Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Il vocabolario della speranza

· A mezzo secolo dal discorso di Paolo VI all’Onu ·

Prendo le mosse da una Lettera da me scritta ai fedeli della Chiesa Ordinariato Militare in occasione del centenario della prima guerra mondiale e della visita del Papa a Redipuglia, nel settembre scorso: Il Dio che stronca le guerre. 

Il titolo è un versetto biblico (Giuditta 16, 2; cfr. 9, 7) tratto dalla preghiera che una donna di Israele, Giuditta, rivolge a Dio durante un conflitto in cui gli assiri sembrano ormai aver definitivamente sconfitto il suo popolo. Ed è interessante che proprio questa donna, che nella tradizione giudaica è un emblema di debolezza, saprà vincere un nemico apparentemente invincibile, sperimentando la forza del dono dell’aiuto di Dio: «Il Signore è il Dio che stronca le guerre».

Sandro Botticelli, «Il ritorno di Giuditta a Betulia» (1472, particolare)

Sì, la pace ha il sapore di un dono, troppo spesso lo dimentichiamo. E, se è vero che non si può e non si vuole dare a questa affermazione una sfumatura confessionale né tantomeno farne un invito alla passività, bisogna riconoscere che proprio la dinamica del dono apre il tema della pace al tema della relazionalità: per ricevere un dono, si potrebbe dire, occorre mettersi in gioco tanto quanto per fare un dono. La pace invoca, anzitutto, una politica fondata sul rispetto e la difesa dei diritti umani; difesa che — è stato ben spiegato da Papa Francesco — può arrivare fino al dovere di «fermare l’aggressore ingiusto» per proteggere gli innocenti. Il punto cruciale è proprio qui: la logica della pace deve superare l’indifferenza ed essere sempre più consapevole di dover difendere «persone», non territori o «confini», come poteva essere, ad esempio, al tempo della prima guerra mondiale.
«La vostra vocazione è quella di affratellare non solo alcuni, ma tutti i Popoli (...). Staremmo per dire che la vostra caratteristica riflette in qualche modo nel campo temporale ciò che la Nostra Chiesa cattolica vuol essere nel campo spirituale».
Con un interessante parallelismo tra l’Onu e la Chiesa, Paolo vi conduce a riflettere sul dovere di «affratellare» i popoli, dunque sul recupero di quel senso dell’«essere popolo» che, secondo Papa Francesco, è molto più che essere semplicemente parte di una realtà geografica o politica. Il popolo è una realtà vitale, quasi un corpo da cui nessuno va «scartato». Per questo, il bene comune e il senso stesso dell’unità partono dalle periferie. «Noi sentiamo di fare Nostra la voce dei morti e dei vivi; dei morti, caduti nelle tremende guerre passate sognando la concordia e la pace del mondo. (...) E facciamo Nostra la voce dei poveri, dei diseredati, dei sofferenti, degli anelanti alla giustizia, alla dignità della vita, alla libertà, al benessere e al progresso».
È bellissimo questo grido di Paolo vi, che dipinge la vocazione della Chiesa e definisce la radice antropologica della pace: considerare l’altro come «prossimo», riconoscere dignità di persona a ogni persona, dando voce a chi non ha voce.
È interessante, a questo proposito, ricordare l’indicazione del cardinale Jorge Mario Bergoglio a sottolineare come la «scelta di base per ricostruire la Patria» sia «la Parabola del Buon Samaritano con il suo invito alla compassione».
La compassione è capace di sollevare gli orizzonti umani al di sopra degli interessi e degli egoismi personali, schiudendo il cuore a sentimenti di misericordia, tenerezza, perdono. Un vero e proprio «vocabolario di speranza», da riscoprire e reimparare, anche in ambito militare, valorizzando, in particolare, quella disponibilità al sacrificio che spesso trova senso nella vita, e anche nella morte, di tanti nostri fratelli, concretamente spesa a difesa dei più piccoli. Tutto questo, tuttavia, non si improvvisa.
«Voi avete compiuto e state compiendo un’opera grande: l’educazione dell’umanità alla pace. L’Onu è la grande scuola per questa educazione».
La vera sfida della pace è la sua dimensione pedagogica; Paolo vi lo sottolinea. A essa sono dedicate esperienze stupende di cooperazione fraterna in contesti multiculturali e multireligiosi, portate avanti in luoghi di frontiera in cui la semplice convivenza umana sembrerebbe impossibile. A essa sono indirizzati gli sforzi delle famiglie, degli insegnanti, di tutti gli educatori.
Per la mia esperienza, è molto interessante considerare quale potenziale educativo sia racchiuso anche nel mondo militare; potenziale che ci interpella, perché va valorizzato e indirizzato.
Quante volte, guardando all’enorme numero di giovani militari, penso quanta pastorale giovanile incisiva possa essere svolta nelle nostre caserme e nelle nostre scuole, anche per l’educazione alla pace! E mi colpisce sempre pensare a persone come Giovanni xxiii o don Gnocchi le quali, dall’esperienza vissuta come soldati e come cappellani militari, hanno ricevuto in dono una grande educazione all’autodisciplina e una straordinaria sensibilità al tema della pace.

di Santo Marcianò

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

06 dicembre 2019

NOTIZIE CORRELATE