Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Un classico moderno

· Etica e religiosità di Thomas Stearns Eliot ·

Un classico moderno. A cinquant’anni dalla morte (4 gennaio 1965) l’opera di Thomas Stearns Eliot conserva intatta la sua fiamma. Il passare del tempo, cadenzato dall’avvicendarsi di mode letterarie, non ne ha spento la forza delle intuizioni e delle innovazioni. E dunque la voce del poeta, drammaturgo e saggista statunitense, naturalizzato britannico, continua a parlare, seducente, ai posteri. 

Nel celebrare l’attualità del Nobel per la letteratura (1948), Renzo S. Crivelli nel libro T.S. Eliot (Roma, Salerno Editrice, 2015, pagine 311, euro 16), ripercorre, con dovizia di rilievi critici, la produzione di un autore che credeva fermamente nella missione dell’uomo di lettere. Tanto da evitare che accenni autobiografici emergenti dai componimenti sfociassero nel narcisismo. E così Eliot amava ripetere, anche a beneficio di colleghi «distratti e vanitosi», che «un grande poeta, mentre scrive se stesso, scrive il suo tempo». In conformità a tale assunto e consapevole di questa alta responsabilità etica, lo scrittore attraverso le sue opere — sempre contraddistinte da un’accesa tensione morale — ha rappresentato, con icastica evidenza, le complesse dinamiche caratterizzanti la prima metà del ventesimo secolo. Eloquente, al riguardo, The Waste Land (1922), che disegna la frustrante parabola della decadenza europea dopo la prima guerra mondiale, mentre la sua produzione teatrale, specie con il dramma Murder in the Cathedral (1935) costituisce una tappa importante nello sviluppo della drammaturgia degli anni Trenta e Quaranta.
Con Virginia Woolf e James Joyce, Eliot condivise il ruolo di sperimentatore e innovatore della letteratura modernista, che denunciava la crisi della cultura occidentale e la solitudine dell’artista, incompreso in un mondo votato all’effimero e al frivolo. E sul piano stilistico s’impone, in virtù di questa corrente, l’uso dell’immagine intesa non più come simbolo nel senso medievale o romantico, ma come «correlativo oggettivo», ovvero come trasposizione di significati concettuali astratti in un’immagine priva di logiche connessioni con essi, ma parimenti capace di suggerirli emotivamente. Fu Eliot a teorizzare questa tecnica: in essa si riconosceva l’unico modo di esprimere, con efficacia, le emozioni. In Italia tale tecnica si affermò come «poetica dell’oggetto»: faceva capo a Pascoli per poi approdare a Montale.
L’acuta sensibilità dello scrittore non restò immune da un sofferto rapporto con la religione. È nel 1927 che si suole datare la sua conversione alla religione cristiana (i prodromi della svolta si riscontrano già in alcuni passi della West Land). In quell’anno, infatti, cominciò a frequentare la Chiesa anglicana, per convertirsi successivamente all’anglicanesimo, professando nel contempo idee conservatrici: tale posizione lo allontanò ideologicamente dall’amico Ezra Pound, rivoluzionario, repubblicano, con tendenze religiose pagano-orientaleggianti.
Nel 2009 vennero alla luce alcuni inediti di Eliot, in particolare 74 lettere scritte, fra il 1930 e il 1964, al reverendo anglicano Geoffrey Curtis, in cui il poeta, con non celato travaglio, s’interroga sul ruolo della religione nella vita di ognuno, nonché nella propria. E confessa di praticare costantemente «esercizi spirituali», ritenuti «essenziali» per preservare la sua salute mentale da «inquietanti ombre di tristezza». E il sentire religioso di Eliot si manifesta con vigore nel poema Ash Wednesday (1929), nel quale rende anche omaggio alla letteratura italiana, come testimoniato dal verso iniziale Because I do not hope to turn again, che testualmente richiama la ballata di Guido Cavalcanti Perch’i’ non spero di tornar giammai.
Ma il suo tributo alla cultura del Bel Paese non si ferma qui. Catturato dalla bellezza ineffabile della poesia di Alighieri, Eliot scrisse nel 1950 il saggio What Dante means to me, in cui dichiara con orgoglio di aver voluto imparare a memoria i versi della Divina Commedia e di non aver mai provato imbarazzo nel declamarli, anche in presenza di altre persone, a voce alta.
Su Eliot pari fascino fu esercitato da Baudelaire. Tanto che a coloro che giudicavano Goethe superiore all’autore de Les Fleurs du mal, Eliot faceva notare che la peculiare grandezza del poeta maledetto consiste nella «forza del soffrire», che sa coniugare il sovrannaturale e il sovrumano.
E nel sottrarlo dalle pastoie della riduttiva formula «l’arte per l’arte», Eliot rivendicava il genio di Baudelaire che, da un’esistenza lastricata di tormento e travaglio, aveva forgiato un poesia che «scava nella carne», e i cui versi, fiammeggianti come l’alba, non conoscono tramonto.

di Gabriele Nicolò

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

20 settembre 2019

NOTIZIE CORRELATE