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Era giudice di Israele
una donna

Incontriamo la figura di Debora nel Libro dei Giudici e i redattori biblici dovettero considerarla importante se le dedicarono ben due capitoli nello stesso libro, il quarto e il quinto, rispettivamente in prosa e in poesia. In essi viene narrata la stessa vicenda, ma con linguaggio e sfumature diverse: nella prosa troviamo la narrazione degli eventi durante il loro svolgimento, il canto — invece — celebra e narra quegli stessi eventi a posteriori, arricchendoli di numerosi particolari e insistendo sulla straordinarietà della figura di Debora. Il canto a lei attribuito è considerato uno dei gioielli della poesia biblica. Se, come dicono i rabbini, «nulla è a caso nella Bibbia», la presentazione di questo personaggio dovrà tener conto sia della trama narrativa sia dei dettagli che contribuiscono a costruirla.

Il capitolo in prosa introduce la vicenda di Debora con uno schema ricorrente all’interno del Libro: muore un giudice, Israele torna a peccare, allontanandosi così da Dio e cade in mano ai nemici. A quel punto, Israele alza il proprio grido al Signore per ottenere il suo aiuto (4, 3). È a questo punto, nel pieno della sofferenza, che il narratore spiega che «in quel tempo era giudice d’Israele una donna» (4, 4). La funzione del giudice, shoftà, era molto importante, perché svolgeva due funzioni essenziali alla vita comune: quella di dirimere le vertenze giudiziarie tra i membri delle tribù di Israele e quella di governare. Si trattava di una carica non elettiva, ma “carismatica”, come dice il testo biblico nel presentare i giudici: «Allora il Signore fece sorgere dei giudici, che li salvarono dalle mani di quelli che li depredavano» (2, 16). Negli altri capitoli la presentazione del giudice si limita alla menzione del suo nome ed eventualmente a qualche notizia (3, 9.15; 10, 1; 11, 1; 12, 8; 12, 11), questo è l’unico caso in cui il narratore dice esplicitamente che si trattava di una donna, sintomo dell’eccezionalità del fatto che, tuttavia, non si teme di sottolineare e che, anzi, viene ampliato da altri dettagli: «una profetessa, Debora, moglie di Lappidot» (4, 4). La funzione religiosa di profetessa (nevi’à) era importante almeno quanto quella politica. Con questo termine si indica la moglie del profeta (per esempio in Isaia, 8, 3), ma in questo caso il narratore vuole indicare proprio l’attività profetica di Debora, come avviene anche per Culda (2 Re 22, 14-20). La menzione del suo nome proprio e il significato dello stesso contribuiscono a imprimere nel lettore l’immagine di una figura fuori dal comune. Nel mondo biblico, infatti, il nome proprio esprimeva il significato del ruolo del personaggio nella vicenda narrata e certamente facilitava la tradizione orale. Da quest’uso possiamo dedurre anche l’importanza che i nomi propri avevano nella cultura dell’epoca. La radice del nome “Debora” sembra risalire ad una parola che significa “ape”, animale con cui in Egitto veniva simboleggiato il faraone e che nella Bibbia rimanda alla terra promessa, dove «scorrono latte e miele». Nel canto le viene attribuito — unico caso nella Bibbia! — il titolo di “madre di Israele”: «mancavano capi valorosi in Israele, mancavano, finché non sei sorta tu, o Debora, non sei sorta tu, madre in Israele» (5, 7). Si tratta, qui, di una maternità spirituale, riconosciuta da tutto il popolo.

In un unico versetto il narratore delinea una figura dalla statura imponente, che emerge sia per la propria singolarità (donna, di cui viene riferito il nome proprio) sia per le sue funzioni (giudice e profetessa) sia per il suo ruolo di moglie, citato per ultimo, come a dire che non è questo l’aspetto determinante. Il testo prosegue mostrando Debora nell’esercizio delle sue funzioni: «seduta sotto la palma di Debora, tra Rama e Betel, sulle montagne di Efraim e gli israeliti salivano a lei per le vertenze giudiziarie» (4, 5). Il luogo nel quale Debora esercita le sue funzioni contribuisce alla maestosità del personaggio: sotto la palma, simbolo di vittoria e di grazia (Genesi, 35, 8). La staticità della sua condizione è solo apparente: è lei che governa il popolo, è lei il capo politico e religioso di Israele, è lei a guidare Israele verso la vittoria perché ispirata da Dio.

