ha introdotto, pongono il docente di oggi al centro di una costellazione di significati nessuno dei quali esclude l’altro ma ciascuno interviene a definire meglio quel rapporto e a fare di esso un’occasione proficua, avendo maturato la consapevolezza che si tratta di un’esperienza decisiva per il progresso e il miglioramento non solo dell’individuo ma dell’intera società.

di Lucio Coco

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19 agosto 2019

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