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Ecumenismo come missione

· Verso la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani ·

L’ottobre del 2019 sarà il mese missionario straordinario, così come è stato indetto da Papa Francesco «al fine di risvegliare maggiormente la consapevolezza della missio ad gentes e di riprendere con nuovo slancio la trasformazione missionaria della vita e della pastorale». Questa decisione è stata resa pubblica nel messaggio del Santo Padre in occasione del centenario della promulgazione della lettera apostolica di Papa Benedetto XV, Maximum illud, sull’attività svolta dai missionari nel mondo. Papa Francesco ha ricordato che ci si potrà ben disporre al Mese missionario straordinario anche attraverso il mese missionario dell’ottobre 2018. A una simile preparazione vuole contribuire anche la seguente riflessione sul legame inscindibile tra impegno missionario e responsabilità ecumenica.

Arnold Topp  «Roter Beter» (1918)

Lo stretto legame tra missione ed ecumenismo risulta evidente sin dagli albori del movimento ecumenico, il quale, dai suoi primordi, è stato anche un movimento missionario. Questa impostazione di fondo trovò una concreta espressione già nella prima Conferenza mondiale sulla missione, che ebbe luogo in Scozia, a Edimburgo, nel 1910. I partecipanti erano consapevoli dello scandalo insito nel fatto che le varie Chiese e comunità cristiane in concorrenza tra loro nel lavoro missionario avevano danneggiato la credibilità dell’annuncio del Vangelo di Gesù Cristo soprattutto nei continenti più lontani, perché avevano portato alle altre culture, insieme al Vangelo, anche le divisioni nella Chiesa in Europa. A essi era dunque chiaro il fatto doloroso che la mancanza di unità tra i cristiani rappresentava l’ostacolo maggiore per la missione nel mondo. Una testimonianza credibile dell’opera salvifica di Gesù Cristo nel mondo è infatti possibile solo quando le Chiese riescono a risanare le loro divisioni nella fede e nella vita. A Edimburgo, fu soprattutto il vescovo anglicano missionario Charles Brent a esigere sforzi più intensi per il superamento di quelle differenze relative alla dottrina della fede e all’ordinamento delle Chiese che si frapponevano sul cammino verso l’unità.

Tenendo presente questa consapevolezza del nesso inscindibile tra missione ed ecumenismo, sarà facile comprendere perché si siano sviluppati a partire da Edimburgo due ulteriori movimenti, che hanno accompagnato l’ecumenismo fino ai giorni nostri. Il primo, il «movimento per il cristianesimo pratico», chiamato Life and Work, fu fondato nel 1914 a Costanza con l’obiettivo di promuovere una stretta collaborazione ecumenica nell’affrontare le grandi sfide della società, tra cui all’epoca figurava in particolare l’impegno a favore dell’intesa e della pace tra i popoli. Le priorità di questo movimento consistevano soprattutto nel contribuire alla risoluzione di problemi sociali e nel conferire «un’anima cristiana» agli sforzi politici unitari dell’epoca, come quelli compiuti ad esempio dalla Società delle Nazioni, nella convinzione che, in un mondo minacciato da divisioni e da conflitti, i cristiani e le Chiese dovessero adoperarsi per la pace uniti in una comunione ecumenica.

Nel 1910, una seconda ramificazione del movimento ecumenico prese avvio da Edimburgo: Faith and Order, il «movimento per la fede e per la costituzione della Chiesa», che nel 1948 divenne una Commissione autonoma all’interno del Consiglio ecumenico delle Chiese. Dopo Edimburgo, risultò sempre più evidente che l’obiettivo pratico della collaborazione ecumenica avrebbe potuto realizzarsi soltanto se le Chiese si fossero innanzitutto messe d’accordo sui problemi all’origine delle loro divisioni nella dottrina della fede e sulle più rilevanti questioni teologiche attinenti alla costituzione della Chiesa. Questa seconda ramificazione del movimento ecumenico ha come obiettivo prioritario la ricerca dell’unità nella fede.

