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Eleganza e ironia di un giallo teologico

· In «Dio e monsieur Divan» ·

In una città immaginaria che rappresenta molto bene la provincia italiana si snodano due trame, una costruita sull’indagine per scoprire il colpevole di vari tentativi di avvelenamento, l’altra invece sullo svelamento di un disastro in ambito religioso che solo i teologi possono capire e combattere: l’urgente necessità di liberare Dio, ormai da tempo prigioniero di un Usurpatore, con il quale sarebbero conniventi la Chiesa cattolica e le alte gerarchie di tutte le religioni del mondo. A fare da collegamento fra le due trame un vescovo medio-orientale, simpatico e originale, ma anche sottilmente inquietante.

Detto questo, sembrerebbe che il romanzo di Stefano Jacini Dio e monsieur Divan (Milano, Bompiani, 2011, pagine 216, euro 14) sia un giallo con qualche tocco alla Dan Brown, come tanti altri. Invece è molto di più: non solo perché è divertente e piacevole per la scrittura leggera ed elegante, o perché è ricco di riferimenti colti e raffinati, ma soprattutto perché sa tenere insieme, senza mescolarli ma anche senza contrapporli, il piano quotidiano e quello alto, teologico, senza cadere in banalità.

Le sue critiche alla Chiesa, ovviamente, riflettono molte cose già dette, ma Jacini le propone con ironia, senza cadere nella pesantezza dell’anticlericalismo o dell’esoterismo gnostico, consapevole del fatto che se la Chiesa resiste da millenni nonostante l’Usurpatore è inutile continuare a criticarla.

Accanto alla trama teologica — esposta con maestria — si snoda quella musicale: nella piccola città tutti sono melomani accaniti, soprattutto appassionati d’opera, e le battute dei libretti operistici ritornano spesso nel dialogo fra i personaggi. Ma esiste ancora un terzo livello di lettura, cioè quello dei rapporti con gli animali domestici, anche questo raccontato con ironia e con realismo: gli animali, pur amati, rimangono irriducibilmente altro dall’essere umano, e quindi per molti versi a noi incomprensibili.

Anche i personaggi, che pure potrebbero essere considerati esempi di tipologie ben attestate — la moglie gelosa, l’amante che interferisce importuna nella vita dell’amato sposato, il vescovo dotto e sull’orlo dell’eresia, il bibliotecario ecclesiastico pieno di acciacchi e di paure, i melomani e le abitudini della piccola città — sono sempre descritti con divertita curiosità e attenzione per l’eccentricità, anche piccola, che ognuno nasconde. È come se la vita fosse sempre prevedibile, certo, e così la natura degli esseri umani, ma — suggerisce l’autore — si può tenere a bada la noia con l’ironia, e pure ricordando che sorprese impensabili si nascondono spesso nelle pieghe delle vicende apparentemente più banali.

Come anche in questo libro, che sembra volere, al modo di tanti altri, soprattutto denunciare la corruzione della Chiesa come istituzione, ma poi, perdendosi in molte altre direzioni e possibilità di riflessione, ci lascia con il sensato dubbio che in fondo tutto scorra anche così, accettando i limiti della natura umana, senza cercare di raggiungere quella perfezione impossibile che sta dietro al mito dell’Usurpatore.

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17 settembre 2019

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