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Eredità dei martiri

· L’Uganda chiamata a raccogliere la sfida della testimonianza ·

La notizia che Papa Francesco aveva scelto anche l’Uganda, terra di martiri, fra le mete del suo primo viaggio in Africa, ha portato grande gioia e felicità a tutto il popolo. Accogliere il Pontefice e unirsi a lui in questo viaggio è un onore per la nostra Chiesa e per tutte le persone di buona volontà. Tutta la comunità è lieta di ricevere il vicario di Cristo ed è con profonda attesa che stiamo aspettando i suoi messaggi di pace, misericordia e speranza, come anche le sue parole sull’urgenza della missione. Aspettiamo con ansia la sfida che il Pontefice ci lancerà da Kampala, ossia l’invito di Cristo: «Sarete miei testimoni» (Atti, 1, 8).

Vetrata raffigurante il supplizio dei martiri ugandesi

La visita di Francesco è una testimonianza del ministero vivo e vincolante che nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo ha affidato a Pietro: «Pasci i miei agnelli [...]. Pasci le mie pecorelle» (Giovanni, 21, 15-16). La Chiesa in Uganda trae conforto da questa missione universale di Pietro, per la quale noi vescovi e l’intera comunità del popolo di Dio ci sentiamo rafforzati nella fede e testimoni autentici della luce di Cristo. Non a caso il programma della visita simboleggia proprio la visione di questo ministero come quello di un “pastore con l’odore delle pecore”.

L’Uganda, terra che Winston Churchill nel 1907 definì la “perla d’Africa”, ha un posto di rilievo nella storia cristiana del continente. È il primo Paese ad avere un numero così elevato di santi canonizzati ed è stato il primo ad aver avuto sacerdoti indigeni nel 1913, nonché, in tempi moderni, il primo a sud del Sahara ad aver avuto, nel 1939, un vescovo indigeno.

Quella di Papa Francesco è la terza visita che riceviamo da un Pontefice. La prima, quella di Paolo vi nel 1969, ha sfidato la Chiesa in Africa con il suo invito missionario: «Voi africani siete oramai i missionari di voi stessi». Questo messaggio faceva eco alle parole di san Daniele Comboni che, diventando vescovo in Africa centrale nel 1877, raffigurava le missioni nel continente con il motto «L’Africa si deve salvare con l’Africa».

Così motivati, i missionari comboniani che operavano nel nord dell’Uganda formarono i catechisti locali Daudi Okello e Jildo Irwa che, a Paimol, nell’arcidiocesi di Gulu, mentre predicavano il messaggio di Gesù, furono martirizzati nel 1918. Aggiunsero, così, un’altra pagina di testimonianza cristiana alla storia di questa terra.

Il viaggio missionario di Giovanni Paolo ii in Uganda nel 1993 portò consolazione a un Paese che stava vivendo la guerra e la tristemente nota rivolta di Joseph Kony con il suo Lord’s Resistance Army.

La visita di Papa Francesco sarà per noi un momento di grazia e come una visita di Dio stesso al suo popolo. Come Paese in via di sviluppo, attendiamo il suo messaggio sulla cura della casa comune, così come descritta nell’enciclica Laudato si’. Sacerdoti, religiosi e catechisti laici attendono tutti con ansia la sfida a essere messaggeri di una gioia da irradiare nel loro lavoro di evangelizzazione, come viene sottolineato in Evangelii gaudium.

Un altro tema caro alla vita e al ministero della Chiesa è quello della famiglia. Come cristiani apprezziamo la bellezza della famiglia e della vita familiare come luogo in cui s’imparano il significato e l’importanza delle relazioni umane. Perciò attendiamo l’invito di Francesco a sostenere la comprensione e i valori della famiglia cristiana tradizionale, fondata sulla relazione tra uomo e donna: «Un uomo e una donna uniti in matrimonio formano insieme con i loro figli una famiglia. Questa istituzione precede qualsiasi riconoscimento da parte della pubblica autorità; si impone da sé» (Catechismo della Chiesa Cattolica n. 2202).

di Cyprian Kizito Lwanga, Arcivescovo di Kampala

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13 dicembre 2019

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