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Educazione
al servizio della pace

· Una scuola cattolica per i nostri tempi ·

Thimoty M. Parker «Imparare a essere uno»

È proprio dell’educazione la capacità di promuovere il dialogo, l’ascolto e il valore della solidarietà, perché con essa si cresce insieme, si costruiscono relazioni, si accompagnano pazientemente gli alunni verso lo sviluppo di tutti gli aspetti della loro personalità e li si aiuta a correggere visioni della vita troppo legate a interessi materiali, a paradigmi economicisti e ideologici.

Per questo non si può pensare di impostare la vita adagiandosi alla prospettiva di una perenne contrapposizione, ma occorre guardare la realtà con un vivo sentimento di pacificazione e riconciliazione. La pace si edifica con il paziente lavoro quotidiano attraverso una predisposizione dell’animo a comprendere le esigenze dell’altro, a condividere gli impegni e le responsabilità, a dare fiducia e a costruire ponti.

Gli inizi di questo secolo presentano uno scenario profondamente mutato, provocato dalla spinta dei grandi e rapidi cambiamenti verificatisi nel mondo occidentale come pure nei paesi in via di sviluppo. La globalizzazione, la finanziarizzazione dell’economia, la composizione multiculturale della società, accentuata dall’entità dei fenomeni migratori, l’impatto delle nuove tecnologie, insieme ad altri fattori hanno stravolto le vecchie categorie economiche, sociali, ma anche quelle educative. Gli organismi internazionali, come l’Unesco, da decenni stanno considerando le diverse variabili che condizionano negativamente i processi formativi in tutto il mondo e periodicamente propongono dei rapporti che offrono uno sguardo complessivo sulle sfide educative. In essi viene espressa la consapevolezza dei rischi di una deriva individualistica della formazione alla quale occorre rispondere con un progetto educativo che punti alle dimensioni della persona e della comunità sociale.

Il diritto fondamentale dei bambini e dei giovani a essere considerati al centro delle attenzioni dei governi e quindi delle scelte politiche, economiche e finanziarie, impone di investire maggiormente nell’ambito educativo e soprattutto di impostare un’educazione che sappia fare sintesi tra numerose tensioni, evitando estremizzazioni. È necessario unire: la tensione tra il globale e il locale, che va superata educando i cittadini del mondo senza perdere le proprie radici; la tensione tra l’adesione a principi universali e la cura dei propri valori personali; la tensione tra la propria tradizione, che non può costituire un freno ma che deve essere ben radicata e aiutare a porsi in dialogo con altre visioni; la tensione tra esigenze materiali e quelle spirituali.

L’educazione è, dunque, sfidata nei suoi valori più profondi quali: il primato della persona, il valore della comunità, la ricerca del bene comune, la solidarietà e la cooperazione, la cura delle fragilità, l’attenzione ai meno fortunati. Per superare queste sfide, il noto rapporto Delors all’Unesco indica i quattro pilastri sui quali costruire un modello di formazione per il futuro, nei quali si riconosce anche la scuola cattolica. Il primo è indicato come quello dell’imparare a conoscere; il secondo è quello dell’imparare a fare; il terzo riguarda l’imparare a vivere insieme, sviluppando così la comprensione di altre persone e di altre culture e sperimentando l’interdipendenza che ci lega e ci consente di realizzare insieme progetti e imparare a gestire i conflitti, in uno spirito di rispetto per i valori del pluralismo, della comprensione reciproca e della pace; il quarto è imparare a essere, ovvero a sviluppare la propria personalità ed essere in grado di agire con sempre maggiore autonomia di giudizio e di responsabilità personale. L’educazione non deve, dunque, trascurare nessuna dimensione della persona, nessuna potenzialità.

Considerando questi quattro pilastri, ai quali va aggiunto il principio basilare della centralità della persona nel processo educativo, l’ispirazione ai valori cristiani invita a puntare sul paradigma pedagogico che sviluppa un nuovo umanesimo, e cioè concentrarsi sull’amore come prima condizione dell’educare che ha la forza di fare crescere le persone e renderle capaci di trasformare la realtà. A un’idea conservativa dello status quo, in vigore tanto nei paesi ricchi quanto in quelli poveri, si deve contrapporre un’idea nuova, più rivoluzionaria e capace di produrre cambiamento: l’educazione cioè non è funzionale al sistema, ma è un elemento di trasformazione del sistema e apre nuove possibilità.

In questo paradigma il punto di forza è quello di mettere al centro della proposta educativa il concetto di «servizio alla comunità», il service learning. Lavorare per il bene della propria comunità è il modo migliore per lavorare anche per la propria crescita personale, come dimostrano ormai numerose esperienze in tutto il mondo.

L’assunzione dell’approccio pedagogico fondato sul valore del servizio al bene comune attraverso l’apprendimento curricolare non modifica l’impianto scientifico che oggi è alla base della didattica orientata alle competenze, ma ne rivoluziona e finalizza il valore.

In definitiva, come ricordano autorevoli documenti internazionali, l’educazione è sfidata non soltanto a fornire competenze solide per il mondo di oggi e di domani, ma a contribuire alla formazione di cittadini dotati di principi etici, impegnati nella costruzione della pace, nella difesa dei diritti umani e dei valori della democrazia e del bene comune.

La Chiesa del terzo millennio, con la sua presenza attraverso le scuole e le università cattoliche, ma anche con il servizio che molti docenti svolgono nelle scuole dello stato, rinnova la sua passione educativa per il bene delle giovani generazioni, aiutandole a crescere non solo in intelligenza ma anche e soprattutto in umanità. Il fine dell’educazione è di consentire a ogni persona di sentirsi attivamente partecipe nella costruzione di una nuova società, a partire da un quadro di istanze etiche e normative condivise. In quest’ottica va sempre portato avanti il processo di inclusione che deve procedere fino a estendersi all’intera famiglia umana.

Ciò significa che il progetto educativo della scuola cattolica sarà completo e realizzato se saprà influire sugli stili di vita e sulla stessa esistenza dei cittadini delle future generazioni. Si tratta di costruire il bene comune che coinvolge non solo i contemporanei, che popolano la terra oggi, dovunque essi siano, ma anche i futuri cittadini del pianeta. Occorre per questo un’educazione basata su una ecologia umana integrale e, di conseguenza, su un’etica intergenerazionale che richiede di proiettarsi, «lanciarsi in avanti», aprirsi, «guardare al futuro». Siamo, perciò, invitati a offrire nelle scuole cattoliche un’educazione che sia una forza dinamica che modifica il presente, lo stato di essere e origina sviluppo, cambiamento e maturazione.

Tutto ciò rischierebbe di rimanere lettera morta se non si potesse contare su insegnanti ben motivati e qualificati. Essi sono il segreto, il fattore che determina il risultato e il successo dell’offerta formativa di una istituzione. L’identità evangelica e la missione della scuola cattolica, la sua capacità di costruire una solida comunità educante e l’attenzione a rispondere alle numerose sfide che la società pone alla scuola possono essere garantite se gli insegnanti le condividono e le traducono con convinzione e passione nel loro quotidiano lavoro didattico.

Essi, perciò, vanno ben preparati, selezionati, aggiornati e sostenuti, anche dal punto di vista economico nonostante le difficoltà, perché l’investimento su buoni educatori è sempre un fattore strategico e garantisce il bene della Chiesa e della società.

di Vincenzo Zani, Arcivescovo segretario della Congregazione per l’educazione cattolica

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21 agosto 2018

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