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La lotta
fra luce e tenebre

· Leoni e tori dall'Antica Persia ad Aquileia ·

Il combattimento tra leone e toro è rappresentato 27 volte a Persepoli, segno sicuro della sua centralità nel programma iconografico della capitale. Tuttavia non c’è concordia sulla sua interpretazione: raffigurazione astrale del Nouruz, il capodanno iranico, che cade il giorno dell’equinozio di primavera? Simbolo dell’eterna lotta tra il bene e il male, tra la luce diurna e le tenebre notturne? Oppure semplice rappresentazione del potere del sovrano, identificato con il leone come avviene sino in epoca contemporanea? Non lo sappiamo, così come non conosciamo l’esatta funzione del complesso monumentale di Persepoli, certo dedicato alla celebrazione della dinastia e dell’impero, ma in quale forma? L’ipotesi che qui si compissero i riti legati al Nouruz, occasione in cui tutti i popoli tributari giungevano a omaggiare il re dei re, proprio nel momento in cui il giorno prende il sopravvento sulla notte, è sicuramente affascinante ma non può essere provata.

Scultura miniaturistica raffigurante un leone accovacciato (Teheran, Museo nazionale dell’Iran)

A Dario (522-486, terzo sovrano achemenide) segue il figlio Serse I (486-465), vigoroso condottiero, noto ai più per la lunga e sanguinosa campagna militare contro la Grecia, che pur avendo conosciuto vittorie anche importanti si concluse con una grave sconfitta. Proprio le guerre che per lunghi anni opposero la Grecia all’impero Persiano hanno dato vita allo stereotipo del «nemico» orientale, i cui principi differiscono profondamente da quelli della cultura occidentale: la Grecia è rappresentata come una civiltà in cui i valori dell’individuo sono supremi, cui si oppone un dispotismo «orientale» nel quale l’individuo, dimentico dei suoi valori, è asservito al volere del sovrano, spesso crudele e ingiusto. Uno schema che sarà continuato dai romani e ancora ripetuto da molti storici dell’età moderna e finanche contemporanea. Questo sovrano fu autore di varie iscrizioni, una particolarmente importante per la storia religiosa del Paese. In questo testo, noto come l’iscrizione dei Daēva, il sovrano si attribuisce il merito di aver combattuto l’eresia e i falsi dei riaffermando il culto e la fede in Ahura Mazda. Non sappiamo quali siano i falsi dei combattuti dal potente sovrano achemenide, potrebbero essere quelli adorati da una popolazione ribelle, oppure, molto più probabilmente, quelli oggetto di culto da parte di un segmento specifico della popolazione iranica, rivali del culto del dio Ahura Mazda.
L’interpretazione della situazione religiosa dell’impero achemenide è complessa, soprattutto per la scarsità dei dati. Guardando alla religione della corte si nota immediatamente che nelle iscrizioni di Dario e dei suoi primi successori l’unica divinità esplicitamente menzionata è Ahura Mazda, cui segue la locuzione utā aniyāha bagāha tayai hanti «e gli altri dei che esistono», di discussa interpretazione. Solo in un secondo momento appaiono, nelle iscrizioni di Artaserse II (404-359), sovrano che combatté una lunga guerra civile contro Ciro il Giovane, descritta da Senofonte nell’Anabasi, i nomi di due altre divinità: Mithra, dio solare e dei patti, e Anahita, dea delle acque, in cui confluiscono alcuni dei tratti delle antiche dee madri del Mediterraneo e del Vicino oriente antico. Molto più complessa l’immagine che ci è restituita dalle tavolette elamite, nelle quali sono registrate le transazioni relative all’amministrazione quotidiana dei palazzi reali, trovate a Persepoli in due distinti gruppi rispettivamente datati ai regni di Dario I (Tavolette delle Fortificazioni, di periodo 510-494 prima dell’era cristiana) e di Dario, Serse e Artaserse I (Tavolette del Tesoro, 492-460 prima dell’era cristiana). Questi testi testimoniano di una varietà religiosa notevole, conservando i nomi di divinità appartenenti a diverse tradizioni (elamita, babilonese, iranica), riflettendo quella che doveva essere una variegata religiosità popolare. La questione dello specifico rapporto tra Zoroastro e gli achemenidi è aperta e discussa, di certo il dio supremo menzionato nelle iscrizioni è Ahura Mazda, lo stesso evocato da Zoroastro nelle Gāthā, gli inni la cui composizione è attribuita al profeta stesso. Inoltre, recenti studi hanno mostrato che in alcuni passaggi le iscrizioni achemenidi sembrano riecheggiare concetti e formule attestati nell’Avesta, pur se il nome del profeta iranico non è mai menzionato nei testi coevi agli achemenidi, cosa che del resto non deve stupire, perché lo stesso avviene nelle iscrizioni sasanidi, fatte scolpire da sovrani sulla cui fede zoroastriana non vi è ragione di dubbio. Ammettendo che la fede degli achemenidi sia fondata sul messaggio di Zoroastro, la menzione dei nomi di Mithra e Anahita nelle iscrizioni reali segna probabilmente un’evoluzione nelle credenze ufficiali della corte, evoluzione che alcuni hanno voluto identificare con il passaggio da una fase più prossima a quella testimoniata nelle Gāthā, la parte più antica dell’Avesta, il libro sacro zoroastriano, dove Ahura Mazda regna assoluto, opponendosi al male, a una fase di enoteismo parallela a quella dell’Avesta recente, in cui gli Amesha Spenta (“benefici immortali”), inizialmente emanazioni del Dio unico, prendono gradualmente vita autonoma e le antiche divinità riprendono uno spazio autonomo accanto ad Ahura Mazdā.
L’Impero achemenide copriva un’estensione che dalle coste del Mediterraneo giungeva sino al subcontinente indiano e i suoi sovrani regnavano su molte diverse etnie, ognuna tributaria del re dei re, come testimoniato dai magnifici pannelli della scalinata di Persepoli. L’amministrazione di un impero di così grandi dimensioni richiede l’esistenza di una classe di scribi in grado di gestire l’amministrazione, scribi la cui esistenza è testimoniata dalle tavolette elamite e babilonesi, ma anche dai più rari, perché più fragili, supporti che attestano l’uso dell’aramaico come lingua di comunicazione dell’Impero. L’organizzazione amministrativa prevedeva la divisione dell’Impero in satrapie, ognuna governata da un personaggio di alto rango, la cui corte riproduceva in scala minore quella del sovrano. I satrapi rispondevano direttamente al re dei re, garantendo un costante flusso di tributi e assistenza militare in caso di guerra, governando di fatto le province in tutte le attività quotidiane. La gestione efficace di un impero le cui dimensioni superavano di gran lunga quelle delle entità statuali sino ad allora conosciute, richiedeva l’esistenza di una complessa rete viaria, amministrata direttamente dal centro e descritta nei vari periodi storici, tra gli altri da Erodoto, Strabone, Isidoro di Charax e Tolomeo.

Tutto questo giunse a un termine con il regno di Dario III (336-330), quando l’Impero achemenide fu investito dalla furia dell’esercito macedone, guidato da un condottiero destinato alla leggenda: Alessandro Magno.

di Carlo G. Cereti

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20 marzo 2019

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