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Eppure figli della stessa famiglia

· Il seminario di Civiltà Cattolica sul Mediterraneo ·

C’è un mare di conflitti nel Mediterraneo. Esserne cittadini, più che semplici abitanti, è sogno affascinante ma forse irrealizzabile, disegnarlo come un abbraccio fra le due sponde impresa ardita che si scontra con la dura realtà dei nazionalismi, delle derive identitarie, dei fondamentalismi, dell’intreccio indissolubile fra potere politico e interesse economico. Ma c’è anche, fra i popoli che si affacciano sul “Mare nostrum”, la chiara consapevolezza che non viverci insieme significa tradire la storia del Mediterraneo, che in un mondo globalizzato, osmotico, serve affidarsi al dialogo, al confronto, piuttosto che cedere alla tentazione di facili particolarismi. Al seminario di studio «Essere mediterranei», ospitato venerdì 12 e sabato 13 nella sede romana della rivista «La Civiltà Cattolica», esperti, giornalisti, accademici — fra i quali Marco Impagliazzo, della Comunità di Sant’Egidio, e Riccardo Cristiano, di Reset — hanno offerto con le loro testimonianze uno spaccato storico, politico, sociale, religioso su quanto accade nella regione mediterranea, caratterizzato da enormi tensioni ma anche da rinnovate speranze. Una è certamente costituita dal Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune, sottoscritto il 4 febbraio ad Abu Dhabi da Papa Francesco e dal grande imam di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayyeb. E proprio da qui è partita l’idea di questo seminario, ha spiegato padre Antonio Spadaro, direttore de «La Civiltà Cattolica», moderatore dell’incontro, divenuto fruttuoso laboratorio di riflessioni.

«Il concetto di cittadinanza — afferma il documento — si basa sull’eguaglianza dei diritti e dei doveri sotto la cui ombra tutti godono della giustizia. Per questo è necessario impegnarsi per stabilire nelle nostre società il concetto della piena cittadinanza e rinunciare all’uso discriminatorio del termine minoranze, che porta con sé i semi del sentirsi isolati e dell’inferiorità; esso prepara il terreno alle ostilità e alla discordia e sottrae le conquiste e i diritti religiosi e civili di alcuni cittadini discriminandoli». È soprattutto nel bacino del Mediterraneo, culla delle tre religioni monoteistiche, dove si guardano Europa, Africa e Medio oriente, che tale messaggio di pace può e deve trovare accoglienza. Il “Mare nostrum” oggi non è più al centro del mondo, sembra uscito dalle strategie geopolitiche, ma resta un prezioso patrimonio da sfruttare, «mille cose insieme» scriveva lo storico francese Fernand Braudel, un susseguirsi di paesaggi, di mari, «una serie di civiltà accatastate le une sulle altre». È qui che la “santa alleanza” per la convivenza proposta non solo alle fedi ma a tutti gli uomini di buona volontà, la mano tesa, il ponte gettato non solo all’islam del giusto mezzo, possono diventare l’inizio di un cammino profetico.

Dalla Francia in crisi, alle prese con una grave frattura sociale (come rileva Christophe Guilluy in No society. La fine della classe media occidentale, spiegando che l’ondata populista che attraversa il paese è solo la punta di un iceberg comune a molte nazioni europee), ai Balcani, regione dimenticata dopo gli orrori della guerra, “buco nero” dell’Europa, rampa di lancio di una massiccia emigrazione verso il centro del continente, focolaio permanente di nazionalismi esasperati dall’identità etnica; dai sogni infranti delle “primavere arabe” — i più delusi e scandalizzati (dai politici, dall’ingiustizia economica, dal potere della corruzione) restano i giovani se, in Tunisia, gran parte di essi non andrà a votare alle elezioni in autunno e un quarto si appresta a lasciare il paese nei prossimi cinque anni — alla Siria della pace “fasulla” («il capitolo guerra purtroppo non è terminato» ha ricordato di recente il nunzio apostolico, cardinale Mario Zenari), perché non è ancora pace se dodici milioni di siriani, vale a dire metà della popolazione, è tuttora fuori dalle proprie case, tra sfollati interni e rifugiati nei paesi circostanti. Uno scenario quest’ultimo, è stato sottolineato durante il seminario, che chiama pesantemente in causa la comunità internazionale: esiste una sproporzione enorme infatti tra ciò che è avvenuto (sono stati compiuti crimini orrendi) e la denuncia delle istituzioni. «Non ho mai visto un conflitto così feroce, con tanti bambini torturati e uccisi», denuncia in Gli impuniti la magistrata svizzera Carla Del Ponte che si è dimessa, dopo cinque anni di lavoro, dalla commissione delle Nazioni Unite che indagava sulle violazioni dei diritti umani in Siria. Manca la volontà politica per arrivare a istituire un tribunale; le organizzazioni internazionali sembrano impotenti.

Come diventare protagonisti di progetti di pace e convivenza di fronte a tali divisioni e ingiustizie, a così profondi conflitti? Si può “essere mediterranei” se gli stessi europei stentano a passare dal concetto di abitanti a quello, ben più virtuoso, di cittadini? Forse la politica giusta è quella dei piccoli passi, dei gesti, dei simboli. Da Lampedusa a Lesbo «semplicemente per stare con voi e per ascoltare le vostre storie», disse Papa Francesco (presente con il patriarca ecumenico Bartolomeo e l’arcivescovo di Atene Ieronymos) esattamente tre anni fa nel campo profughi dell’isola greca, «per richiamare l’attenzione del mondo su questa grave crisi umanitaria e per implorarne la risoluzione». Prima le persone, poi le culture, sottolineava anche Giovanni Paolo II. Bratstvo (fratellanza) la parola forse più usata da Francesco nel viaggio apostolico a Sarajevo il 6 giugno 2015, scritta dappertutto sui muri della ex Iugoslavia, grido spesso inascoltato. Malta torni approdo e ancoraggio, come lo fu per secoli prima del trattato di Parigi del 1814 con il quale divenne ufficialmente parte dell’impero britannico. Sponde amiche sono il Marocco e gran parte del Maghreb, terra d’incontro, miscela di cultura storica e tolleranza, mentalità dialogica aperta a ogni diversità: incontro, coesistenza pacifica, rispetto reciproco, dialogo, le parole non a caso contenute nell’appello su Gerusalemme lanciato a fine marzo a Rabat dal Papa e dal re Mohammed vi. Contemporaneamente un altro re, Abdallah ii di Giordania, riceveva ad Assisi il premio «Lampada della pace di san Francesco» per la sua azione e il suo impegno «tesi a promuovere i diritti umani, l’armonia tra fedi diverse e l’accoglienza dei rifugiati». È nelle aree di conflitto incancrenito dall’egoismo di singoli popoli, dal potere economico e militare, che vanno moltiplicati, intensificati i piccoli passi. Come in Siria, dove forse solo il sogno (ma anche una delle idee sorte dall’incontro a «La Civiltà Cattolica») potrebbe immaginare tra qualche tempo luoghi di fratellanza e preghiera, angoli del ricordo, cristiani e musulmani insieme, per non dimenticare e dire “mai più”. Gesti, simboli, fino a quando, concretamente, non si affermerà la giustizia politica ed economica, non cesseranno povertà ed umiliazione, non ci si considererà facenti parte di un’unica famiglia umana.

di Giovanni Zavatta

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22 ottobre 2019

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