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Ero forestiero
e mi avete ospitato

· Testimonianza da una parrocchia romana sull’invito del Papa ·

Con grande disponibilità e interesse la parrocchia di San Saturnino di Roma ha fatto suo l’invito di Papa Francesco a mettere in atto un progetto di accoglienza, in collaborazione con la Caritas diocesana, nei confronti di tre giovani richiedenti asilo: nei locali parrocchiali della casa della carità intitolata a Carlo Iavazzo, che erano stati prima sistemati e adibiti ad abitazione con la premura generosa di tanti volontari, sono stati infatti ospitati per diversi mesi tre giovani africani, Babakar e Mountaga del Senegal e Salif del Mali.

Come noto, il progetto chiamato «Ero forestiero e mi avete ospitato», coordinato dalla Caritas diocesana, ha avuto inizio nel novembre 2015 e ha visto la partecipazione, oltre alla nostra, di altre 40 parrocchie e diversi istituti religiosi di Roma: in totale fino a ora sono state ospitate 123 persone tra richiedenti asilo e titolari di protezione internazionale.

Abdoulaye Konaté, «Composition» (2016, particolare)

I beneficiari sono famiglie o singoli già in possesso di un permesso di soggiorno di lunga durata, persone quindi che vivono in Italia da diverso tempo e hanno già iniziato il loro percorso di integrazione. Sono così nella condizione in cui devono ormai lasciare il circuito di assistenza, senza però aver, di fatto, raggiunto una piena autonomia, avendo dunque ancora difficoltà a inserirsi.

All’inizio sembrava che alla nostra comunità parrocchiale mancassero i mezzi, le persone, le conoscenze, sembrava che le difficoltà fossero troppe. Invece di fronte a un’esperienza così coinvolgente, al di là della volontà dei singoli, si è fatta strada una forza inimmaginabile prima, che lentamente ha sbriciolato ogni forma di ritrosia, dispiegando un nuovo volto della solidarietà. Una solidarietà fatta di tenerezza, fiducia, speranza e amicizia.

Era il mese di novembre del 2015 quando sono giunti i tre giovani africani, affidati, in particolare, alle cure del gruppo Masci Roma 22: il senso e il taglio della collaborazione con la Caritas si sono andati precisando e chiarendo nel tempo, ma l’intuizione di quello che sarebbe stato il compito dei volontari della nostra parrocchia è apparsa evidente fin dai primi giorni, di fronte a quei ragazzi spaventati e, insieme, preoccupati di nascondere le loro apprensioni e diffidenze, nate dai drammi vissuti. Eppure erano in Italia già da un anno, inseriti in corsi di istruzione.

È risultato subito chiaro, dunque, che il ruolo dei parrocchiani dovesse consistere in questo: cercare di essere, in qualche modo, la loro famiglia di questa terra straniera. È sembrato perciò naturale offrire — accanto a quanto si andava programmando in modo più sistematico — quell’aiuto semplice e quotidiano che sanno dare i genitori quando si prendono cura di te, quando si accorgono se stai male o se stai bene, se ti porti dietro da settimane un ascesso che ti impedisce di mangiare o se cammini zoppicando per qualcosa che non vuoi raccontare (problemi di salute che sono stati curati realmente in due dei ragazzi accolti). Su questa linea si è svolta la parte più significativa dell’accoglienza.

Da qui l’idea di consolidare e approfondire i legami attraverso le uscite serali alla scoperta della città, o lungo le strade del quartiere, o l’iniziativa delle cene preparate dai parrocchiani (più di un centinaio di persone si sono alternate ogni sera per alcuni mesi con cibi preparati da condividere). E ancora in questo spirito ha preso vita, una volta installata la cucina elettrica, la “scuola per cuochi”, luogo di scambi di ricette e di abitudini, ma anche momento di amicizia, soprattutto con i giovani scout del reparto Roma 70. L’urgenza parallela di iniziare i nostri ospiti a fare la spesa si è tradotta nell’impatto con i prezzi da valutare, le etichette da interpretare, le quantità da gestire, e ha richiesto ancora l’assistenza premurosa dei volontari. I discorsi, gli scambi di esperienze e di opinioni non sono rimasti senza risultato: i ragazzi infatti hanno mostrato puntualità e correttezza nel mantenere un impegno e nel rispettare un appuntamento. L’aiuto diretto e personale, con cui alcuni volontari li hanno affiancati nei corsi di alfabetizzazione della Caritas, li ha portati a leggere e scrivere con soddisfazione le prime parole.

Qualche giorno fa, dunque, terminato il percorso, Mountaga e Salif hanno riconsegnato le chiavi della casa. Mountaga lavora come tirocinante (Progetto garanzia giovani della Regione Lazio) presso un bar a Lunghezza. È pagato in parte dal datore di lavoro, in parte dalla regione. Spera di essere assunto regolarmente da luglio. Lavora dalle ore 16 alle 22. Si è definitivamente trasferito presso la casa che ha preso in affitto nella zona di Torre Angela insieme a Salif e a due pakistani: il contratto con il proprietario sarà firmato a giorni.

Salif, dal canto suo, ha da poco terminato i tre mesi di tirocinio pagati dalla Caritas presso una pizzeria-ristorante, ma il datore del lavoro gliene ha offerti altri tre e ha parlato di regolare assunzione in aprile. È impegnato di pomeriggio talvolta fino a molto tardi, ma per fortuna la nuova casa è piuttosto vicina al ristorante. Contemporaneamente ha continuato a lavorare presso un B&B nelle mattine di venerdì e domenica; anche qui è molto apprezzato tanto che il datore di lavoro gli ha promesso la regolare assunzione. È stato lui a trovare la casa dove alloggia con Mountaga e dove si è già organizzato.

Babakar è dunque rimasto solo nella nostra casa, ma è sempre fuori perché impegnatissimo: il sabato tiene un corso di cucito presso il laboratorio scalabriniano di via Casilina, mentre negli altri giorni lavora nel nuovo laboratorio scalabriniano recentemente aperto in via della Lungaretta 22.

Ora che il primo nostro progetto parrocchiale di accoglienza si avvia alla conclusione ci sembra di poter dire che mentre noi ci ritroviamo arricchiti come comunità, i tre ragazzi sono oggi più forti, più sereni, più preparati, più inseriti, capaci anche di partecipare, fornendo il loro aiuto concreto, a diverse iniziative organizzate negli ultimi tempi nei locali della parrocchia: l’impegno caparbio e l’affetto di tante persone che li hanno sostenuti hanno quindi dato i loro frutti.

Lentamente col trascorrere dei mesi abbiamo imparato a conoscerci meglio e lentamente ci siamo resi conto che anche le nostre fedi, perfino il nostro modo di pregare, hanno tanto in comune. Ci è venuto spontaneo, allora, condividere la nostra comune fiducia nella bontà di Dio attraverso qualche semplice preghiera. Ne ricordiamo specialmente una: «O Dio nostro, Tu vedi come tutti noi tanto spesso siamo costretti a vivere nell’incertezza, nel non sapere cosa succederà, dove andremo, cosa faremo e, per i più anziani, quanto ci resti da vivere. Questo ci rende inquieti e ci toglie la gioia e la serenità. Rafforza in noi la certezza che Tu non ci abbandoni mai, neanche quando noi lo pensiamo».

di Marco Valenti

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23 maggio 2019

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