Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Esporsi
fra Dio e gli uomini
a favore degli uomini.
L’intercessione
(EG 281-283).

Nel libro biblico dell’Esodo si trova una pagina di impressionante bellezza, che non posso leggere senza provare ogni volta una forte emozione. L’episodio che essa racconta è connesso con il momento drammatico del ritorno dell’idolatria nell’eperienza del popolo dell’alleanza in cammino verso la terra promessa.

Nicolas Poussin, «Mosè rompe la roccia per far scaturire una fonte» (1649, particolare)

Dio stesso annuncia a Mosè il tradimento del popolo: mentre egli riceveva le tavole della legge che doveva sigillare l’alleanza con Dio, il popolo convinceva Aronne a consentire la costruzione di un idolo da adorare. “Lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li distrugga. Di te invece, farò una grande nazione”, dice Dio a Mosé (Ex 32, 10; cfr. Dt 9, 13-14). La risposta di Mosé è semplice, abile, grandiosa. “Perché dovranno dire gli Egiziani: con malizia li ha fatti uscire, per farli perire tra le montagne e farli sparie dalla terra?” (Ex 32, 12a). E poi, il Dio che ha promesso ai Padri una lunga discendenza, verrà forse meno alla sua parola? In ogni caso, ribadisce Mosé, è vero che il popolo ha commesso un grave peccato: però, se non puoi perdonarli, “cancella anche me dal tuo libro”. Il risultato – come sappiamo – sarà un lungo passaggio attraverso le prove della storia, che lo stesso Mosé dovrà condividere: ma il popolo non verrà distrutto.

La grandezza del gesto di intercessione di Mosè sta nel rifiuto del privilegio che Dio gli accorda, al prezzo della separazione del suo destino da quello della sua gente. Mosé ammonisce duramente il popolo per la sua infedeltà a Dio, però, nello stesso tempo espone se stesso, di fronte a Dio, per la vita del popolo.

Penso che si riveli qui una dimensione dell’intercessione che deve sempre di nuovo istruire anche noi, figli della nuova alleanza. L’intercessione non oscura il giudizio di Dio sul peccato. Nondimeno, invoca la misericordia divina sul peccatore senza separare la propria vita dalla sua: non è enorme – anche religiosamente – questa esposizione solidale allo sguardo di Dio? L’intercessione non innalza la sua preghiera dal luogo di un purezza separata, ma piuttosto da quello di un’affezione solidale. La preghiera di Mosé è il contrario di quella che ascoltiamo dal fariseo nella parabola di Gesù sul fariseo e il pubblicano. La memoria di quella grandiosa preghiera di intercessione, già di per sé, ispira un atteggiamento diverso dall’arrogante esposizione – davanti a Dio! – dei propri impeccabili adempimenti. In ogni caso, ciò che rende ingiustificabile l’atteggiamento del fariseo, secondo Gesù, è la sua preoccupazione di ricordare anche a Dio: io non sono “come lui”. E’ a motivo della odiosità di questa separazione, che il fariseo, nonostante gli adempimenti della sua osservanza religiosa, uscirà dalla sua preghiera “non giustificato”.

Già a partire da questa semplice osservazione possiamo percepire l’inaudita verità cristologica che la testimonianza degli Apostoli ha posto al centro della rivelazione salvifica. Gesù Cristo, in tutto simile a noi, “tranne che per il peccato”, per grazia dell’amore di Dio “si è fatto peccato” in nostro favore, di fronte a Dio. Il Figlio, pur essendo “di natura divina”, non tenne separato il suo destino dal nostro, non volle entrare in possesso della sua eredità senza di noi.

L’identificazione di fronte a Dio con il destino del popolo, come qualità essenziale della dignità e della purezza del ministero ecclesiastico – e infine, dell’intero ministero evangelico della Chiesa – mi appare molto debole nella coscienza e nello stile cristiano. Non si tratta semplicemente della mediazione dell’amore di Dio, nella cura pastorale del popolo: c’è qualcosa di più profondo nel mistero rivelato dell’intercessione cristologica, che dobbiamo assumere in favore degli uomini. Questa profondità deve essere intimamente assimilata e pubblicamente istituita come un tratto di stile della forma ecclesiale della mediazione. I pastori del popolo di Dio devono esprimere nel modo più semplice e diretto la loro richiesta a Dio di non voler essere separati dal destino del popolo: nella buona e nella cattiva sorte, in questa vita, e nell’accesso al regno di Dio in cui si compie la promessa della salvezza. Essi devono proclamare apertamente di non voler essere salvati senza di loro. Essi non hanno accettato, dalla vocazione di Dio, soltanto la gioia del ministero della salvezza, ma anche i suoi rischi. Il rischio di dover affrontare momenti di regressione e di oscuramento della fede: senza arrendersi, ma anche senza esasperare il proprio risentimento, fino ad abbandonare il popolo al suo destino. Il rischio di dove condividere lunghi periodi di smarrimento e di indifferenza nei confronti delle virtù elementari della convivenza: la passione per la giustizia, il ripudio della corruzione, la custodia dei più deboli, la cura del bene comune. Il rischio – proprio a motivo della compassione nei confronti del popolo di Dio, che rimane destinatario delle promesse – di essere confusi con i peccatori, indicati come complici del peccato, sospettati di cedimento all’incredulità e di tradimento della giustizia divina.

Se si approfondisce il solco di questa riflessione, si arriva facilmente a comprendere la serietà di questo aspetto radicale della mediazione religiosa cristiana.

