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​Esploratore
dei meccanismi dell’anima

· ​Un ricordo di René Girard ·

«Dalla carne viva del passato»: forse non c’è una frase più adatta a descrivere la genesi del pensiero di René Girard, morto dopo una lunga malattia nella notte del 4 novembre a Stanford, negli Stati Uniti, dove insegnava da trent’anni.

Un pensiero potentemente originale, quello dell’antropologo accademico di Francia che ha inventato — nel senso etimologico di “scoprire” — teorie illuminanti come il desiderio mimetico e il rito del capro espiatorio, perché non nato da schemi speculativi astratti, ma dall’osservazione dei meccanismi interiori che muovono quell’animale strutturalmente sociale che è l’uomo. L’essere umano di ogni epoca, non nel migliore dei mondi possibili ma nel mondo reale, dove si soffre e si muore per mano dei propri simili, vittime a loro volta — spesso inconsapevoli — di un automatismo interiore che li trasforma in carnefici certi di essere nel giusto e di obbedire a un dovere morale. Un pensiero letteralmente vicino all’origine, quello del «Darwin dell’antropologia», come lo chiamano in Francia, e quindi capace di illuminare anche i recessi più oscuri di quel mistero che chiamiamo genericamente coscienza, una chiave di lettura semplice e geniale allo stesso tempo scaturita più dalla lettura attenta dei capolavori di Proust, Dostoevskij, Dante e Cervantes che dalle pagine dei manuali di filosofia.

«Dalla carne viva del passato», la frase ricordata all’inizio, è il titolo di un articolo pubblicato su «L’Osservatore Romano» del 21 dicembre 2007 a firma di Oddone Camerana, il “Virgilio” che dalle pagine del nostro giornale ha invitato i lettori ad avventurarsi nella selva — talvolta oscura, «selvaggia, et aspra et forte» perché estremamente densa di concetti saldamente intrecciati fra loro — del lessico antropologico di Girard.

Un viaggio affascinante, dove a ogni passo si allargano panorami inaspettati, che permette di guardare anche il cristianesimo da una prospettiva diversa da quella a cui siamo abituati: come la risposta di un Dio misericordioso che disinnesca la coazione a ripetere della sacralizzazione della violenza, e nella persona del suo Figlio accetta di farsi vittima pur di liberare gli uomini dalla necessità di nuovi sacrifici.

«Il cristianesimo non è solo un altro caso di mitologia», scriveva René Girard. «Per i greci, la morte tragica dell’eroe faceva in modo che le persone potessero tornare in pace alla loro vita di sempre. Nel caso dei Vangeli, però, la vittima è innocente e gli accusatori sono colpevoli. La violenza collettiva contro il capro espiatorio in quanto atto sacro e fondante viene smascherata come una menzogna».

Un pensiero tanto celebrato quanto contestato, quello dell’antropologo francese che ha continuato a lavorare e a scrivere anche dopo aver superato i novant’anni, capace di anticipare successive scoperte scientifiche — come quella dei neuroni specchio, che generano il processo psicologico dell’empatia — e di sollevare un vespaio di polemiche con l’ultimo saggio, Portando Clausewitz all’estremo (Adelphi, 2008), sui terrorismi e i fondamentalismi contemporanei.

«La cultura non sta forse evaporando in Europa e un po’ dappertutto altrove? Ho proprio paura di sì» scrive con amaro realismo in uno dei ultimi scritti in cui analizza la trappola mimetica che tiene in ostaggio interi popoli in questo secondo decennio degli anni Duemila.

di Silvia Guidi

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16 settembre 2019

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