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Elezioni generali nel Messico lacerato

· Circa ottanta milioni di cittadini chiamati alle urne ·

Sembra più che probabile che le elezioni generali in Messico  di questa domenica  segnino il  ritorno  del Partido  Revolucionario Institucional (Pri) alla guida del Paese, che aveva tenuto  ininterrottamente  per 71 anni fino al 2000, quando gli subentrò  il Partido Acción Nacional (Pan) di  centro destra, prima con il presidente Vicente Fox e poi con il capo di Stato uscente  Felipe Calderón.     Poco meno di 80 milioni di messicani sono chiamati alle urne  per eleggere il  nuovo presidente, 500 deputati, 128 senatori, 925 sindaci, 5 governatori statali più il  capo del governo del Distretto federale di Città del Messico e altri funzionari. Il candidato alla presidenza del Pri, Enrique Peña Nieto, è dato  per certo vincitore dai sondaggi che lo accreditano di oltre il  43 per cento dei consensi.  Come principale rivale, tra l’altro,  Peña Nieto, ex governatore dello Stato di Mexico,  dovrebbe avere  Andrés Manuel López Obrador, conosciuto anche come Amnlo, del Partido de la Rivolución  Democratica (Prd),  di sinistra, già candidato sei anni fa, quando venne sconfitto da Calderón.  López Obrador è dato staccato da alcuni sondaggisti di oltre 15 punti percentuali, ma la  candidata del Pan, Josefina  Vásquez Mota, già ministro dell’Istruzione nel Governo di Calderón,  viene considerata in condizioni ancora peggiori, dato che persino i sondaggi a lei più favorevoli l’accreditano al massimo del 24 per cento delle intenzioni di voto. Ma a frenare – e forse a impedire – il successo di Peña Nieto, impreditore e in pratica monopolista del settore televisivo, potrebbe esserre l'irruzione sulla scena politica del nuovo movimento studentesco YoSoy132 (io sono 132)  che lo contesta duramente e che alcuni osservatori ritengono in grado di indirizzare verso   López Obrador parte rilevante del voto giovanile, di grande importanza, dato che un quarto degli elettori hanno meno di 26 anni di età.

In ogni caso, dopo dodici anni sembra  essersi esaurito il consenso nei confronti del Pan che potrebbe in pratica quasi uscire di scena.  Calderón lascia un  Paese in gran parte nelle mani dei cartelli di narcotrafficanti, protagonisti di una violenza quotidiana e sistematica che ha provocato oltre cinquantamila morti, senza che sei anni di  vera e propria  militarizzazione del Paese abbiano portato a successi almeno parziali nella guerra  al narcotraffico stesso che Calderón aveva lanciato come priorità del suo mandato e nella quale aveva fatto ricorso in modo massiccio all'esercito.

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