Gesù, dopo essere stato rinchiuso nel fraintendimento della sua mediazione solidale, fu inchiodato alla pretesa evidenza della sua condizione di bestemmiatore della giustizia divina e di complice della trasgressione della legge sacra. La fede cristiana proclama che egli portò questo scandalo fino in fondo, per amore di tutti gli uomini, senza scendere dalla croce e senza separarsi da noi, peccatori, che non abbiamo altra speranza se non questa. E cioè, la speranza che il Figlio stesso decida liberamente di sopportare anche questa estrema conseguenza dell’amore misericordioso di Dio: l’esperienza di sentirsi giudicato, da coloro che si lasciano ispirare dalle potenze stesse del peccato, come un peccatore imperdonabile. Fino a patire in se stesso l’esperienza della lontananza di Dio. “Si è addossato i nostri dolori e noi l’abbiamo giudicato castigato” (Isaia 53, 1-12: 4).

Nell’icona del Crocifisso, la disposizione divina dell’invio del Figlio per il riscatto e la salvezza dell’uomo si sovrappone esattamente all’esposizione di Gesù alla condanna che lo denuncia come peccatore.

In tal modo appare con definitiva chiarezza l’ambiguità di quella condanna: essa, infatti, non si prende carico della debolezza dell’uomo e non è in grado di riconoscere la giustizia di colui che ne ha compassione e se ne prende cura. La legge è capace di mediazione, ma non di intercessione. Il lato più orribile del dramma di questo fraintendimento, però, che porta una luce accecante su tutta la storia della mediazione religiosa del sacro, è la paradossale alleanza che si consuma, nella condanna di Gesù, fra la mediazione del sacro e le potenze del peccato. E’ lo “scandalo” per eccellenza, inevitabile e insieme terribile, di cui parla Gesù. Questo scandalo colpisce a morte l’opera religiosa della mediazione, perché la svuota di ogni senso di intercessione. Lo scandalo, tutte le volte che si ripete, porta contraddizione nel ministero della riconciliazione fra Dio e il popolo e corrompe la fede nell’alleanza di Dio in favore degli uomini.

L’attitudine a congiungere direttamente la mediazione religiosa del sacro e l’esposizione di sé nell’intercessione per l’altro, è una questione di formazione e si stile cristiano inconsapevolmente – ma gravemente – oscurata. L’interesse della sua riabilitazione, quale evidenza primaria dell’annuncio evangelico, non interessa esclusivamente la trasparenza della testimonianza ecclesiale.

Nell’odierno orizzonte della cultura e della società secolare, questa attitudine deve rappresentare anche una provocazione importante per l’ethos civile. Desidero accennare brevemente a questo spazio di approfondimento, attraverso una chiave di esemplificazione. La domanda radicale sul potere (“Che cosa giustifica il potere di un uomo su altri?”) è avvolta, nell’epoca recente, da un generale atteggiamento di sospetto e di critica. Il “potere” è certamente una figura di relazione molto complessa, che abita nel modo più diretto la sua affinità con le radici del divino, del sacro, della religione. Le democrazie moderne hanno sviluppato un rapporto circolare fra il potere di rappresentanza e il potere di governo, nell’intento di trovare il punto di mediazione necessario a garantire l’autorità indispensabile al potere correggendone la deriva verso l’autogiustificazione. La problematica attuale del sistema, a fronte dello sviluppo di una società degli individui – per molti aspetti coerente con la cultura della persona e della libertà – mostra i segni di un indebolimento della mediazione del potere nei confronti del legame sociale. La soluzione meramente procedurale – giuridica – di questa mediazione appare sotto molti aspetti inefficace e inadeguata.

L’esempio di Mosè che abbiamo ricordato all’inizio è anche l’esempio di ciò che ultimamente “giustifica” la rappresentanza e l’esercizio del potere. La mediazione senza intercessione, il richiamo alla legge senza condivisione del rischio, la riserva di una via d’uscita privilegiata e parallela a quella dei fallimenti che toccano il popolo, appaiono sempre più come un modo di legittimazione del potere destinato a produrre corruzione e a suscitare scandalo. Vale certamente per la comunità religiosa, vale anche – sempre più – per la comunità civile.

L’intercessione, come atteggiamento mentale e pratico dell’accettazione di un destino comune, comporta l’umiltà di riconoscersi, in ogni caso, come soggetti ad una istanza di giustizia e di giudizio che affonda le sue radici nel sacro, e da ogni lato ci supera. L’intercessione impedisce alla mediazione di sostituirsi al fondamento, di farsi autoreferenziale, di perseguire l’unico obiettivo di garantire se stessa. Una dimensione religiosa che ricupera fortemente questo tratto qualificante, che la rivelazione cristiana colloca nella mente e nel grembo stesso di “Dio”, introduce necessariamente analoga umiltà e analogo spirito di dedizione nell’ethos delle politiche e delle policies della convivenza civile. Sotto questo profilo, la “rivoluzione della tenerezza” del Papa Francesco perde certamente ogni ambigua connotazione retorica e sentimentale, per assumere il progetto di una vera e propria trasformazione del rapporto fra potere e rappresentanza, nel senso più ampio possibile. Un uomo che dice: “Se non vuoi salvare questi, cancella anche me dal tuo libro della vita”, non è semplicemente un uomo generoso. E’ un vero capo.

“I grandi uomini e donne di Dio sono stati grandi intercessori” (EG 283). E’ presto per dire in che modo questa ispirazione potrà produrre la svolta che ci è necessaria, nella Chiesa e nella umana convivenza. Di certo, siamo già piuttosto in ritardo, quanto allo slancio costruttivo che le dovremo dedicare: in primo luogo a vantaggio delle generazioni in arrivo.

Pierangelo Sequeri

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

27 maggio 2019

NOTIZIE CORRELATE