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«Er zanto maritozzo»

· La benedizione dei Quaresimali a Santa Maria dell’Orto ·

“Laetare”, “Rallègrati”: così è chiamata la quarta domenica di Quaresima, dall’incipit dell’antifona d’ingresso della liturgia eucaristica che invita tutti alla gioia: «Rallegrati, Gerusalemme, e voi tutti che l’amate, riunitevi. Esultate e gioite, voi che eravate nella tristezza: saziatevi dell’abbondanza della vostra consolazione». Il cammino quaresimale verso la Resurrezione del Signore ha superato la metà della sua lunghezza e il popolo cristiano festeggia l’avvicinarsi dell’evento per cui Dio ha risuscitato Cristo Gesù dai morti.

A Roma esiste una consuetudine legata a questo momento del tempo liturgico, caratterizzata dalla benedizione e dalla distribuzione dei “Quaresimali”, più generalmente conosciuti col nome di “maritozzi” e comunemente considerati i dolci più antichi della cucina romana (sebbene i primi documenti che ne parlano risalgano al xix secolo). C’è una chiesa trasteverina che ancora oggi ospita l’evento: Santa Maria dell’Orto, santuario edificato a fine Quattrocento come gesto di gratitudine da parte di un uomo al quale la Madre di Gesù aveva regalato miracolosamente l’implorata guarigione da un male incurabile. Così, anche questa domenica 31 marzo, la tradizione si rinnova nella chiesa di via Anicia, dove, alle 11, monsignor Gianrico Ruzza, vescovo ausiliare del settore Centro e segretario generale del Vicariato, presiederà la solenne celebrazione eucaristica e benedirà i maritozzi quaresimali prima che vengano offerti ai presenti.

«Certi pani di forma romboidale, composti di farina, olio, zucchero, e talvolta canditure, o anaci, o uve passe. Di questi si fa a Roma gran consumo in Quaresima, nel qual tempo di digiuno si veggono pei caffè mangiarne giorno e sera coloro che in pari ore nulla avrebbero mangiato in tutto il resto dell’anno»: così Giuseppe Gioachino Belli, in una nota esplicativa di uno dei suoi sonetti romaneschi — “La Quaresima”, per l’appunto, scritta nel 1833, in cui «er zanto maritozzo» fa la sua apparizione nei primi versi —, spiega con la sua usuale ironia, ma anche con una puntualità da lessicografo dialettale, di che cosa sono composti i dolci capitolini. Insomma, si tratta di qualcosa di più austero rispetto ai panini farciti di panna in vendita nelle pasticcerie dell’Urbe, un alimento che all’origine era probabilmente il vitto energetico di antichi pastori e che successivamente è evoluto nel dono offerto dal “maritozzo” (vezzeggiativo popolare di “marito”) alla promessa sposa.

Domenica, a Santa Maria dell’Orto — che tra l’altro era originariamente punto di riferimento delle associazioni professionali legate al rifornimento alimentare della città, i cui membri realizzarono una mensa per i poveri “a proprie spese e con devozione”, si legge in un’iscrizione nella chiesa — ci sarà dunque l’occasione per sostare un momento e, dopo la messa, mangiare insieme il dolce romano, in vista della Pasqua del Signore che s’approssima. Del resto, anche Gesù, in carne e ossa, desinò con gli Apostoli, dopo la Resurrezione, come ci ricorda Agostino in uno dei suoi “Discorsi”: «Visus est, tactus est et manducavit. Ipse certe erat», «Si fece vedere, si lasciò toccare, mangiò. Era proprio Lui» (Sermones 229/J, 3).

di Paolo Mattei

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25 agosto 2019

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