Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Eroi cattolici
della Resistenza italiana

Siamo entrati nei tre quarti di secolo dai due terribili anni 1943 e 1944, quei venti mesi che alimentarono, sino al 25 aprile 1945, la Resistenza degli italiani agli invasori tedeschi e ai loro complici fascisti. In quella lotta, che non fu condotta soltanto a colpi di fucile ma anche con infiniti gesti di pietà umana, civile e religiosa, i caduti furono circa 50 mila su 180-200 mila combattenti di cui 65-80 mila cattolici. Fra questi ultimi si sono registrati oltre 2000 morti e 2500 feriti gravi, con 37 medaglie d’oro alla memoria, 87 d’argento, 54 di bronzo e numerose croci di guerra, complessivamente un numero equivalente alle forze di sinistra e ai partigiani indipendenti. Con la particolarità che i primi in assoluto a essere decorati furono combattenti cattolici, Giuseppe Cederle, Giancarlo Puecher Passavalli e Renato Vuillermin.

Giancarlo Puecher Passavalli

In una visita a Montecassino il presidente Giorgio Napolitano ricordò il tenente Giuseppe Cederle, la prima medaglia d’oro del Corpo italiano di liberazione. L’ufficiale cadde l’8 dicembre 1943 alla testa dei suoi uomini, presso Cassino, nell’offensiva con la quale gli alleati espugnarono Montelungo. Cederle, 23 anni, presidente dell’Azione cattolica a Vicenza, era un sicuro punto di riferimento per i suoi commilitoni, un protagonista, anche, molto amato del libro di Eugenio Corti Il cavallo rosso. Con un braccio fracassato nell’assalto guidò il contrattacco al nemico e venne ancora colpito a morte, riuscendo a lanciare contro il nemico una bandiera italiana.

Cederle, del resto, non è il solo appartenente all’Azione cattolica, alla Giac e alla Fuci che partecipò alla lotta di liberazione perché ben 1200 di loro furono presenti in vari modi alla guerra contro i nazifascisti: basti ricordare i decorati Salvo D’Acquisto (oltretutto beato), i fratelli Antonio e Alfredo Di Dio, Andrea Trebeschi, Carlo Bianchi, Silvio Monica e Marcello Cavazzini.

Ed è necessario, ancora una volta, quando si fa memoria della Resistenza, rammentare il ruolo del clero, dell’Azione cattolica e dei “bianchi”, a rischio di smarrirsi sul senso della lotta. Della funzione del clero ha già parlato a sufficienza Giorgio Bocca, quando ha ammesso che senza di esso la pianura padana sarebbe rimasta chiusa ai partigiani. Per quanto riguarda l’Azione cattolica, bastano i numeri: i combattenti, i sacrificati (alcuni dei quali addirittura in odore di canonizzazione), l’apparato organizzativo. E sui “bianchi” c’è una letteratura politica, dovuta in gran parte a Ermanno Gorreri e Giuseppe Dossetti, che ne spiega la funzione là dove la presenza dei “rossi” rischiava un impatto violento con la popolazione civile.

L’altro giovane eroe decorato di medaglia d’oro è il ventiduenne allievo pilota Giancarlo Puecher Passavalli che, all’indomani dell’8 settembre insieme con i familiari, istituì un centro di aiuto per militari sbandati, prigionieri e perseguitati in fuga, ebrei in cerca di rifugio, organizzando anche una banda armata. Fu catturato dai fascisti a metà novembre e, in un processo farsa di cui mancavano le ragioni giuridiche, fu condannato a morte, con sentenza eseguita il 23 dicembre. Gli fu concesso di confessarsi e di scrivere un’ultima lettera ai parenti, nella quale diceva fra l’altro: «L’amavo troppo la mia patria, non la tradite, e voi tutti giovani d’Italia seguite la mia vita e avrete compenso della vostra lotta nel ricostruire una nuova unità nazionale».

Infine Renato Vuillermin, medaglia d’argento al valor militare, quasi un raccordo fra società civile e politica. In effetti Vuillermin era un vecchio popolare che il regime aveva perseguitato senza riuscire a domare e che nell’ultima fase della sua vita stava riallacciando i rapporti con i dispersi seguaci di Sturzo. Così il fascismo lo aveva mandato al confino da Savona a Castelli di Teramo, da dove dopo il 25 luglio era tornato a casa, senza che il suo attivismo si placasse. Tesse una rete di collegamenti ma dopo l’8 settembre il cerchio si stringe e, contro di lui e altre sei persone classificate contrarie al regime, è emessa una sentenza di condanna in cui non c’è niente di legale. È soltanto, come dice uno dei carnefici, il saldo di venti anni di propaganda antifascista. I sette imputati sono condotti sul luogo dell’esecuzione e Vuillermin chiede che, giacché lo si deve ammazzare, gli si chiami un prete. Il boia, indicando il muro, esclama: «Andate là, ho regolato tutti i conti per voi anche con Dio». Dal muro si ode Vuillermin che a voce alta invoca: «Credo in Dio, Padre onnipotente...» prima che la raffica di mitra spenga i condannati.

di Angelo Paoluzi

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

20 luglio 2019

NOTIZIE CORRELATE