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Elogio della sete

· Per una relazione genuina con Dio ·

Particolarmente stimolante per questo tempo estivo, l’ultimo libro di José Tolentino Mendonça, Elogio della sete (Milano, Vita e pensiero, 2018, pagine 151, euro 14), che raccoglie le riflessioni servite a guidare, durante la Quaresima, gli esercizi spirituali per Papa Francesco e la curia romana. Stile inconfondibile il suo, dinamico, veloce, poetico, penetra a fondo, ma con leggerezza, nei recessi più reconditi dell’anima. Tutti conosciamo la sete, il tormento che provoca quando non può essere appagata. La privazione di acqua rende estremamente vulnerabili. Ogni giorno mette a rischio la vita di milioni di poveri che abitano le periferie del mondo divenendo specchio della dissennata cultura dello spreco che chiede urgente «conversione all’essenzialità». C’è però un’altra sete più recondita, sotterranea che tutti ugualmente conosciamo: l’arsura dell’anima. Raramente però accettiamo di farla emergere. Per lo più neppure la percepiamo, soffocandola attraverso infinite strategie per evitare ogni contatto con quell’oscuro fuoco che sale dal vuoto interiore. 

Berna, «Gesù e la samaritana» (2010)

Ed ecco che, con la maestria letteraria e la finezza spirituale che lo contraddistinguono, individuando mirati passi scritturali, citando poeti, scrittori, filosofi e mistici, Tolentino la porta fuori allo scoperto in modo lieve, sostenibile, terapeutico. «Chi ha sete venga; chi vuole prenda gratuitamente l’acqua della vita» (Apocalisse. 22, 17). Innanzitutto bisogna uscire dal groviglio della routine, lasciarsi sorprendere: «la sete è un dolore che scopriamo a poco a poco dentro di noi, dietro alle nostre abituali narrazioni difensive, asettiche o idealizzate; è un dolore antico». L’arsura dell’anima sale dal nucleo più remoto della sua malattia, è sintomo di lontananza dalla sorgente, di alienazione che sradica dal senso reale della vita stimolando brame e bisogni indotti che però non riescono a colmare la distanza che ci separa da noi stessi: «una sete che si tramuta in una grande insoddisfazione, nella disaffezione nei riguardi di ciò che è essenziale (…) che ci butta tra le braccia del consumismo». Bisogna accorgersi di essere assetati: «Uno dei requisiti per ricevere l’acqua della vita è essere assetati, riconoscersi assetati». Questo è il principio di realtà da cui scaturisce il grido che si fa preghiera, aprendo a un’esperienza di fede che cessa di identificarsi con quel «castello di astrazioni» che la teologia degli ultimi secoli, sempre più intellettualizzata, ha costruito per rispondere alle tante questioni «sollevate dall’illuminismo» e dal male de vivre che caratterizza il soggetto sempre più estraneo a se stesso. L’esperienza di fede, al contrario, ha necessità di investire la persona nella sua totalità, in tutte le sue componenti emozionali, psicologiche, spirituali: «Abbiamo bisogno di guardarci nella nostra interezza, non temerla, non negarla, ma abbracciarla con maturità, lucidità e fiducia perché è così che Dio ci guarda». Il richiamo della sete invita dunque a una maturità di fede che renda possibile un rapporto autentico con se stessi e getti le basi di una relazione genuina con Dio. Una fede non più dominata dalla paura infantile del giudizio che impone di nascondersi a se stessi, a Dio, alla verità, alla luce e che fila quel tenebroso territorio di menzogne che poi ognuno rifugge. Il cammino di fede richiede trasformazione, crescita umana, che non avviene «se impermealizziamo la vita nella sua crosta, mantenendo unicamente una gestione funzionale ed efficace della superficie». Occorre riscoprire il desiderio come forza trainante, distinguendolo dalla mera necessità che si esaurisce appena appagata. «Il desiderio è una mancanza mai completamente soddisfatta, è una tensione, una ferita sempre aperta, un’interminabile esposizione all’alterità». La sete che si nasconde nel cuore è dunque sete di infinito, esigenza di immersione in quella realtà intima che sempre attrae travalicando. In quanto desiderio di infinito, è dunque una sete infinita, mai saziabile. Sete essenziale, strettamente correlata a ogni possibilità di evoluzione, a ogni connaturato richiamo verso la pienezza. Sete che chiede di essere ascoltata come grido di liberazione e di salvezza. Scoprirsi mendicanti, sempre nella mancanza di qualcosa di irrinunciabile