I tre movimenti sopra menzionati rappresentano sfide diverse all’interno dell’ecumenismo. Faith and Order si occupa di questioni teologiche specifiche relative alla fede, al fine di promuovere la ricerca della ricomposizione dell’unità visibile nella confessione della fede, nella comunione di culto, nella costituzione della Chiesa e nel ministero. Life and Work affronta le sfide secolari dell’ecumenismo, concentrandosi sulla collaborazione tra le Chiese al servizio del mondo. Il movimento missionario promuove in particolare la testimonianza comune dei cristiani nel mondo e davanti al mondo.

Il breve excursus storico appena presentato mostra che il movimento ecumenico si è mosso, sin dall’inizio, su questi diversi cammini e che su di essi deve continuare ad avanzare. Ma, ancora di più, evidenzia quanto siano indissociabili il movimento ecumenico e il movimento missionario. Tale constatazione rimane assolutamente attuale anche oggi. Come ha osservato Papa Francesco in maniera incisiva nella sua esortazione apostolica Evangelii gaudium, anche oggi la divisione tra i cristiani rappresenta l’ostacolo maggiore per una credibile evangelizzazione. Il Santo Padre insiste sul fatto che la credibilità dell’annuncio cristiano sarebbe molto più grande «se i cristiani superassero le loro divisioni», che a essa inevitabilmente nuocciono: «Data la gravità della controtestimonianza della divisione tra cristiani, particolarmente in Asia e Africa, la ricerca di percorsi di unità diventa urgente. I missionari in quei continenti menzionano ripetutamente le critiche, le lamentele e le derisioni che ricevono a causa dello scandalo dei cristiani divisi». Pertanto, secondo Papa Francesco, «l’impegno per un’unità che faciliti l’accoglienza di Gesù Cristo smette di essere mera diplomazia o un adempimento forzato, per trasformarsi in una via imprescindibile dell’evangelizzazione» (Evangelii gaudium, 246).

Missione ed ecumenismo si esigono e si sostengono a vicenda. Una Chiesa missionaria è infatti, per sua natura, una Chiesa ecumenica, e una Chiesa impegnata ecumenicamente è il prerequisito fondamentale di una Chiesa missionaria. Già il concilio Vaticano II lo aveva riconosciuto, come traspare dalla costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et spes: il concilio «avendo penetrato più a fondo il mistero della Chiesa, non esita ora a rivolgere la sua parola non più ai soli figli della Chiesa e a tutti coloro che invocano il nome di Cristo, ma a tutti gli uomini. A tutti vuol esporre come esso intende la presenza e l’azione della Chiesa nel mondo contemporaneo» (n. 2). Con questa indicazione programmatica, la costituzione pastorale, sin dall’inizio, non solo introduce il tema fondamentale della missione della Chiesa nel mondo, ma mostra anche il suo legame inscindibile con la costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen gentium, nella quale la missione della Chiesa viene presentata per cerchi concentrici: la Chiesa rivolge la sua attenzione innanzitutto ai «fedeli cattolici», poi a «coloro che, essendo battezzati, sono insigniti del nome cristiano», e infine a «quelli che non hanno ancora ricevuto il Vangelo» (n. 14-16). Questo evidenzia quanto il concilio veda strettamente legati missione ed ecumenismo: mentre il secondo cerchio concentrico riguarda il dialogo ecumenico, il terzo cerchio, quello più esterno, riguarda l’opera missionaria della Chiesa.