Il racconto in prosa parla dell’oppressione di Israele da parte del re cananeo Iabin e del lamento di Israele, lamento che spinge Yhwh a suscitare in mezzo al popolo un nuovo giudice, la profetessa Debora. È lei, parlando a nome del Signore, a far chiamare Baraq (“folgore”, “lampo”), capo dell’esercito di Israele, per andare in guerra contro Sisara: «Va’, fai venire da te sul monte Tabor diecimila uomini tra i membri di Neftali e di Zevulon. Io poi farò che Sisara, generale di Javin con i suoi carri e il suo esercito ti venga incontro presso il torrente Kishon e lo darò in tuo potere» (4, 6-7). Baraq non rifiuta l’incarico ma dubita sul suo esito: «Baraq le rispose: “Se verrai con me, ci andrò; ma se tu non verrai con me, io non mi muoverò”» (4, 8). L’esercito del generale cananeo è troppo numeroso perché Baraq possa batterlo e la sua fede troppo debole. La presenza della profetessa sul campo di battaglia potrebbe garantirgli l’appoggio delle altre tribù, ma il generale israelita osserva e valuta gli eventi da una prospettiva umana, mentre Debora si affida a quella divina. Il dubbio di Baraq è legittimo, ma non tiene conto del fatto che a parlare è la profetessa di Jhwh e ciò costerà al generale la gloria della vittoria: «Bene, verrò con te, però non sarà tua la gloria sulla via per cui cammini, perché il Signore consegnerà Sisara nelle mani di una donna» (4, 9), alludendo a qualcuna che non è ancora apparsa nella vicenda. Lui vuole conferme e certezze, lei sa affidarsi a Dio e pronuncia una profezia in cui non spiega in che modo Dio metterà il nemico nelle mani di Baraq, non gli suggerisce una strategia, ma tutto ruota intorno alla forza della fede.

Nello stesso tempo, nel campo nemico, Sisara si prepara ad andare incontro a Baraq sul monte Tabor, portando con sé un numeroso esercito armato di carri che, secondo una prospettiva umana, dovrà assicurargli la vittoria. A contrapporsi in questa battaglia non sono solo due generali, ma due prospettive, umana e divina: la prima è rappresentata dai due uomini che si apprestano alla guerra con dubbi e certezze basate su calcoli ragionevoli, su ciò che è umanamente prevedibile; la seconda è rappresentata da Debora, che si abbandona fiduciosa al volere divino. Non si tratta di una fiducia sconsiderata e affrettata: questa donna ci è stata presentata fin dall’inizio nell’esercizio delle sue funzioni di profetessa e di giudice, detentrice di un’autorità riconosciuta da tutti gli israeliti. Tutta la narrazione, in un certo senso, è l’esplicitazione delle sue qualità: una donna saggia e ispirata da Dio, unico vero protagonista della vicenda. Lei non si chiede in che modo sarà possibile la vittoria, perché ha la certezza che Jhwh non abbandonerà Israele: completamente disarmata, armata solo della propria fede, guiderà Israele verso la vittoria. Proprio perché ispirata da Dio, saprà incitare Baraq a combattere al momento opportuno, assicurandogli la presenza del Signore (4, 14) e il generale eseguirà l’ordine. La battaglia si svolge in modo inatteso: un temporale — segno della benevolenza divina per Israele — frena i carri di Sisara e crea scompiglio tra le file del suo esercito. Quelli che, secondo la logica umana, dovevano essere gli strumenti per la sua vittoria si trasformano in un ostacolo alla fuga (4, 15). Il canto descrive ed esalta il terremoto e la tempesta attraverso i quali Jhwh manifesta la propria potenza: soltanto quando l’esercito nemico è preso dal panico, Baraq interviene con il suo esercito per distruggere i nemici. Il generale cananeo è costretto a fuggire a piedi (4, 15) ed ecco Giaele (“stambecco”), moglie di Eber il kenita, lo invita a rifugiarsi nella sua tenda. Convinto di trovare in lei un’alleata, poiché la stirpe di suo marito era in pace con quella del re Iabin, Sisara accetta, ma anche questa volta le previsioni umane saranno disattese.