che sfugge esortando ad andare oltre, aiuta a superare ogni forma di possesso verso persone e cose. Distacca dalla bramosia di potere, guarisce dalle distorsioni psichiche, orienta verso il desiderio puro. E ciò che allora davvero sorprende è il continuo ribaltamento con cui Tolentino ci invita a cambiare prospettiva sollecitandoci a vedere come, di fatto, la nostra sete non sia altro che la sete di Gesù che ci cerca, come il nostro riconoscersi mendicanti non sia altro che risveglio all’amore misericordioso di Dio che continuamente ci provoca facendosi egli stesso mendicante, rimanendo in attesa di un nostro cenno di disponibilità, di una risposta. Citando Simone Weil, l’autore ci ricorda come l’attesa di Dio, sia questa inesauribile presenza amorosa attraverso cui Dio, lungo il correre della storia, attende con infinita pazienza la maturazione e la crescita umana. «Dammi da bere». La richiesta di Gesù alla Samaritana, è la modalità più semplice per avvicinarla, metterla davanti alla propria sete e dissetarla con l’acqua viva, con il suo Spirito, con il suo amore. Allo stesso tempo tale richiesta porta alla luce la reale sete di Gesù, il suo ardente desiderio di colmare il vuoto di amore presente nell’umanità. «Gesù chiede da bere, ma è lui che darà da bere». La sete di Gesù viene sottilmente messa a fuoco attraverso il passo del vangelo di Giovanni relativo alla morte di croce: «Ho sete» (Giovanni. 19, 28). Di nuovo la richiesta di Gesù di bere non viene soddisfatta, invece dell’acqua gli viene dato aceto. «E dopo aver ricevuto l’aceto, Gesù disse: “Tutto è compiuto!”. E, chinato il capo, consegnò lo Spirito» (Giovanni. 19, 30). Nel momento estremo, la sete di Gesù si evidenzia esplicitamente come «desiderio ardente di fare dono dello Spirito». La sete diviene quindi il sigillo che contraddistingue la sua opera. Il desiderio di Gesù di effondere lo Spirito mette in luce la sua completa assunzione della sete umana. Facendola sua, traendola fuori dal profondo dove rimane nascosta, la rivela come sete di amore. «La sua sete sulla croce dovrà essere soddisfatta con questa Pentecoste che san Giovanni pone nell’ora estrema della croce». La sete d’amore che produce l’effusione dello Spirito diviene punto di congiunzione fra Gesù e il Padre, fra Gesù e l’umanità. Sete di Dio e sete umana si fondono nell’attimo del compimento in cui il Figlio dell’uomo riconsegna puro al Padre, rendendone partecipe l’umanità, lo Spirito ricevuto puro fin dal principio. Attraverso questa sete che lacera e insieme unifica, la persona umana partecipa della dinamica d’amore che unisce le persone divine. Lo Spirito effuso dal Figlio prende a veicolare con potenza per colmare ogni cuore assetato. Suscitando arsura e sete, richiama verso le sue fresche acque. Scavando nei recessi profondi si infiltra per raggiungere ogni più lontana periferia esistenziale. In chiusura Tolentino ci propone un’alteriore equivalenza inaspettata: «la mia sete è la mia beatitudine». La beatitudine, di fatto stato di «pienezza escatologica», stato in cui ogni barriera di separazione decade, implica proprio quel cedimento totale, senza più riserve, che fa emergere la sete. La beatitudine, quindi la pienezza, scaturisce da una incolmabile mancanza: «E’ urgente riscoprire la beatitudine della sete. La cosa peggiore per un credente, è essere sazio di Dio». L’esperienza di fede non può mai saziare la sete, al contrario la amplifica, facendo costantemente crescere il desiderio di Dio. Modello per eccellenza di beatitudine è dunque Maria. Trovando in lei totale apertura, lo Spirito santo irrompe. Questo varco è la sua sete. Maria è totalmente disarmata perché consapevole della sua incolmabile sete. Il suo sì rivela l’inesauribile sete di Dio sepolta nel cuore dell’umanità. Le beatitudini si realizzano pienamente in Gesù, ne costituiscono l’autoritratto, ma per noi sembrano irrealizzabili. C’è una distanza insuperabile che separa: «tra ciò a cui siamo chiamati e la consapevolezza delle nostre forze c’è un intervallo che ci fa rabbrividire, una distanza che ci ammutolisce». Ma proprio questo spazio incolmabile, generando sete, permette continui avvicinamenti senza chiudersi mai. Spodesta con attimi improvvisi di beatitudine che disseminano il tempo di eterno.

di Antonella Lumini

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21 marzo 2019

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