Il motivo più profondo alla base del nesso indissolubile tra impegno missionario e impegno ecumenico a favore del ripristino dell’unità dei cristiani è ravvisato dal concilio Vaticano ii nella dimensione escatologica della missione cristiana. Nella descrizione che il secondo capitolo di Lumen gentium fa della Chiesa soprattutto come popolo di Dio che, pellegrino sulla terra tra il «già» e il «non ancora», è in cammino nella storia, e nella storia assume il suo compito missionario, la Chiesa stessa è intesa come un movimento escatologico. Iscrivendosi in questa dinamica, il movimento ecumenico si lega al movimento missionario. Ecumenismo e missione si presentano come le due forme fondamentali del cammino escatologico della Chiesa. Inserendo il compito missionario della Chiesa nel più ampio orizzonte del disegno salvifico universale di Dio per l’umanità, che tende al raduno escatologico di tutte le nazioni promesso dai profeti veterotestamentari, il concilio mostra la missione come segno e strumento dell’unità. La missione cristiana può concepire se stessa solo come proseguimento della missione di Gesù Cristo, che ha dato la propria vita per amore degli uomini; essa, pertanto, può essere solo testimone di quell’amore che si è rivelato in Cristo. Poiché mira a riunire gli uomini nell’amore di Dio e si realizza nell’amore, la missione stessa della Chiesa è un segno di unità.

Ma la Chiesa può essere credibile segno e strumento «dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano» (Lumen gentium, 1), e quindi sacramento di salvezza per il mondo, soltanto se non offre al mondo il deplorevole spettacolo della propria divisione. In ciò risiede il motivo più profondo per cui il concilio ha avuto il coraggio di presentare la divisione persistente della cristianità come la sua condizione più anormale. Il fatto che i cristiani, che credono in Gesù Cristo come redentore e riconciliatore del mondo e che a lui sono incorporati tramite il battesimo, continuino a vivere in Chiese separate rappresenta tuttora il più grande scandalo della cristianità davanti al mondo, uno scandalo che il concilio non esita a chiamare con il suo vero nome: «Tale divisione non solo si oppone apertamente alla volontà di Cristo, ma è anche di scandalo al mondo e danneggia la più santa delle cause: la predicazione del Vangelo ad ogni creatura» (Unitatis redintegratio, 1). Se è vero che la discordia tra i cristiani è una controtestimonianza dell’annuncio del Vangelo, allora è vero anche che la riconciliazione ecumenica è il prerequisito essenziale della missione.

Questo ci conduce a un’altra questione basilare, ovvero capire come, secondo il concilio, la Chiesa debba intendere e realizzare la propria missione per rendere una testimonianza credibile dell’amore di Dio su cui si fonda, amore che deve trasmettere al mondo. La prima condizione fondamentale consiste nel fatto che la Chiesa può vivere la dinamica missionaria dell’amore solo se essa scaturisce dalla gioia del Vangelo, se testimonia l’Evangelii gaudium, nel desiderio di condividere con gli altri il dono prezioso fattoci da Dio. Proprio per tale desiderio, la Chiesa non può tenere per sé il Vangelo, autocompiacendosi, ma deve andare oltre se stessa e raggiungere gli uomini, essendo agli uomini inviata.

Come i cristiani non possono tenere per sé il Vangelo, così non devono imporlo agli altri. Piuttosto, lo dovranno donare generosamente, in piena libertà, invitando gli altri ad accoglierlo. La missione cristiana si compie soltanto se il cuore dei cristiani ricolmo della gioia della fede tocca il cuore di altri uomini e se la ragione illuminata dalla fede parla alla loro ragione. La missione cristiana è un processo del tutto libero: è il libero invito, rivolto alla libertà altrui, di entrare in comunicazione e di intraprendere un dialogo libero e vitale, come ha osservato Papa Benedetto xvi nel descrivere con parole pregnanti la missione della Chiesa durante l’omelia tenuta ad Aparecida, nel maggio del 2007, nella santa messa di inaugurazione, in occasione della quinta Conferenza generale dell’episcopato latinoamericano e dei Caraibi: «La Chiesa non fa proselitismo. Essa si sviluppa piuttosto “per attrazione”: come Cristo “attira tutti a sé” con la forza del suo amore, culminato nel sacrificio della Croce, così la Chiesa compie la sua missione nella misura in cui, associata a Cristo, compie ogni sua opera in conformità spirituale e concreta alla carità del suo Signore».

