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Esame di riparazione
col prof. Bergoglio

· Al collegio di Santa Fe ·

Jorge Mario Bergoglio fu il nostro professore di letteratura dal 1964 al 1965. Il nuovo maestrillo non sembrava un tipo aggressivo o troppo severo, però qualcosa in lui ci faceva capire che era un uomo di carattere. Aveva un’allegra faccia giovanile, tant’è che da subito lo chiamammo Carucha (“faccina”). Ma non era altro che una copertura, perché dietro quel volto c’era un uomo metodico e perseverante, in lui si percepiva il “comando” di Cristo nella Compagnia di Gesù, e il suo proposito era tirare fuori qualcosa di buono da noi.

A casa mia era molto popolare, già dal mio ingresso all’Accademia. I miei genitori avevano per lui una simpatia particolare. Fu forse per questo che, ormai vicino al diploma, quando seppero che ero stato rimandato in letteratura lanciarono un urlo di disperazione verso il cielo. Bergoglio mi rimandò a causa di diverse assenze, per le mie frequenti dimenticanze e per non aver consegnato un progetto nei termini stabiliti, dopo che me l’aveva chiesto a più riprese.

Arrivò il giorno dell’esame. Presi una delle palline numerate e mi misi ad ascoltare l’ultimo studente prima del mio turno. In cattedra c’erano Bergoglio, padre Oscar Cepeda e padre Eduardo Peralta Ramos. «Vediamo, ragazzino» disse Peralta, «quale pallina hai scelto?». «Nessuna» rispose Bergoglio per me, «Milia ci parlerà di tutto il programma». Tutti si girarono verso di me. Dal fondo si sentì mormorare una frase tipo «L’hanno crocefisso» oppure una più definitiva: «È morto».

Cominciai a raccontare la storia della passione umana per la scrittura e la lettura, una storia che mi ero raccontato mille volte. E parlai come se avessi avuto di fronte non tre gesuiti impegnati a plasmarci secondo i dettami di Loyola, ma Juan Ruiz, Gonzalo de Berceo, José de Espronceda, Herman Hesse, José Hernández, Francisco de Quevedo o lo stesso William Shakespeare. Parlai come se ognuno di loro e altri ancora mi avessero impresso a fuoco le loro frasi sulla lingua. E così passai da Melibea a Mercuzio, da Antoñito el Camborio a don Nicanor Paredes.

Poi tacqui, in attesa di una domanda; nessuno la fece.

«Non c’è voto» disse Bergoglio rivolgendosi a me e anche agli altri che ascoltavano, e guardandomi continuò: «Non c’è voto. Tutti sappiamo che non c’è un voto per un esame del genere e sappiamo anche che il signor Milia non avrebbe dovuto essere rimandato, e che ciò è accaduto perché non ha presentato il suo progetto nei tempi richiesti, perché ritiene che non esistano regole, perché vuole sempre fare a modo suo, com’è sua abitudine. Pertanto, benché il voto giusto sarebbe dieci, credo che dovremmo dargli un nove, come ultimo ricordo del suo passaggio in questo Collegio. Non per rimproverarlo, ma perché si ricordi che ciò che conta è compiere il proprio dovere, giorno dopo giorno, svolgere un lavoro sistematico senza che si trasformi in routine, mettere mattone su mattone, invece che avere solo uno scatto d’improvvisazione, cosa che gli piace così tanto».

E me lo sono ricordato davvero. Che poi lo abbia messo in pratica è un’altra cosa. 

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23 ottobre 2018

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