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Trasmettere significa portare alla luce

Il monte Olimpo o il Sinai, le Ziggurat babilonesi o il tempio di Gerusalemme sono ben noti esempi di luoghi o monumenti sacri dell’Antichità. Parafrasando Mircea Eliade, essi sono punti di emergenza dell’essere che in qualche modo si rivela nella sua forza misteriosa che sostiene l’esistere. Con il Cristianesimo, il posto del monte o tempio sacro è stato preso dalla persona umana in tutta la sua concretezza: sono la donna o l’uomo particolari, il vecchio o il bambino a essere diventati luogo del Sacro, centri privilegiati dell’incontro amoroso tra essere ed esistere. Ogni persona in carne e ossa è però in equilibrio instabile e da sola viene presto inghiottita. È solo come parte di una «sacra famiglia in cammino» che essa trova un proprio solido posto nella vita per potere agire ed andare più là.

Leon Zernitsky, «Educazione» (2014)

Ogni famiglia umana ha due compiti fondamentali, quello di “generare” e di “educare”. Questi due compiti alla fine si riconducono a uno solo: «portare alla luce». Come è scritto nella Genesi, la luce è nata dalle tenebre grazie alla decisione e l’intervento di Dio. Prima del Dio biblico, è questa la luce proclamata da Akhenaton, il faraone rivoluzionario che per un brevissimo periodo di tempo ha cercato di imporre un solo Dio ai tanti che guidavano la vita degli antichi Egizi.
La luce del sole nasce dal buio della notte e distrugge i fantasmi. Tuttavia nella notte essa alla fine scompare. Da tempi immemorabili l’uomo — che forse era una donna discendente di “Lucy” — ha imparato ad accendere il fuoco per illuminare la notte. Attorno al fuoco l’uomo ha raccolto la propria famiglia e ha insegnato come accenderlo ai propri figli, e così via per centinaia di migliaia di anni. La sacralità del fuoco delle antiche Vestali si rivive anche adesso nelle chiese, con le candele sull’altare o in quelle davanti a un’immagine votiva. Sembra una domanda banale — a cui non ho saputo rispondere — quella che mi ha posto mia figlia, cercando di spegnere con le dita una bugia di Natale: «Che cos’è il fuoco?».
Compito di ogni famiglia è di portare i figli alla luce. Questo è lo stesso compito di ogni educatore, come avevano ben capito Socrate e Platone che hanno visto nell’educazione la forma più alta dell’amore. Il senso etimologico di educare è “condurre fuori”, far venire alla superficie quello che di bello e di buono è già nel cuore di ognuno. Il modo migliore di insegnare non è quello di parlare ascoltandosi, ma di esprimere quello che di meglio portiamo in noi stessi, facendo attenzione a chi ci ascolta. Più che parlare, bisogna “aiutare a parlare”, suscitare la viva partecipazione di coloro a cui si insegna in modo che siano essi stessi a farsi “insegnanti”. È così che tutti quanti possiamo continuare a imparare.
Condizione necessaria per l’insegnare è ispirare l’attenzione e il rispetto che vengono quando uno parla con tutta la propria persona, piuttosto che con parole prese in prestito da altri. È anche partecipando con tutto il proprio essere che chi ascolta può davvero imparare e cominciare lui stesso a insegnare.
Perché questa dinamica dell’educazione possa instaurarsi e durare c’è bisogno di “autorità”. L’autorità tradizionale su cui si è retta la famiglia umana nei secoli è stata quella del pater familiae. Tuttavia, anche nel passato, il padre di una famiglia non avrebbe avuto nessuna autorità se non gli fosse stata conferita dalla moglie e dai figli. Nella sacra famiglia di Nazareth, l’autorità di Maria viene dal bambino che le si affida tra le braccia. Ed è il bambino e Maria che danno a Giuseppe il compito di muoversi e guidarli in terra d’Egitto.
E per chi ha voluto seguire Gesù, Giuseppe e Maria nei secoli, e fare parte della loro famiglia? Ha scritto Sant’Agostino a proposito della sua fede: «Ego vero Evangelio non crederem, nise me Catholicae Ecclesiae commoveret auctoritas» (Contra epistolam Manichaei quam vocant fundamenti v, 6 in Patrologia latina 42, 175). È questa autorità che ha spinto Agostino a entrare nella Chiesa cristiana di cui si è fatto maestro e pilastro. Il nesso misterioso di amore e autorità che lega il maestro al discepolo come il genitore al figlio si ritrova in quello tra il sacerdote e il fedele. Insegnare e imparare non sono attività accessorie, ma una questione di vita e di morte per la società e la Chiesa di cui facciamo parte, adesso come lo è stato nei secoli passati.
L’autorità e la missione educativa della Chiesa devono essere radicate nella storia, come ha voluto sottolineare il nostro Papa benemerito all’inizio del suo pontificato riprendendo a indossare il pallio. Come Cristo e mandata da Lui, la Chiesa insegna con l’autorità “sacrale” della famiglia, con radici ben solide che si perdono nella notte dei tempi, quando l’uomo ha imparato ad accendere il fuoco, ha guardato al cielo e cominciato a seppellire i propri morti. Quando la storia viene dimenticata, si rischia di perdere la base di appoggio nei secoli, e cadere nell’irrilevanza della chiacchiera a vuoto.

Siamo tutti su una qualche piccola barca in mezzo ai flutti del mare e non sappiamo bene dove andiamo. Gesù al timone sembra spesso che dorma, ma si può intravedere sull’altra sponda chi ci aspetta e può parlare per Lui: lo spirito del Figlio dell’Uomo. È il kalòs kai agathòs di filosofia e religione, scienza, arte e cultura. Si potrebbe dire che, per la maggior parte, l’altra sponda è il mondo dei morti. Ma in realtà questo è un mondo ben concreto e vivente. C’è lo spirito di tanti animi eletti che possono avere acceso e ispirato in modo diverso ciascuno di noi. Ma c’è anche lo spirito del tutto particolare e irripetibile dei nostri cari. È grazie al mondo dell’educazione, a cominciare da quella di quando abbiamo imparato a camminare e parlare, leggere, scrivere e pensare, che noi siamo chi siamo. Il nostro essere come famiglia ha bisogno dello spirito vivente di chi ci ha preceduti e ci invita a metterci in moto e spingerci oltre il confine.

di GianPaolo Dotto

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19 settembre 2018

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