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Educare per vivere

· Eraldo Affinati racconta le scuole Penny Wirton ·

Da oltre dieci anni insegnano italiano agli stranieri

«Quando entrai da insegnante di lettere alla Città dei ragazzi, fui obbligato a modificare il modo di pormi perché quasi tutti i miei alunni erano immigrati (...). Sapevo che nel sistema tradizionale dell’istruzione statale non potevano apprendere come avrebbero dovuto. Pensammo di costruire una scuola tutta per loro (e per noi): senza classi, senza voti, senza burocrazia, senza soldi».

Da questa consapevolezza, dal desiderio di fare qualcosa subito e con il priore di Barbiana nella mente — e nel cuore — nasce la prima Penny Wirton, la scuola di italiano per stranieri, fondata da Eraldo Affinati e dalla moglie Anna Luce Lenzi, undici anni fa. Oggi se ne contano più di quaranta, dalla Calabria al Friuli, dall’Abruzzo alla Lombardia, alla Toscana, a tutto il Lazio, tanti volontari che riversano in questa esperienza la forza della gratuità, del piacere intellettuale di insegnare e imparare, dove nonostante siano prevedibili «più beghe che gioie», la fiducia cocciuta è più forte delle delusioni.

«Il nocciolo pedagogico» ha radici lontane, in una passeggiata di Affinati bambino al Pincio, al carbone al posto dei dolci per la Befana e la sensazione che i grandi stiano sbagliando. Per Penny Wirton, il bambino protagonista della favola di Silvio D’Arzo, quella sensazione è certezza e per questo sceglie la fuga. Tornerà quando avrà trovato le parole per capire e farsi capire.

Il libro di Affinati Via dalla pazza scuola. Educare per vivere, edito da Mondadori (Milano, 2019, pagine 245, euro 15,30), è un romanzo e insieme un saggio e una riflessione, anche introspettiva, che parte proprio dalla testimonianza fuori dal comune delle scuole Penny Wirton. La narrazione scorre appassionata, lirica, con riferimenti ai grandi maestri da Tolstoj a Bonhoeffer, a D’Arzo, da Conrad a Rigoni Stern a Chiara Lubich, ma la tempra del libro è data dalla presenza costante dei Penny Wirton di oggi, ragazzi spesso senza famiglia, provenienti da tutte le parti del mondo, dalla ferocia dei loro vissuti, dalla loro sensibilità, dalla loro unicità.

L’insegnamento uno a uno, sostenendo lo sguardo dell’altro, in una relazione di fiducia e simpatia è una delle intuizioni principe della Penny Wirton. L’integrazione, quella vera, non può fermarsi alla dimensione verbale, devono emergere gli aspetti umani per essere raccontati, ascoltati. Interfacciandosi tutto è più naturale e quel rapporto d’intesa deve rimanere a prescindere dalla didattica.

Non è un’impresa semplice. Bisogna accettare la fatica, l’emotività a fior di pelle, l’incostanza, prevedere le defezioni, l’equivoco, il fraintendimento. Ma in questa, come in tutte le situazioni importanti e indispensabili della vita, sbagliare è di chi si mette in gioco e accetta di sporcarsi le mani. Carlo Bruni, regista teatrale e primo animatore delle Penny Wirton pugliesi chiama la sua scuola «una scuola con la q», un ingranaggio con delle molle rotte ma che lavora a pieno ritmo.

Attivarsi, sempre e comunque, «là dove siamo» con i ragazzi, gli ambienti, i mezzi che abbiamo a disposizione, senza averli scelti, senza alibi: aumentare il carico senza abbassare l’asticella dell’obiettivo finale.

«Via dalla pazza classe» non vuol dire necessariamente uscire dall’aula, significa assumere una diversa posizione esistenziale. Davanti alla consapevolezza che non può bastare guardarsi negli occhi, prendersi cura gli uni degli altri, fare sul serio, l’autore invita a organizzare piccoli gruppi dentro lo stesso istituto capaci di dialogare «raccontando ad altri cosa stanno facendo».

Ci sono pagine — fra le più belle — che vibrano di fiducia nel futuro, che invitano a puntare sulla capacità di rigenerazione dei giovani, sul loro entusiasmo militante. Affinati racconta di studenti di un istituto alberghiero accompagnati dai loro insegnanti, inizialmente solo incuriositi da questa scuola senza campanella, senza voti e senza esami, dove svolgere ore di tirocinio formativo previsto dall’alternanza scuola—lavoro. Poi partecipativi, addirittura infervorati da questa esperienza.

Come Giorgio, il paffuto sedicenne che con la penna in mano spiega al nigeriano che potrebbe essere suo padre, uno schema e le didascalie presenti sul manuale. Entrambi concentrati in un’alchimia logica imprevedibile, nonostante il frastuono. «Una magia unica». Il suo professore lo osserva incredulo: Giorgio, quel ragazzetto che a scuola è uno dei peggiori e rischia la bocciatura, lì è straordinario, il migliore.

Mohamed, cresciuto nelle campagne sul Delta del Nilo, alla Penny Wirton apprende i primi rudimenti di italiano estraendo dadi colorati, uno con i pronomi personali, l’altro con le forme verbali. La sua maestra Viola, è una sedicenne poco più grande di lui. «Nel sistemare le parole mischiate, scegliendo fra i solidi di plastica colorati, trovano entrambi un senso inaspettato: Mohamed ricompone le fratture della sua vita spezzata e lo fa nella nostra lingua, che assume quindi un rilievo speciale. Viola si siede dall’altra parte, non più discente, bensì docente, e si accorge di come è difficile ma anche esaltante. (...) Quanta pazienza ci vuole. Quanta forza. E quanta verità è necessario mettere in campo».

Viola non capisce perché Mohamed si rifiuta di imparare l’imperfetto. E lui riesce a stupirla: con gesti rapidi le spiega che il passato lo intristisce, gli ricorda eventi spiacevoli, vuole lasciarlo alle spalle. «Preferisce il presente, meglio ancora il futuro: su questi due tempi verbali, scacciando i suoi vecchi pensieri, si mette al lavoro».

di Nicla Bettazzi

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06 dicembre 2019

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