Quanto il concilio afferma a proposito dello stretto legame tra missione ed ecumenismo vale tanto più in riferimento a quella sfida epocale davanti a cui si trova oggi la cristianità, ovvero la nuova evangelizzazione. Mentre per missio ad gentes si intende il compito pastorale di creare per la prima volta nella storia uno spazio vitale al Vangelo di Gesù Cristo in quelle culture che non sono ancora entrate in contatto con il cristianesimo, compito che è dunque chiamato prima evangelizzazione, la nuova evangelizzazione comporta il rinnovato sforzo di annunciare il Vangelo soprattutto in quelle società, presenti prevalentemente in Europa, che, pur avendo sperimentato per secoli la cultura cristiana, hanno conosciuto, nel processo della modernità, una profonda secolarizzazione — nell’Europa occidentale — oppure un’agguerrita campagna di annientamento nei confronti della fede cristiana e una repressione sistematica delle Chiese cristiane — nell’Europa dell’est.

Vi è un’ulteriore, importante differenza anche per quanto riguarda la dimensione ecumenica del compito missionario: mentre la prima evangelizzazione ha originato nel continente europeo una cristianità che viveva in un’unica Chiesa, la nuova evangelizzazione si rivolge a una cristianità che vive tuttora in Chiese separate e potrà pertanto essere realizzata in maniera credibile solo se avrà una chiave musicale ecumenica. Già molto tempo fa, di tale sfida era ben consapevole il padre gesuita tedesco Alfred Delp, che fu ucciso a causa della sua opposizione all’ideologia nazionalsocialista il 2 febbraio 1945 a Berlino Plötzensee. Già all’epoca, egli era giunto alla conclusione che noi, soprattutto in Europa, siamo diventati terra di missione e che dobbiamo prenderne atto. In un articolo scritto all’inizio del suo ultimo anno di vita sul «Destino delle Chiese», aveva profetizzato che la capacità, da parte della Chiesa, di trovare ancora una volta una via che la avvicinasse agli uomini sarebbe dipesa da una questione basilare: «se le Chiese fanno subire di nuovo all’umanità l’immagine di una cristianità litigiosa, hanno chiuso. Dobbiamo accettare di portare il peso della divisione sia come destino storico sia come croce. Nessuno, tra chi oggi è ancora in vita, vorrebbe farlo di nuovo. Al contempo, la divisione deve essere anche la nostra permanente vergogna, perché non siamo stati in grado di conservare intatta l’eredità di Cristo, il suo amore». Delp aveva compreso chiaramente che una fruttuosa nuova evangelizzazione deve accompagnarsi alla ricerca perseverante della piena unità dei cristiani, compiuta con tutte le forze, e che, viceversa, il movimento ecumenico deve affrontare la sfida della nuova evangelizzazione.

Alla luce di quanto è stato detto, possiamo constatare con gratitudine che, dopo il concilio Vaticano II, tutti i pontefici che si sono impegnati a favore della ricerca dell’unità dei cristiani hanno posto al centro della vita ecclesiale anche il compito missionario della Chiesa, soprattutto dal punto di vista della nuova evangelizzazione, promuovendo così la recezione del tema della missione, caro al concilio, con un’eccezionale coerenza e continuità. In occasione del decimo anniversario della conclusione del concilio, nel 1975, Papa Paolo VI pubblicò, davanti all’insorgere di nuove sfide, la sua straordinaria esortazione apostolica Evangelii nuntiandi, dove ravvisava l’identità fondamentale della Chiesa nella sua attività evangelizzatrice: «Evangelizzare, infatti, è la grazia e la vocazione propria della Chiesa, la sua identità più profonda. Essa esiste per evangelizzare» (n. 14). Affinché questo compito evangelizzatore possa essere assolto in maniera credibile, la Chiesa stessa ha continuamente bisogno di un’auto-evangelizzazione che comprenda anche la conversione alla ricerca ecumenica dell’unità dei cristiani.

