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Eremita di curia

· Vita di Raniero da Ponza ·

Tra il 1207 e il 1209, mentre era impegnato per una legazione in terra tedesca, Ugo dei Conti di Segni, cardinale vescovo di Ostia e futuro papa Gregorio IX, scrisse una lettera agli abati circestensi di Fossanova, Casamari e Salem. Nella missiva, Ugo piangeva la morte di tal frater Ranerius, più volte definito pater, ne ricordava le capacità diplomatiche e la vicinanza agli ambienti della curia, ne esaltava la conoscenza «inaudita» dei testi sacri e sosteneva di essere stato testimone del suo spirito di profezia. Ma chi si nasconde dietro questo misterioso personaggio così lodato dal Pontefice, che addirittura si considerava suo figlio spirituale? Si tratta di Raniero da Ponza, una figura apparentemente marginale nel panorama della religiosità tra XII e XIII secolo, ma che in realtà potrebbe aver avuto un’influenza notevole sugli ambienti della curia romana, facendosi interprete e divulgatore delle tematiche profetiche e apocalittiche della predicazione di Gioacchino da Fiore. Questa è la tesi del recente volume del domenicano Marco Rainini, ricercatore in Storia del cristianesimo all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano (Il profeta del Papa. Vita e memoria di Raniero da Ponza eremita di curia, Milano, Vita e Pensiero, 2016, pagine 189, euro 20), che ricostruisce con grande accuratezza il rapporto tra Raniero e Roma, il suo sodalizio con Gioacchino, la sua fama post mortem e il successivo oblio.

«L’albero dell’umanità» (dal Liber figurarum)

Della vita di Raniero sappiamo poco o nulla. Lo stesso legame con Ponza rimane oscuro: forse nacque sull’isola o forse la scelse come luogo per un insediamento eremitico. Le poche notizie attendibili ci informano che divenne monaco probabilmente nell’abbazia di Fossanova, fu tra i primi e più stretti collaboratori di Gioacchino nel periodo decisivo della fondazione del monastero di Fiore sulla Sila, condusse vita eremitica e fu tenuto in alta considerazione presso la sede apostolica. Su quest’ultimo aspetto le fonti non lasciano dubbi: si dice che Raniero fu «confessore di Innocenzo III», che «per la sua rettitudine, degna di lode, fu molto familiare al signor papa, assistendolo molto spesso negli affari più urgenti» e che «per la sua nota santità e scienza era ritenuto venerando tanto dal papa quanto da tutta la chiesa romana». È altrettanto documentato che a Raniero furono affidate delicate missioni diplomatiche, prima in Spagna, per pacificare i regni di Navarra e Castiglia, poi nella Francia meridionale, per riguadagnare quelle zone all’ortodossia, quindi in Terra di Lavoro, dove operò per evitare lo scontro tra l’imperatore e il papa. Raniero, inoltre, giocò un ruolo decisivo nei rapporti tra la curia romana e i circestensi e collaborò alla riorganizzazione della vita religiosa degli Umiliati.

Non fu soltanto un fine e apprezzato diplomatico, ma ebbe anche fama di profeta. Le fonti ce lo descrivono come particolarmente versato nell’interpretazione dei sogni, carisma grazie al quale in un’occasione convinse Innocenzo iii a siglare un accordo con i circestensi riguardo alla tassazione per la crociata, in un’altra lo persuase a rompere gli indugi sulla canonizzazione di Gilberto di Sempringham. Un’ulteriore testimonianza dell’autorità profetica di Raniero proviene dal suo unico scritto sopravvissuto fino a noi. Si tratta di una lettera indirizzata ad Arnaldo Amalrici, abate di Cîteaux, e risalente alla fine del 1202, nel pieno della crisi istituzionale dei circestensi, causata dalle controversie tra l’abate di Cîteaux appunto e quelli delle prime quattro fondazioni dell’ordine. Rainini analizza meticolosamente il testo, decodificando i numerosi richiami, impliciti ed espliciti, alle speculazioni gioachimite, come quello ai tre stadi della storia della salvezza e all’immagine della rota in medio rotae del libro di Ezechiele. Dall’indagine emerge che Raniero non solo si ispirò agli scritti di Gioacchino, ma seppe rielaborarli in modo originale, favorendone anche la diffusione presso la curia di Innocenzo III e più ancora di Gregorio IX, che si mostrarono sensibili alla visione teologico-politica gioachimita.

di Giovanni Cerro

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21 aprile 2019

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