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Dura
come roccia

· L’Armenia nelle pagine di Vasilij Grossman e Franz Werfel ·

«Prime impressioni dell’Armenia — la mattina, in treno. Pietra grigioverdastra che non svetta verso l’alto — rupe o montagna — ma si estende in larghezza, terreno piatto, campo di pietre. La montagna è morta, il suo scheletro si è sfasciato sul terreno. Il tempo ha invecchiato la montagna fino a ucciderla, e quelle sono le sue ossa». Così, colta in un lampo dalla fantasia prensile di uno scrittore, si presentava all’inizio degli anni Sessanta la terra cui Papa Francesco dedica ora il suo viaggio.

Di fronte alla fertile Georgia, ecco i sassi dell’Armenia. E la statua gigantesca di Stalin, bronzea opera di Merkurov, che domina l’orizzonte sulla montagna, alle spalle della capitale Erevan. Nella notte del 7 novembre 1961, per celebrare il lugubre anniversario della rivoluzione bolscevica, fanno fuoco decine di pezzi d’artiglieria disposti a semicerchio attorno al monumento. A ogni scarica, una scia di fuoco rischiara i monti circostanti e la figura del dio rivoluzionario spunta all’improvviso dal buio, minacciosa e surreale. Lo scrittore che immortala questa scena è il grande Vasilij Grossman, l’autore indimenticabile di Vita e destino — saga sulla battaglia di Stalingrado — non ancora del tutto immunizzato dall’influenza pervasiva del dittatore. Ma già abbastanza vigile da cogliere il disprezzo che gli esponenti armeni del Partito manifestano nell’occasione. Amabilmente ironici: «Possa, il metallo utilizzato per creare il monumento, tornare presto al suo nobile stato originario!». Oppure apertamente volgari, col riservare a Stalin l’imprecazione buona per tutti gli usi di mama dzoglu.

Siamo nell’Armenia sovietica dunque; passata, attraverso una successione febbrile di guerre, dalla dominazione turca alla breve Repubblica indipendente e poi al nuovo giogo sovietico. Ma rimasta sostanzialmente la stessa: dura come roccia, povera ben oltre gli standard moderni dell’indigenza, tenacemente abbarbicata alla propria lingua, storia, letteratura e soprattutto religione apostolica ortodossa; l’una cosa inscindibilmente legata all’altra, sino a formare il nocciolo duro dell’identità nazionale.

Proseguendo il suo viaggio nell’interno del paese, Grossman evolverà rapidamente dal senso iniziale di stupita estraneità — lui è ebreo russo — alla rivelazione di una personale partecipazione, profonda, sollecitata dal bisogno di riconoscersi fratello tra gli esseri umani, umile tra i generosi, compagno di strada del mendicante e dell’alcolizzato al di là di ogni ideologia, povero di spirito fra gente orgogliosa quanto priva di beni materiali. Commosso testimone di esistenze pressoché primordiali, ospite in paesini che gli appaiono già sperduti a poche decine di chilometri da Erevan, Grossman saprà trarre accenti insieme patetici e umoristici dal suo viaggio, in particolare al momento della descrizione di un rustico matrimonio di villaggio.

Oltre l’azzurro del lago Sevan, gli alberi di pesco nei cortili interni di Erevan e le vigne del monte Ararat, contemplando tratti fisici che gli sembrano rispecchiare l’anima collettiva del popolo — rughe severe, occhi miti, labbra turgide bagnate di saliva — fino alla desolazione delle vallate montane dell’Aragac, lo scrittore riceverà e comunicherà al lettore la sua speciale epifania. Nascerà dalla visione di una sposa che attende il suo destino: graziosa, le ciglia le ombreggiano gli occhi fissi a terra, quando le rivolgono la parola non risponde e non alza lo sguardo, ha in testa una coroncina con un velo bianco, porta un modesto cappotto azzurro chiaro e stringe una borsetta dello stesso colore.

Intorno a lei il rito dell’ospitalità cui non si può sfuggire: brindisi da caraffe piene di vino bianco torbido e acquavite giallastra, assaggi compulsivi di verdure, pesce, montone arrostito, dolci speziati, noci. Tanta generosità dei poveri ha effetti comici sugli intestini dello scrittore, eppure genera in lui anche il sospetto di assistere a un rito sacro. Come poco prima di arrivare al villaggio, quando la visione di un’antichissima chiesa armena sulla cima di una montagna, costruita su cubi di basalto, aveva scosso il suo ateismo di facciata: «Forse Dio esiste... la sua casa non può essere rimasta vuota per millecinquecento anni...».

di Dario Fertilio

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21 agosto 2019

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