Papa Giovanni Paolo II, nel corso del suo lungo pontificato, ha promosso la nuova evangelizzazione ad ampio raggio, come cammino pastorale della Chiesa verso il futuro. Con il suo appello, «l’ora è venuta per intraprendere una nuova evangelizzazione», egli intendeva dare una risposta soprattutto ai cambiamenti decisivi verificatisi nei paesi europei dopo la svolta del 1989. Per questo, egli era anche convinto del fatto che la cristianità dovesse essere più disposta a «imboccare il cammino di quell’unità per la quale Cristo pregò la vigilia della sua passione» (Varcare la soglia della speranza, p. 164).

Al centro del suo impegno a favore della nuova evangelizzazione, Papa Benedetto XVI ha posto il kerygma cristologico come contenuto fondamentale, al fine di impartire un vivificato impulso alla testimonianza di Gesù Cristo nella società odierna. E per approfondire questo programma, ha istituito un nuovo pontificio consiglio: il Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione. Determinante è stata la sua convinzione che la testimonianza cristiana di Gesù Cristo può essere resa in maniera credibile soltanto se, nel mondo di oggi, essa presenta una chiave musicale ecumenica. La nuova evangelizzazione, infatti, «ci chiede anche di proseguire con impegno la ricerca della piena unità tra i cristiani» (omelia del 28 giugno 2010).

Sulla scia dei suoi predecessori, Papa Francesco porta avanti oggi con coerenza l’opera della nuova evangelizzazione, richiamandosi a quegli impulsi missionari menzionati nel messaggio della quinta Conferenza generale dell’episcopato latinoamericano e dei Caraibi, al quale l’allora cardinale Bergoglio aveva molto contribuito e che, in seguito, è stato da lui descritto come «l’Evangelii nuntiandi dell’America latina», in riferimento allo slancio missionario di Papa Paolo VI. Con la sua esortazione apostolica Evangelii gaudium, Papa Francesco invita i fedeli cristiani a «una nuova tappa evangelizzatrice» (n. 1) marcata dalla gioia, e a una «trasformazione missionaria della Chiesa» in una «Chiesa in uscita» (n. 19-23), di cui fa parte anche la comunione ecumenica con la sua testimonianza e il suo servizio.

Alla luce degli orientamenti forniti per la nuova evangelizzazione dai diversi pontefici, appare evidente che la testimonianza dell’amore di Dio, che è parte integrante e costitutiva dell’identità della fede cristiana, deve essere resa, nel mondo di oggi, in una comunione ecumenica. Questo inscindibile legame tra evangelizzazione e ricerca dell’unità dei cristiani, di cui, dal concilio in poi, la Chiesa è diventata sempre più consapevole, è in fondo tanto vecchio quanto il cristianesimo e risale al cenacolo, dove Gesù, alla vigilia della sua passione e morte, pregò per l’unità dei suoi discepoli, con un preciso intento: «perché il mondo creda che tu mi hai mandato» (Giovanni, 17, 21). Con questa proposizione finale nella preghiera del Signore, l’evangelista Giovanni ci dice che l’unità dei discepoli non è un fine in sé, ma è al servizio della credibilità della missione di Gesù Cristo e della sua Chiesa e rappresenta l’indispensabile prerequisito di una testimonianza convincente nel mondo.

L’evangelizzazione deve avere una chiave musicale ecumenica, affinché la sua melodia non sia cacofonica ma sinfonica. Se la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani ci aiuterà ad approfondire ciò che stava a cuore al Gesù orante, e a percepire missione ed ecumenismo come inseparabili gemelli, allora anch’essa sarà un importante contributo alla preparazione per il Mese missionario straordinario.

di Kurt Koch

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21 maggio 2018

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