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Ende
la pittrice di Dio

En depintrix (o Ende pintrix) et Dei aiutrix. «En (o Ende) pittrice e aiutante di Dio». La firma di Ende appare sul colophon del cosiddetto Beato de Gerona come un fulmine a ciel sereno dall’oscurità della notte dei tempi. Si tratta, infatti, della prima donna “artista” che lasci un’esplicita ed evidente traccia di sé nella storia dell’Europa occidentale. Ci troviamo nel Regno di León, nel nord della Spagna, più precisamente nel monastero di San Salvador di Tábara, lungo una provvisoria e pericolosa frontiera che le armate cristiane stanno lentamente e coraggiosamente spostando verso sud. San Salvador è situato quasi sul corso del grande fiume Duero, che a quell’epoca (x secolo) costituisce la frontiera con al-Andaluz, i domini islamici.

Ende, «Crocifissione»(miniatura, X secolo)

Tábara è un luogo fortificato, una torre “alta e di pietra”, completa di un grande scriptorium dove alcuni monaci copiarono e illustrarono alcuni codici fra i più preziosi e belli di tutto il medioevo: i Beati, commentari all’Apocalisse di Giovanni che prendono il nome dall’autore del testo, Beato de Liébana, un monaco mozarabo, originale ed energico, vissuto a Oviedo nell’VIII secolo e divenuto molto popolare fra teologi, religiosi ma anche potenti laici alla ricerca di testi e tradizioni su cui fondare la loro fragile identità culturale e politica. Il libro di Beato, autentica guida e fonte d’ispirazione per la resistenza cristiana, viene copiato instancabilmente fino al XIII secolo da monaci che interpretavano la loro attività intellettuale come sacrificio, lotta e dono a Dio. Almeno due fra i primi e più preziosi di questi codici arrivano appunto da Tábara, centro di una vera e propria scuola di scrittura e miniatura che fiorisce quasi fino all’anno 1000 e di cui abbiamo la fortuna di conoscere i principali protagonisti: Magius, Emeterius, Senior e appunto En, di cui non sappiamo nulla se non che doveva essere così importante e stimata da scrivere il suo nome sull’ultimo foglio del Beato de Gerona (il nome deriva dalla cattedrale di Gerona, dove il libro è conservato dall’xi secolo), dopo la grande “omega”, l’ultima lettera dell’alfabeto greco che conclude il testo, ma prima di quello dei “colleghi” impegnati con lei nella realizzazione del codice, cioè Emeterius “monaco e presbitero” per le miniature e Senior “presbitero” per la scrittura.

Chi era questa donna? Il nome “En”, che forse deriva dal germanico “Haim”, non sembra fosse molto diffuso in Spagna; secondo gran parte degli studiosi, ella era comunque di origine leonese o dintorni, come provano i complessi riferimenti all’arte mozaraba e perfino islamica di molte sue meravigliose miniature. Per esempio quella che raffigura la “donna seduta sulla bestia di colore scarlatto” (Apocalisse, 17, 3), un’immagine originale e potente, a piena pagina, in cui la grande e orgogliosa prostituta leva alta sopra la testa la coppa della sua ignominia e l’albero che le sta di fronte, dalla chioma rotonda e il tronco intrecciato, ricorda modelli islamici. Anche il mitico Senmurv (l’uccello sassanide che vive sull’albero di tutti i semi) e il cavaliere dall’aspetto arabo che sconfigge il serpente sono figure uniche nella storia della miniatura spagnola ma attestate in avori di Cordoba e fra i personaggi fantastici dipinti sul soffitto della cappella palatina di Palermo nel XII secolo. Altrove, En, o i suoi ispiratori, committenti e colleghi mostrano una competenza che si spinge oltre i testi canonici: è attestato, per esempio, solo nei Vangeli apocrifi l’episodio relativo al tentato suicidio di Erode incluso fra i soggetti dedicati alla vita di Cristo, che in quel momento (975) costituiscono il più vasto ciclo di immagini su quel tema mai elaborato in Spagna, antecedente addirittura dell’arte romanica. Straordinaria soprattutto la Crocefissione, dalla vivacissima policromia, completa di tituli (le didascalie che consentono di identificare ogni personaggio) e una rara rappresentazione del sepolcro. La Maestà di Cristo invece è basata su modelli carolingi, già presenti in altri Beati precedenti.

Una simile ricchezza teologica e culturale fa naturalmente pensare che En fosse una monaca, una consorella scelta da Emeterius perché lo aiutasse in questa grande impresa in onore di Dio. Miniare un Beato, infatti, era un lavoro costoso, difficile e lungo: quello di cui stiamo parlando è uno dei più belli in assoluto, con ben 284 fogli di pergamena e 115 immagini, molte a piena pagina, dipinte a tempera con una ricchezza cromatica unica, maggiore di tutti gli altri codici miniati in Spagna nel X secolo.

Però il monastero di Tábara, dove all’epoca risiedevano circa 600 monaci, non aveva una sezione femminile. Da dove veniva, dunque, la dotata pittrice? Forse da un altro monastero situato nelle Asturie, come quello di Santa María la Real de Piesca, chiamata proprio per una fama di “artista” già conseguita ma di cui non resta traccia; oppure, come ipotizza John Williams, il massimo esperto e studioso della miniatura spagnola medievale, En avrebbe potuto essere una nobildonna locale, di Leon forse, o gallega, magari vedova o rimasta senza eredi, che aveva deciso di dedicarsi a quel libro prezioso non solo come artista ed esecutrice ma anche come “sponsor”, assicurando all’abate di Tábara i cospicui mezzi economici necessari per renderlo degno e splendente. Un’opera meritoria agli occhi di Dio, di cui En poteva ben proclamarsi “aiutante” perché col suo lavoro aveva contribuito a glorificarlo e a divulgarne la Parola mentre, quel fatidico 6 di luglio, sabato, dell’anno 975, quando scribi e pittori conclusero le loro fatiche, la storia dell’arte acquisì la sua prima interprete e protagonista.

di Martina Corgnati

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12 dicembre 2019

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