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Emancipazione a ritmo di jazz

· In un romanzo di Kim Echlin ·

Improvvisando fianco a fianco al pianoforte, Mahsa e Katherine si conoscono in un locale di New York: la passione travolgente per il jazz che accomuna le due donne sarà il cemento per un’amicizia che le accompagnerà — fra maternità, separazioni, drammi e sogni in parte realizzati — tutta la vita. Costruito attorno alla musica, che è per le protagoniste la via per tentare di superare i limiti che le società vorrebbero imporre loro, l’ultimo romanzo di Kim Echlin, La vita che non vedi (Torino, Einaudi, 2017, pagine 260, euro 20) affronta, intrecciandoli in una narrazione che a tratti lascia letteralmente senza fiato, molti temi. 

Il particolare di un’opera che denuncia  le politiche eugenetiche canadesi di primo Novecento pubblicato nel 2014 da «The McGill Daily»

Innanzitutto quello dell’amicizia nata in età adulta, quando la personalità è già formata e la precedente storia di ognuno non è necessariamente un insieme di momenti trionfali. Quando si conoscono sedute a quel pianoforte nel Greenwich Village, infatti, la salita per le due donne è già stata impervia.
Nata a Karachi da madre afghana e padre americano, Mahsa ha visto la sua vita sgretolarsi ad appena tredici anni quando si è improvvisamente ritrovata orfana dei genitori, freddati dai fratellastri della madre venuti dall’Afghanistan per vendicare l’onore leso. Così da un attimo all’altro sulla vita felice e luminosa della bambina cade una pesantissima cappa e non bastano certo i vecchi filmini in 8 millimetri che Mahsa vede e rivede nella sua stanza, per restituirle anche solo una parte di quel calore perduto che i rigidi zii tradizionalisti che l’hanno accolta non vogliono, o non riescono, ad accordarle.
E così l’opportunità di frequentare il college a Montréal diverrà la sua unica possibilità di fuggire da una società che non ha spazio per le donne. La fuga di Mahsa, però, non sarà mai definitiva: quel passato che l’enorme distanza tra il Pakistan e il Canada sembrava aver sotterrato le tornerà infatti, violentemente e ripetutamente, addosso con tutta la sua brutalità, colpendo non solo lei, ma anche Lailuma, l’amatissima figlia.
Accanto a Mahsa, al pianoforte v’è Katherine, nata a Toronto da madre canadese e padre cinese. Quando le due si conoscono, Kat — con i tre figli avuti da un musicista afroamericano che va e viene — sta cercando di sopravvivere con le sue forze in una città sconosciuta che ha però il grande merito di amare la musica, e di essere piuttosto lontana dall’Ontario della sua infanzia.
Un’infanzia segnata da un padre mai conosciuto e da una madre combattente: nata nel 1940, ha solo tre mesi la piccola Kat quando — su denuncia del nonno — viene strappata alla madre dichiarata incorreggibile da uno stato moralista e punitivo che giudica inaccettabili le donne sole con figli. Ma la giovanissima madre non si arrende, riuscendo — a prezzo di lotte e sacrifici i cui effetti dureranno, di fatto, tutta la vita — a farsi restituire la bambina («All’epoca i giornali potevano scrivere che una ragazza madre si portava addosso una macchia di vergogna e paura, una donna-bambina perduta che ha fatto del male a se stessa e ha disonorato la famiglia. C’erano comitati che impedivano alle donne non sposate di andare ad abitare in certi quartieri. Una donna aveva detto: Preferirei avere una banda di negri come vicini, piuttosto che queste sgualdrine»).
Echlin ricorda così una pagina terribile della storia del Novecento, quella delle sofferenze fisiche e spirituali inflitte alle madri nubili da molti ordinamenti occidentali: non pago di averle sottratto la figlia, lo stato canadese in riformatorio sottopone la ragazzina a esperimenti eugenetici. «La dottoressa della prigione usava me e le altre ragazze come cavie, bruciava e cauterizzava. Quella donna era un orrore. Per molto tempo ho pensato che fosse colpa mia, perché ero cattiva, malata o chissà cosa, ma non era vero. È nei fascicoli. Era la vicepresidente di un gruppo di eugenetica. Qualche anno fa un avvocato, una donna, mi ha aiutata a trovarla, ma era già morta. Avrei solo voluto dirle che avevo capito cosa aveva in mente e che invece io ce l’avevo fatta, avevo cresciuto mia figlia e conservato un buon posto di lavoro».
Del resto, la stranezza di Kat bambina era acuita da quei capelli dritti come spaghetti, eredità del padre cinese. E qui le pagine di La vita che non vedi rimandano alla drammatica, e dimenticata, pagina dell’emigrazione dal Sol Levante verso le Americhe di primo Novecento quando «i cinesi non venivano assunti alle acciaierie. I posti di lavoro ben pagati erano riservati ai bianchi e a qualche italiano, e in seguito a quelli che tornavano dalla guerra».
Soffocate dalla mancanza di amore, entrambe figlie di donne punite dalla giustizia (pubblica o privata) per aver seguito i propri sentimenti, riscattate dal jazz (genere musicale da sempre simbolo di creatività fuori dalle regole grazie alla sua predilezione per l’improvvisazione), Mahsa e Katherine tentano — non sempre riuscendoci — a costruirsi una vita propria, divincolarsi tra doveri, aspirazioni e modelli femminili che in buona parte rifiutano («Cercavo di inventarmi un futuro che non fosse una donna sdraiata a fumare in un seminterrato buio»). Forse il merito del romanzo di Kim Echlin sta proprio qui, nella dolorosa dimostrazione di quanto sia difficile nel concreto questo processo di emancipazione dalla propria storia, al di là di retorica, paternalismo e sentimentalismo da operetta.

Perché in fondo — come dice Kat al telefono verso la fine del romanzo a Mahsa, per l’ennesima volta alle prese con la furia misogina della società pakistana — «la cosa più radicale che una donna possa fare è vivere».

di Silvia Gusmano

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17 agosto 2019

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