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​Elogio dell'autunno

L’andamento pacato dello scorrere delle pagine di Foliage. Vagabondare in autunno (Milano, Raffaello Cortina, 2018, pagine 256, euro 18) di Duccio Demetrio introduce immediatamente nella stagione dai colori stregati, fiammeggianti, dalle dimensioni proprie mentre cadono le foglie. L’una immediatamente percepibile «Autunno è vigneti, frutteti, giardini, orti, modi di produzione e raccolta; è erbari medicinali, ricette terapeutiche e gastronomiche; è feste e convivialità. È stile di vita»; l’altra rivolta al sentire e alla ricerca della persona: «L’autunno è un richiamo morale che, ispirandosi alle esperienze con le quali ci pone in contatto, ci invita a trasformarle in doti personali per cogliere in esse bellezza, spunti meditativi, suggerimenti virtuosi. I quali, se adottati, fanno dell’autunno un tempo, un kàiros del rinnovamento, del ravvedimento, delle svolte esistenziali precoci o tardive».

Come indica l’etimologia del termine autumnus è tempo «di crescita, persino di arricchimento e maturazione». È ben noto come la tematica dell’autunno nelle sue diverse sfaccettature abbia interpellato poeti, «scrittori, filosofi e altri artisti di ogni genere che seppero farne un’icona filosofica, la sintesi della condizione umana, delle sue tragedie e commedie». Demetrio li fa scorrere inanellandoli, porgendone i versi, i dipinti, dai tempi antichi — Mimnermo — alla più moderna contemporaneità — Mario Luzi — con un lascito che «ha generato archetipi individuali e contribuito alla formazione di miti collettivi che hanno dato origine nelle donne e negli uomini a propensioni emotive e cognitive, simpatie ed empatie, verso l’una o l’altra stagione. In tutti noi ci sono pertanto tracce di tutte le stagioni asimmetricamente, in perenne disequilibrio tra loro, frutto di reciproche ibridazioni».
Bellezza, arte, poesia del tempo di autunno, non si ripiegano però su loro stesse ma, chiedendo maturazione riflessiva e gustosa, sospingono oltre. «Oltre noi stessi, oltre ogni confine, oltre l’autunno». Una sorta di “Quinta stagione” da dovere e poter incontrare come vitalità piena nell’interrogativo sotteso a tutta la pensosa meditazione “chi sono?”, con una vena di ilarità «che se la ride, finalmente, delle foglie morte, perché quelle che trattiene segretamente dentro di sé sono già in fiore».
Un forte, poetico, richiamo a una meditazione critica e non fideistica per cogliere e conoscere i nostri archetipi «scoprendo che c’è soprattutto un autunno interiore da coltivare, salvare, scoprire dentro se stessi, quali siano i giorni e le stagioni che andiamo vivendo in base all’orologio biologico e biografico».
Proprio perché «l’epopea del foliage, che si rinnova ogni autunno, è un’occasione di educazione umana alla consapevolezza di far parte non soltanto di una storia dotata di una sua assoluta singolarità, che aspirerebbe all’eternità, ma di un dramma cosmico, universale, cui partecipiamo nascendo e morendo. Il cui adempiersi è un invito a guardare oltre noi stessi, nella certezza che la vita ricomincerà, rinascendo senza di noi, in nuove o ataviche forme».
Tutto concorre a creare una postura di ascolto, pronta a riflettere e a pensare, mossa dall’incanto «per la bellezza e le emozioni, la ricerca del silenzio e della solitudine come gioia di appartarsi, la tendenza a raccogliersi e talvolta a pregare; anche se non ci riconosciamo in alcuna fede escatologica».
In questa profusione di colori e di suoni, di emozioni e pensieri, giova camminare, con passo lento e misurato, per cercare senza posa, per fare spazio alle domande, agli interrogativi che giacciono dentro e scoprirsi appartenenti ad uno dei quattro gruppi: viandanti, flâneurs, pellegrini, “vagabondanti”. «Tutti e quattro i gruppi, detentori ciascuno di un’ispirazione archetipica, spesso inconsapevole, sono comunque in cammino. Tutte e quattro tali figure simboliche, in misura maggiore o minore, perché non si accontentano della consuetudine, aspettano che un accadere, un’illuminazione, una svolta, intervenga nella loro vita».
Immersi in quella solitudine assoluta che «diventa un’esperienza mistica, oceanica in senso laico e filosofico». Nell’ambito di una filosofia dell’autunno, con le caratteristiche della finitezza, dell’abbandono, del commiato ma, paradossalmente insieme, con l’entusiasmo rinnovato del desiderio di comprendere.
Il monito conclusivo sollecita ancora una volta: «È meglio, a ogni buon conto, farsi amico l’autunno nei modi che abbiamo suggerito. Sperando che l’inverno non ne sia invidioso e geloso, quando ormai potrebbe essere troppo tardi».

di Cristiana Dobner

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14 ottobre 2019

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