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​Esercizi estremi
dello spirito

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Sui santi, sui giganti della vita spirituale, sono stati scritti libri agiografici, biografie storiche o romanzate, ma mai nessuno aveva osato scrivere un’autobiografia immedesimandosi nel soggetto narrante a tal punto da confondere la sua vita con quella del personaggio stesso. 

È proprio questa la specificità del libro di Pablo d’Ors, L’oblìo di sé (Milano, Vita e Pensiero, 2016, pagine 300, euro 20), che affronta dall’interno la vita di Charles de Foucauld. Personaggio complesso e intrigante sul quale si moltiplicano le biografie, sia per l’anniversario — il centesimo — della sua morte, sia per l’attualità della sua esperienza di cristiano appassionato che impara a vivere e a conoscere l’islam.
Le capacità di d’Ors di entrare nel personaggio si radicano in alcune innegabili somiglianze: l’origine aristocratica, la ricerca del silenzio come asse portante della via spirituale, il deserto, la scrittura. In un senso più profondo, probabilmente, hanno in comune la ricerca di Dio attraverso esercizi estremi dello spirito, per poi scoprirlo vivo e presente anche nella più umile e banale delle vite umane.
L’esistenza del visconte Charles de Foucauld, rimasto orfano da bambino, è stata per la prima fase la vita di chi protesta contro il suo destino, rifiutando di essere ciò che gli viene di volta in volta richiesto dalla famiglia e dalle circostanze: studente svogliato, soldato indisciplinato e licenzioso, comincia a rivelare coraggio solo grazie all’amore per il suo paese, che gli resterà per tutta la vita. L’esperienza nell’esercito coloniale, che in quegli anni stava portando a termine l’occupazione dell’Algeria, gli apre però nuove e decisive prospettive. Il deserto, un mondo sconosciuto del quale coglie immediatamente il fascino e la ricchezza, lo attira tanto da indurlo a cambiare mestiere: da militare si fa esploratore, e comincia a rivelare la tempra d’acciaio nel sopportare disagi e umiliazioni, nell’affrontare pericoli, che poi segnerà tutta la sua vita successiva.
Esploratore molto stimato, autore di un volume di ricerca geografica premiato in patria, Charles si accorge che di non essere interessato al successo mondano e professionale, e sente l’impulso a tornare non solo alla religione dei suoi avi, per capirla meglio, ma addirittura a vestire l’abito trappista. Per tutta la sua vita, ma soprattutto in questa prima fase di incertezza e di ricerca, un ruolo centrale è svolto dalla cugina prediletta, Marie, dolce e credente, che gli starà a fianco fino alla fine con immutato affetto, sostegno e confidente. Sarà lei la destinataria delle sue memorie.
La vita nel monastero trappista segna l’inizio di un lungo e fecondo cammino spirituale, sempre alla ricerca di una più piena povertà, di una umiltà più totale, di una radicalità che lui considera fin dall’inizio come l’unica condizione per arrivare a Dio.
La chiave autobiografica permette di mettere al centro della narrazione sempre e solo la vita spirituale di Charles, di leggere i suoi tentativi di trovare la condizione adatta a lui — dal monastero di monache di Nazaret, dove faceva il giardiniere vivendo in un capanno degli attrezzi, agli eremi di fango che si costruisce con le sue mani nel deserto, prima a Beni Abbès poi fra i tuareg a Tamanrasset, dove morirà ucciso in un’incursione di predatori — e la sua crescente consapevolezza, fino all’illuminazione.
Una vicenda appassionante, un percorso vertiginoso che si legge come un romanzo di avventure, nel quale appaiono personaggi tratteggiati con grande finezza, come l’irlandese che lo inizia allo studio del deserto, o il comandante supremo delle oasi, che si perdeva spesso nella contemplazione del deserto e capiva profondamente la fascinazione che questo esercitava su Charles. Oppure i complessi e difficili rapporti con la popolazione locale, che si rasserenano e diventano per lui fonte di importanti esperienze spirituali quando abbandona ogni idea di evangelizzazione, per cercare solo la loro amicizia.
L’epica che accompagna come un filo rosso la vicenda è quella del fallimento: Charles fallisce come soldato, come esploratore, come trappista... ma anche come fondatore di un nuovo ordine di piccoli fratelli e sorelle che seguano la sua via. I piccoli fratelli si formeranno solo dopo la morte, mentre da questo punto di vista la sua vita sarà segnata da una completa solitudine. Ma è solo nel fallimento che si può pensare l’imitazione di Cristo, del messia che è morto in croce come un malfattore.
E, nel percorrere la strada della rinuncia, Charles apprezza il fatto di avere avuto qualcosa di importante a cui rinunciare: «Senza la ricchezza né i titoli nobiliari, senza onori, non avrei potuto disfarmi di quei titoli e di quegli onori, di quella ricchezza; e senza una rinuncia significativa — come richiesto a una trappa — le mie scelte sarebbero state meno credibili, e probabilmente meno salde e durature».
Neppure la trappa era abbastanza mortificante per lui, che ammette senza reticenze di essere sempre stato un esagerato, ma, scrive «non mi vergogno di aver esagerato, perché non concepisco l’amore senza esagerazione».
In alcuni momenti della vita, come a Nazaret, Charles ha sfiorato la pazzia, che si confonde con la visione mistica forse anche nella vita di altri santi, sembra suggerire d’Ors. Ma sarà nell’eremo che si era costruito nel deserto, a Beni Abbès che, dopo un lungo periodo di fatiche delusioni, Charles vive la sua notte oscura, che lo porta a comprendere quello che definisce «uno dei misteri più insondabili del cristianesimo», cioè «così come Dio ha creato il mondo dal nulla, a quanto dicono le Sacre Scritture, allo stesso modo — dal nulla — crea ogni singola anima che si lascia lavorare e plasmare da Lui. Il nulla è necessario alla creazione. Il nulla è il nocciolo dell’esperienza mistica perché (il) nulla è Dio».
È solo quando riesce ad abbandonare ogni progetto di evangelizzazione, a rinunciare a tutto, che l’eremita riesce a trovare Dio nelle persone che incontra, nei poveri che ascolta e aiuta, e poi perfino nelle cose, negli oggetti di ogni giorno. «Essere testimoni del Vangelo — comprende — non significa soltanto testimoniarlo dinnanzi al mondo, bensì essere capaci di captarne le testimonianze in ogni dove».
Ma è Charles o Pablo che sta parlando? La sovrapposizione completa fra scrittore e personaggio dell’opera, nella quale cade completamente il lettore, emerge con chiarezza alla fine, quando Charles, poco prima di morire, riflette sul silenzio dal suo eremitaggio sul monte dell’Assekrem: «Ho l’impressione che più si è ricchi dentro e più si è silenziosi. Il silenzio è la manifestazione più eloquente di un’interiorità feconda: il rumore, invece, è l’atto di terrorismo più efficace contro l’anima» perché, continua «ho passato la vita intera a esercitarmi per poter ascoltare Dio, ma Lui, misteriosamente, mi ha offerto solo silenzio. C’è chi pensa che il silenzio sia la prova irrefutabile dell’inesistenza di Dio. Da parte mia, credo sia proprio l’opposto: il silenzio è il suo linguaggio migliore, la perfetta dimostrazione della libertà che ci concede e, dunque, del suo immenso amore».

di Lucetta Scaraffia

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26 maggio 2019

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