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Effetti collaterali
del pettegolezzo

· A proposito del thriller «The Rumour» ·

Una regola aurea per un buon thriller consiste nel lasciare il lettore con il fiato sospeso fino all’ultima pagina, ammesso poi che il finale non deluda le aspettative suscitate nel corso della storia. Quando poi lo svelamento del colpevole è contenuto nell’ultima riga dell’ultima pagina, va da sé che il giallo assume un valore aggiunto. È questo il caso di The Rumour (Londra, Penguin Books, 2018, pagine 416, sterline 7.89) l’opera prima della scrittrice inglese Lesley Kara: tanto di cappello dunque a un’opera, di recente pubblicazione, che — per solidità di intreccio e arguta caratterizzazione dei personaggi — sembra coronare una carriera di successo, quando, al contrario, ne segna l’inizio. Il merito di The Rumour, tuttavia non si limita ai principi fondanti del thriller, ma si estende a una riflessione profonda e illuminante sugli effetti nocivi che a throwaway remark (un’osservazione lanciata così per caso, senza pensarci troppo) può infliggere sulla persona destinataria del pernicioso commento, come pure sui suoi più stretti familiari.

Non è solo l’ultima riga di questo libro a essere pregna di significato, ma anche la prima, che così recita: It starts with a rumour (“Il tutto comincia con una diceria”). A essa seguiranno, in travolgente successione, pettegolezzi e bisbigli, che faranno presto ad attecchire e a spargere veleno perché circoscritti in una cittadina, quindi in un ambiente fisiologicamente portato, almeno in teoria, ad amplificare sussurri fino a consacrarli come voci stentoree, che è impossibile poi smentire e sradicare totalmente. Qualche vestigia delle conseguenze determinate da una malalingua pur sempre rimane.

In uno stile brillante e coinvolgente l’autrice scandaglia l’animo di chi è vittima del rumour, mettendo in luce il malessere che prova e la volontà di reagire per riscattare la propria immagine, severamente compromessa. Le dinamiche del giallo inducono a richiamare, nel segno di una lettura che trascende l’immediata fruizione dell’avvincente storia, le raccomandazioni più volte fatte da Papa Francesco riguardo al dovere di «non sparlare degli altri». Come dichiarò nel discorso alla comunità del Pontificio Collegio Pio-Brasiliano di Roma (21 ottobre 2017), «il chiacchiericcio è “un atto terroristico” perché tu con la chiacchiera butti una bomba, distruggi l’altro e te ne vai tranquillo!». E in occasione del colloquio con l’équipe della Vergine del Silenzio di fra Emiliano Antenucci, il Papa esortò a mordersi la lingua «quando ti viene voglia di chiacchierare». Vengono poi in mente le parole di madre Teresa di Calcutta che sottolineava come non ha tempo di criticare gli altri chi dedica il suo tempo a migliorare se stesso. «Loro conoscono il vostro nome, ma non la vostra storia», diceva madre Teresa. Ad un certo momento del racconto, la protagonista, assediata da «un esercito di bisbigli», nonché insidiata da un intreccio di sguardi sospettosi, si trova a desiderare ardentemente il silenzio, ovvero una tregua che attenui la tensione e le dia un po’ di sollievo. Ed è sul silenzio che il Papa spesso pone l’accento perché «la verità è mite, la verità è silenziosa, la verità non è rumorosa».

Chi in The Rumour ha scatenato il pettegolezzo, constatati i danni provocati, gradualmente si pente e cerca di correre ai ripari. Ed è nel mettere a fuoco questo pentimento che la denuncia, da parte della scrittrice, del gossip, facile e imprudente, assume un potente risalto. Ai fini dell’intreccio del giallo, tale denuncia produce risultati di elevatissima suspense; sul piano della riflessione in merito ai diversi mali della società, essa acquista il valore di un monito severo e di una lezione edificante.

di Gabriele Nicolò

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13 dicembre 2019

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