Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Ero straniero
E lo sono ancora

· L’immigrato e il migrante nello splendido romanzo di Salvatore Maira ·

Due ragazzini e uno stesso destino

Due ragazzi, Saro e Karim, uno viene dalla Sicilia, l’altro da ben più lontano. Si conoscono per caso a Milano, nella concitazione di uno scippo alla Stazione Centrale, ritrovandosi poi a lavorare gomito a gomito nel bagno penale a cielo aperto dei muratori in nero della Lombardia. Torturati dal gelo dell’inverno, dormono in alloggi di fortuna, mangiano poco: veri schiavi, accomunati da uno stesso destino, l’italiano come lo straniero, l’immigrato al pari del migrante. E poi una donna, Adele, suora in crisi che dopo una lunga missione all’estero fa ritorno al suo paese nel Nord Italia, richiamata dalla morte dell’amatissima nonna con cui è cresciuta. Smarrita e in pena, la giovane ritrova la terra della sua infanzia sfigurata da intolleranza e razzismo: eppure, aprendo la porta di casa a una famiglia egiziana appena sfrattata sotto lo sguardo famelico delle telecamere, Adele comincerà a interrogarsi su di sé. E da lì, a ricostruire.

Igor Scalisi Palminteri, «San Benedetto il Moro» (Ballarò, Palermo, 2018)

Sarà il caso a incrociare le strade di Saro e di Adele nello splendido Ero straniero di Salvatore Maira (Milano, Bompiani 2019, pagine 304, euro 19), romanzo profondo e asciutto nel linguaggio, nella costruzione e nella trama, capace di mettere in scena una storia intensa e dolorosa, dura ma terribilmente poetica, brutale eppure piena di grazia. Ero straniero è un pugno allo stomaco. Ma leggerlo — primo atto di resistenza verso odio, razzismo e sfruttamento montanti — è indispensabile.

È il caso, dicevamo, ad avvicinare Saro e Adele, in una delicata amicizia, ponte tra mondi lontani. Il caso a farli alleati nella lotta contro l’ingiustizia di una provincia gretta, velenosa e disumana, capace solo di respingere il diverso perché capace solo di vivere in perenne difesa. Con il noi contrapposto a loro, a cui non è riconosciuto nemmeno il diritto di esistere.

La vicenda si svolge per lo più in Lombardia, tra le pieghe meno note della capitale economica italiana. Dove vigili comunali si aggirano come accalappiacani per il centro, piombando su chi ritengono sia un immigrato. Dove lavoratori clandestini piastrellano i bagni dei ricchi a 1 euro e mezzo l’ora, dodici ore su ventiquattro, sette giorni su sette (interrotti solo da incidenti, meglio se mortali), perché i capicantiere sanno che certi uomini costano meno delle macchine. E così fioriscono nuove forme di schiavitù nutrite da criminalità, politica e tornaconto personale.

In tutto questo orrore, spuntano amicizie preziose. Come quella tra Saro, con il suo sguardo senza «speranza né disperazione», Karim, il ragazzino che non vuol più rubare, anche per il dolore che porta nel cuore. Tra loro, almeno per un po’, troveremo anche Bashir («una torre fortificata») che provvederà a dare una parvenza di civiltà alle loro vite. Bashir, devastato da una tragedia personale che gli invade i sogni, eppure sempre guidato da un amore per la vita che da medicina per sé diventa medicina per gli altri. E ancora l’egiziano Fauzi, che invano chiederà di essere pagato per i lavori fatti. Fauzi e la sua famiglia — a cui è stato sottratto tutto solo per invidia — travolti da una violenza misera, capace di montare a dismisura fino a diventare irreparabile.

Nell’orrore delle schiavitù che popolano le nostre città, il giovane Saro è, innanzitutto per il lettore, un balsamo. Saro, schiavo anche lui tra «gli ultimi della terra, a rischiare la vita ogni minuto», ma meno intimorito perché almeno la carta di identità ce l’ha; che fa parte dei “loro” anche se potrebbe stare altrove; che si occupa della vita di chi gli sta accanto come se non ne avesse una propria, e che ha la preziosa e rarissima capacità di restare in silenzio davanti alle domande che non possono essere fatte. Saro, capace di percepire che dietro le parole senza senso di tanti, c’è un dolore troppo radicato e assoluto, un dolore che indirizza altrove, «per strade più crudeli della sua stessa vita». Che si tratti di Karim, di Bashir o di Adele, ogni volta egli rivela l’inconsueta capacità di rispettare chi ha davanti. Non vuole chiedere, indagare, capire: vuole semplicemente esserci.

Finché — ed è qui che la tragedia tocca forse il suo apice — parrebbe che l’odio abbia la meglio anche su di lui. «Che ci faccio in questa poltrona da solo a covare un odio di cui non conoscevo l’esistenza e di cui so ancora poco, se non che mette alla prova la mia forza di resistere, di essere indipendente e padrone di me stesso, libero di seguire quello che i mei pensieri mi suggeriscono».

Ma Saro troverà il modo di uscirne, rimanendo se stesso. Perché — ed è anche la nonna di Adele ad averla lasciata in eredità — esiste un’altra Italia.

Un’Italia in cui «ero straniero» ha ancora un significato preciso perché c’è un’umanità che vive ascoltando più la dolcezza dell’esistenza che la morsa della fatalità. Persone così, forse, ci sono dovunque, magari sono poche e ogni giorno diventano meno, ma ci sono — il fornaio, Adele, l’anziana Luigina, la ragazza cinese che ha curato Karim, le volontarie e i volontari delle mense dei poveri...

Dieci mesi bastano per segnare la vita di Saro. Per fargli attraversare l’orrore scoprendo che «si possono organizzare la testa e la vita in un modo diverso da quello che conosco». E il racconto di dieci mesi, forse, basta a interpellare anche le nostre vite. Mettiamoci in ascolto.

di Giulia Galeotti

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

16 ottobre 2019

NOTIZIE CORRELATE