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Essere fraternità
secondo il modello
di Cristo

· Messa crismale al Santo Sepolcro celebrata dall’arcivescovo Pizzaballa ·

«Sono convinto che la nostra appartenenza alla Chiesa non può ridursi a questione identitaria, ma deve diventare passione comunitaria, progetto di comunione, vita fraterna. Occorre per questo uno sguardo contemplativo che sappia andare al di là di differenze, rancori, campanilismi, per cogliere l’unica vocazione, il medesimo battesimo, il comune destino». È uno dei passaggi più significativi dell’omelia pronunciata ieri al Santo Sepolcro dall’amministratore apostolico di Gerusalemme dei Latini, arcivescovo Pierbattista Pizzaballa, in occasione del giovedì santo. «Dovremo tutti pregare di più e con Pietro, lasciarci convincere dal Signore a lavarci i piedi come ha fatto lui. Dovremo tutti celebrare meglio, con fede e devozione, i misteri che questa liturgia, attraverso il segno del Crisma e degli olii santi, rimette nelle nostre mani», ha proseguito il presule, sottolineando che, «se non vogliamo che la nostra testimonianza si riduca a filantropia, occorre che rinnoviamo ogni giorno la fede grata in lui e nella sua vittoria pasquale».

Per monsignor Pizzaballa, in Terra Santa «sentiamo particolarmente attuale l’invito di Gesù, che definisce il nostro modo di essere Chiesa oggi, in questa nostra parte di mondo: essere fraternità secondo il modello di Cristo. In lui siamo figli di un unico Padre e ci sentiamo e vogliamo perciò costruire le nostre relazioni come fratelli: tra persone di diverse nazioni, culture e religioni». Senza Cristo, infatti, «i nostri progetti non avranno consistenza e prospettiva. E non parliamo qui di un Cristo generico, bensì di quel Maestro che alla vigilia della sua passione lava i piedi ai suoi discepoli. Da quel gesto il cristiano impara il senso della fraternità. Essere cristiani, essere preti, essere uomini e donne della Pasqua significa condividere con Cristo l’arte del donarsi, dell’aprirsi, del chinarsi di fronte all’altro senza piegarlo a interessi di parte. L’amore cristiano non è un sentimento passeggero, ma è comando divino a uscire da noi stessi per andare verso l’altro, in un viaggio senza ritorno su di sé. È questo — ha concluso l’amministratore apostolico — il nostro vero esodo pasquale: uscire dalle nostre prigioni individualiste, dalle schiavitù delle nostre paure, dalle chiusure del nostro egoismo, verso l’autentica terra promessa dell’incontro, dell’ospitalità, del dono. L’altro, il diverso, non è una minaccia, ma un invito all’amore, un’occasione di servizio, uno spazio di testimonianza».

Il giovedì santo per i cattolici a Gerusalemme è proseguito secondo tradizione: prima la simbolica consegna delle chiavi del Santo Sepolcro al vicario custodiale, padre Dobromir Jasztal, da parte della famiglia musulmana che le detiene e la riapertura per qualche minuto del Sepolcro, poi la celebrazione della lavanda dei piedi al Cenacolo presieduta dal custode di Terra Santa, padre Francesco Patton, il quale ha lavato i piedi a dodici bambini della parrocchia di San Salvatore che si preparano a ricevere la cresima. Al termine della liturgia, francescani della Custodia e fedeli hanno compiuto la tradizionale peregrinazione verso la cattedrale di San Giacomo e la chiesa degli Arcangeli, entrambe di culto armeno, nelle quali i francescani vennero ospitati dopo la cacciata dal Cenacolo, nel 1551, da parte degli ottomani. La conclusione della peregrinazione è stata nella chiesa siriaco ortodossa di San Marco, in cui un monaco ha introdotto alla preghiera con un canto in aramaico. Alla sera infine la preghiera dell’Ora santa al Getsemani, per ricordare la sofferenza e il pianto del Signore ed entrare nel mistero del dolore di Gesù che salva.

Pur tra paure mai sopite e nuove tensioni, anche la chiesa latina della Sacra Famiglia a Gaza si accinge a vivere la Pasqua. «Pace e speranza» è l’augurio lanciato al mondo dal parroco, padre Mario Da Silva, «da questa terra di conflitti infiniti». Una Pasqua vissuta all’interno delle mura del compound parrocchiale: «All’esterno infatti non possiamo celebrare o fare processioni».

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17 settembre 2019

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