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Enigma greco

· Le incognite del voto e le prospettive del Paese dopo sette anni di crisi ·

Sette anni di recessione, un tasso di disoccupazione oltre il 25 per cento, i salari minimi fermi in media a 450 euro al mese, un debito pubblico insostenibile, la perdita di un quarto del pil (prodotto interno lordo) e uno stato sociale in brandelli. È una Grecia stremata quella che domani, domenica, si presenta alle urne per eleggere il nuovo Parlamento. Un voto sul quale pesa soprattutto l’incertezza.

La stampa internazionale è unanime nel ritenere che da questo voto dipenda il futuro dell’eurozona. Ma è difficile dirlo, anche perché al momento, sulla carta, nessuna forza politica, nessun leader sembra davvero in grado di governare da solo con un programma solido per condurre il Paese fuori dalla palude. Di certo in Europa la situazione è molto cambiata: dopo la mossa di Draghi, con il lancio — proprio nel consiglio direttivo di questa settimana — del Quantitative Easing (il programma di acquisto di titoli di Stato e privati dei Paesi in difficoltà), l’economia reale può tirare un respiro di sollievo e non è detto che il livello di austerità chiesto ai Paesi più indebitati non possa calare. Resta da capire a quali condizioni questo possa avvenire, e soprattutto se inciderà davvero sull’economia reale, ridando speranza e fiducia ai disoccupati, alle famiglie, ai piccoli imprenditori.

Ed è questo il punto cruciale per la Grecia. Della lotta all’austerità ha fatto la sua bandiera Alexis Tsipras, leader del partito di sinistra radicale Syriza. Per vincere, Tsipras dovrà battere soprattutto Antonis Samaras, attuale premier e leader dei conservatori di Nuova Democrazia, che dalla sua ha non solo una lunga esperienza di Governo, ma anche ottimi rapporti con Bruxelles.

di Luca M. Possati

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26 maggio 2019

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