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In equilibrio
tra tradizione e innovazione

· Il film di Daniele Luchetti su Papa Francesco ·

Mentre il cardinale Jorge Bergoglio arriva a Roma per il conclave del 2013, un altro viaggio, nella memoria, ce lo mostra ai tempi della sua gioventù, dalla scelta di farsi prete ai difficili anni della dittatura di Videla, fino alla battaglie a fianco dei più poveri, come quella per evitare lo sgombero di un quartiere nella periferia di Buenos Aires.

Partecipare al conclave può significare rinunciare al contatto quotidiano con la propria gente, ma in ogni caso non alla sua difesa materiale e spirituale. Lo scrive Emilio Ranzato aggiungendo che Daniele Luchetti dirige Chiamatemi Francesco, dal 3 dicembre nelle sale italiane, con mano piuttosto impersonale ma sostanzialmente equilibrata. Mette da parte il realismo più febbrile di film evidentemente da lui maggiormente sentiti come Mio fratello è figlio unico (2007) o La nostra vita (2010) e guarda con schiettezza al mondo della fiction televisiva, sia nell’estetica pacata e non molto espressiva, sia nel tono del racconto, didattico e cronachistico nonché volutamente superficiale su varie questioni storiche. Nel caso di un protagonista così popolare e amato, e di un prodotto dedicato di conseguenza al grande pubblico, non è necessariamente una scelta sbagliata, anzi. Si tratta, proprio come per i migliori lavori televisivi, non tanto di un affresco quanto di uno spaccato che ha la funzione di introdurre lo spettatore all’argomento, senza pretese di particolari approfondimenti.

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23 maggio 2018

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