Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

​Essere cattolici
è un lavoro usurante

· ​Gli immigrati in Giappone tengono viva la Chiesa locale ·

Jon ha quarantadue anni viene dal Congo. Indossa una giacca mimetica e dei jeans, se ne sta seduto su una sedia al centro della sala dove un’anziana signora va apparecchiando diversi tavoli per il pranzo. Ci troviamo nel Ctic di Tokyo a Komagome sulla Yamanote Line. Il Centro di accoglienza per migranti e rifugiati messo in piedi dall’arcidiocesi di Tokyo.

Il centro è stato fondato nel 1990 per commemorare i cento anni dell’arcidiocesi, con lo scopo di dare appoggio a quei migranti che arrivano nel Sol Levante.

Immigrati seguono un corso di giapponese presso il Ctic di Tokyo

Jon, solo qualche mese fa lavorava come agente di dogana sul confine tra Congo e Rwanda ed è qui con la speranza di venire accolto come rifugiato politico.

«Quello è uno dei confini più pericolosi al mondo!», dice lui, riferendosi alla sua passata professione che lo vedeva sulla linea di confine tra i due Paesi africani che ormai da anni vivono una situazione politica delle più turbolente. Jon ha quel viso scavato e invecchiato velocemente che pare davvero uscito da una guerra. E come ogni reduce con la memoria fresca sugli eventi ha poca voglia di parlare del passato recente. È qui da cinque mesi e ora sta imparando il giapponese. Il Governo gli mette a disposizione un alloggio e una quota per vivere, ma il percorso per ottenere lo status di rifugiato è lungo e difficile.

«È complicato», ribadisce Chibaka che ha venticinque anni, indossa camicia blu a fiori, anche lui congolese e cristiano (il Congo è un Paese a stragrande maggioranza cristiana), anche lui con l’aria di chi non ha voglia di raccontare alcunché.

«La situazione politica? Non c’è sicurezza nel mio Paese! Tu provi anche solo a criticare il Governo in carica e il giorno dopo ti vengono a prendere in cinque con la divisa militare e di te non se ne sa più niente!», dice a gran voce, con quella rabbia un po’ disperata di chi sa bene che non bastano cento interviste e reportage a raccontare certi problemi.

Il loro futuro qui nella terra del Sol Levante è sempre incerto: il centro Ctic mette a loro disposizione classi gratuite di giapponese tre volte a settimana. Il Governo è estremamente avaro nel concedere permessi di lavoro a chi fa domanda da rifugiato. Per cui le centinaia di rifugiati che passano per il Ctic si trovano solitamente in un limbo di “sicurezza” rispetto al mondo devastato dal quale provengono ma con poche speranze di regolarizzare il loro status attuale.

da Tokyo
Cristian Martini Grimaldi

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

20 maggio 2019

NOTIZIE CORRELATE