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Elogio della ragionevolezza

· ​Nella festa di sant’Ambrogio ·

«Occorre riscoprire la cultura e il pensiero che danno buone ragioni alla fiducia, alla reciproca relazione, a quella sapienza che viene dall’alto che “anzitutto è pura, poi pacifica, mite”. Insomma siamo autorizzati a pensare»: è uno dei passaggi centrali del tradizionale «Discorso alla città» pronunciato oggi pomeriggio, nella basilica di Sant’Ambrogio, dall’arcivescovo di Milano, Mario Enrico Delpini. Per la comunità cattolica, e non solo, si tratta dell’appuntamento più atteso dell’anno per ascoltare la riflessione e la proposta della Chiesa milanese sui temi di maggiore attualità civile e sociale. Nel discorso, intitolato Autorizzati a pensare. Visione e ragione per il bene comune, il presule elogia le qualità della ragionevolezza, «che si può anche chiamare “buon senso”», dell’intelligenza e della competenza «che possono maturare in saggezza, una disposizione alla stima vicendevole che si può ritenere fondamentale per una convivenza serena».

«Sant’Ambrogio nello studio» (prima metà del XV secolo, inchiostro acquarellato su pergamena)

Nel dibattito pubblico, invece, così come nel confronto tra le parti, nella campagna elettorale, «il linguaggio tende a degenerare in espressioni aggressive, l’argomentazione si riduce a espressioni a effetto, le proposte si esprimono con slogan riduttivi piuttosto che con elaborazioni persuasive». Monsignor Delpini crede che «il consenso costruito con un’eccessiva stimolazione dell’emotività dove si ingigantiscano paure, pregiudizi, ingenuità, reazioni passionali, non giovi al bene dei cittadini e non favorisca la partecipazione democratica». Quest’ultima, assieme alla corresponsabilità per il bene comune, cresce piuttosto «se si condividono pensieri e non solo emozioni, informazioni obiettive e non solo titoli a effetto, confronti su dati e programmi e non solo insulti e insinuazioni, desideri e non solo ricerca compulsiva di risposta ai bisogni». Di qui l’invito ad «affrontare le questioni complesse e improrogabili con quella ragionevolezza che cerca di leggere la realtà con un vigile senso critico e che esplora percorsi con un realismo appassionato e illuminato».

Parlando della realtà milanese, e non solo, l’arcivescovo si sofferma su questioni pratiche (le aspettative della gente dagli operatori del servizio pubblico, l’insofferenza per l’intralcio della burocrazia), auspicando l’avvio di «percorsi di semplificazione ragionevoli» e il recupero di una fiducia tra i cittadini, e tra cittadini e pubblica amministrazione, nel rispetto delle regole e nella riscoperta e valorizzazione del bene comune. Sono buone motivazioni, scrive Delpini, «per formulare il desiderio di una ragionevolezza diffusa. Siamo infatti autorizzati a pensare: essere persone ragionevoli è un contributo indispensabile per il bene comune. Questo evoca la solidarietà/fraternità della condivisione relazionale. Nella comunità del pensare riflessivo, e non del vociare emotivo, si riconosce, si promuove, si custodisce e si propizia l’umano-che-è-comune». Milano, «in cui università e istituzioni culturali sono così significative e apprezzate, è chiamata a produrre e a proporre un pensiero politico, sociale, economico, culturale che superando gli ambiti troppo isolati delle singole discipline possa aiutare a leggere il presente e a immaginare il futuro». Forse «insieme possiamo coltivare un senso di responsabilità che ci impegna a un esercizio pubblico dell’intelligenza, che si metta a servizio della convivenza di tutti, che sia attenta a dare la parola a ogni componente della città, che raccolga l’aspirazione di tutti a vivere insieme, ad affrontare i problemi e i bisogni, a recensire insieme risorse e potenzialità».

Se è vero che la gestione della cosa pubblica e l’organizzazione della vita sociale e dei servizi richiedono una capacità di analisi e di calcolo, è altrettanto vero che «il pensiero non può essere ridotto a questo. Vogliamo lavorare per superare il mero “pensiero calcolante” in favore di un allargamento del concetto di ragione; un pensiero realista, che abbia a cuore la ricerca continua della verità e del bene condiviso, libera da pregiudizi, aperta agli altri e alla domanda di senso. Occorre riconsiderare e ricomprendere la differenza tra utilità, che consiste in una relazione tra persona e cosa, e felicità, che consiste nella relazione tra una persona e un’altra e che non può rinunciare alla speranza del compimento». Tante le problematiche, gravi, da affrontare: dalla crisi demografica alla povertà di prospettive per i giovani, dalle difficoltà occupazionali alla solitudine degli anziani.

L’arcivescovo di Milano invita a rafforzare la famiglia, «il fattore decisivo», ad affidarsi alla Chiesa diocesana, a valorizzare l’educazione civica, chiede agli amministratori pubblici di «prendersi cura del legame sociale», di «nutrire le identità dei nostri territori».

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