Giaele si mostra scaltra e ambigua fin dall’inizio: esce dalla tenda e va incontro a Sisara, invitandolo ad entrare. Nella fuga, il generale cananeo non sembra volersi fermare, ma la donna gli va incontro con insistenza (4, 18), lo accoglie nella sua tenda e si rivolge a lui piena di premure (4, 18-19). L’atteggiamento di Giaele ispira fiducia a Sisara, il quale, dopo essersi rifocillato, le chiede un ultimo favore: vuole che la donna rimanga sulla soglia della tenda a fare la guardia. Nel caso in cui i suoi nemici lo cerchino, lei dovrà negare la sua presenza. Nel chiedere protezione, Sisara si affida totalmente alla donna. Giaele asseconda la richiesta del generale cananeo, ma la sua staticità sulla soglia, come quella di Debora sotto la palma, è solo apparente: Giaele non attende l’arrivo dei nemici di Sisara, ma il momento opportuno per portare a compimento il suo piano. Appena il generale si addormenta, lei lo uccide (4, 21; 5, 26-27). Proprio in quel momento giunge Baraq, al quale la donna mostra come trofeo la testa del generale cananeo. Sia la versione in prosa, sia il canto si soffermano sulla crudeltà del gesto di Giaele: neanche per un momento il testo indugia a commentare il fatto che la donna ha profanato il diritto di ospitalità, piuttosto la benedice e ne esalta la scaltrezza (4, 21; 5, 24-27) che realizza pienamente la profezia di Debora (4, 9). Nulla è più importante della vittoria di Israele. La versione in prosa termina con l’incontro di Giaele e Baraq, al quale segue il canto di trionfo con la vera conclusione dell’episodio (5, 31).

Debora e Giaele sono personaggi tra loro molto diversi per ruolo, per strategia e per modo di agire, ma entrambe si fanno strumento della volontà divina. L’una è la voce di Dio, parla e agisce in pubblico in modo trasparente e tutto ciò che dice e che fa è per ispirazione divina; l’altra osserva quel che accade, i suoi gesti si rivelano ambigui e prende da sola le sue iniziative. Nello stesso tempo, sono due personaggi in continuità: Debora profetizza ciò che Giaele compirà e il gesto deplorevole di quest’ultima — il tradimento — trova il suo senso e la sua legittimazione nelle parole della profezia.

Charles Landelle «Deborah» (1901)

La valutazione della vicenda da parte del redattore non segue la logica umana. Se così fosse, egli dovrebbe condannare il tradimento di Giaele e provare compassione per la madre di Sisara, che incontriamo solo nei versetti conclusivi del canto (5, 28-30), mentre attende invano il ritorno del figlio. Al contrario, il redattore insiste sugli aspetti più cruenti del racconto e sul capovolgimento delle attese dei personaggi di cui vuole beffarsi, i cananei. L’unica verità che gli preme di affermare è che di fronte alla potenza di Jhwh a niente valgono le armi e le strategie umane: Israele potrà prosperare e vincere solo se sarà fedele al suo Dio. Tutto, in questa vicenda, concorre a rendere l’intervento divino straordinario: il popolo è guidato da una donna, la stessa che sollecita il generale alla guerra; l’esercito più potente viene sconfitto dal debole; il generale non muore eroicamente in battaglia ma nel modo più disonorevole, per mano di una donna tra le mura domestiche (cfr. 9, 53). La dimensione domestica, poi, viene presentata sotto aspetti diversi: nel caso di Debora, essa subentra solo indirettamente quando si dice che era sposata. Infatti, incontriamo la profetessa soltanto nello spazio pubblico (mentre giudica, mentre profetizza, mentre guida l’esercito in battaglia) e quando si trova accanto ad un uomo è solo per comandarlo e guidarlo, anche se possiamo supporre che i doveri matrimoniali fossero gli stessi delle altre donne. Forse, è per questo motivo che, nonostante il prestigio delle sue funzioni pubbliche, la sua presentazione viene completata con il dettaglio “moglie di Lappidot”. Giaele, invece, vive la sfera domestica “sulla soglia”, intesa come limite che può essere superato: la valica per andare incontro al generale cananeo e lo conduce all’interno della tenda per tradirlo, fingendo di ubbidirgli. In questo caso tutto si consuma tra le pareti della tenda: la soglia trascende la separazione tra pubblico e privato. Infine, la casa della madre di Sisara (5, 28) è descritta come un luogo completamente separato dagli eventi, un luogo di non-azione, nella quale la dimensione pubblica entra in gioco solo attraverso i suoi esiti: l’arrivo del bottino o, come in questo caso, il pericolo di diventarlo.

L’azione di Debora è davvero liberatrice perché è il frutto di uno speciale rapporto che lei ha con il Dio di Israele. Senza la fede, la sua parola non sarebbe profezia e la sua guida non sarebbe legittima.

di Debora Tonelli

L’autrice

Debora Tonelli, laica, ha studiato in Italia e in Germania, conseguendo il dottorato in Filosofia politica (Roma-Francoforte) e poi in Antico Testamento (Münster). È ricercatrice confermata presso la Fondazione Bruno Kessler (Trento) e svolge attività di docenza a Trento e a Roma. Le sue ricerche vertono sull’origine biblica del pensiero politico moderno e sul rapporto tra fedi e violenza. Tra le sue pubblicazioni Il decalogo. Uno sguardo retrospettivo (Dehoniane, 2010), Immagini di violenza divina nell’Antico Testamento (Dehoniane, 2014).

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