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Economia
di comunione

· ​Il sostituto della Segreteria di Stato su Chiara Lubich ·

Si è tenuto nella mattina del 3 maggio a Palazzo Borromeo, sede dell’ambasciata d’Italia presso la Santa Sede, il convegno «Chiara Lubich e l’economia di comunione: il percorso di una profezia». All’incontro, moderato da Paola Severini, hanno partecipato il sostituto della Segreteria di Stato, la presidente del movimento dei Focolari, Maria Voce, Luigino Bruni, Leonardo Becchetti e Simona Rizzi.


Sono molto lieto di trovarmi questa mattina con voi, che riflettete sul tema «Chiara Lubich e l’Economia di Comunione: il percorso di una profezia». Sì, perché di profezia si è trattato. Era il maggio del 1991 quando Chiara, in visita alle comunità del Movimento in Brasile, restò colpita dallo stridente contrasto tra le favelas e i grattacieli della città di San Paolo. Da quell’attrito inaccettabile tra povertà e ricchezza scoccò in lei la scintilla di quell’ispirazione che da subito prese il nome di Economia di Comunione.

Economia e comunione: fa già riflettere l’accostamento di due parole che parrebbero quasi antitetiche, appartenenti a campi semantici rigorosamente distinti. Da una parte l’economia, con la ricerca del profitto e i suoi meccanismi veloci, spesso voraci e in parte incontrollabili; dall’altra la comunione, che indirizza il pensiero al pacifico incontro di animi in un clima familiare, di casa.

Eppure, a ben pensarci, la stessa etimologia della parola economia riporta proprio alla casa. Il significato originale del termine nell’antica lingua greca designava, infatti, proprio «l’amministrazione della casa». L’economia è chiamata dunque a servire anzitutto l’esistenza quotidiana e familiare degli uomini, che non può essere vissuta se non in comune. Oggi, invece, impauriti anche dalla crisi economica, vi è la tentazione di vivere concentrati su se stessi, di ricercare felicità private, che escludono gli altri, generando rivalità, inimicizia e infelicità pubblica. L’economia non è però un’attività destinata a produrre ricchezza a beneficio di pochi, ma una nobile vocazione a custodire la dignità del vivere insieme.

È urgente, pertanto, creare nuovi modelli che regolino i profitti, le finanze e il commercio, sistemi di scambio più inclusivi ed equi, non controllati da pochi, che ispirati alla persona e ai diritti dei popoli, vadano a reale beneficio delle società. È auspicabile un’economia incentrata sulla dignità del lavoratore, che persegua una paziente umanizzazione del lavoro, adeguandolo maggiormente alla vita e alle esigenze delle persone stesse.

Ecco allora che economia e comunione non solo si possono, ma anche si devono incontrare. E se l’economia è chiamata a ricercare la dignità della persona piuttosto che l’avidità del profitto, la comunione — categoria che a volte si rischia di delegare a teologi o pastoralisti — è tenuta a non restare un ideale astratto, ma a calarsi nei dinamismi concreti della vita sociale. Lo ha ricordato pochi giorni fa il Papa, affermando che la pace, da tutti attesa, inizia dal basso, «a cominciare dalle case, dalle strade, dalle botteghe, là dove artigianalmente si plasma la comunione». A questo proposito ha citato il servo di Dio Tonino Bello, che disse: «dall’officina, come un giorno dalla bottega di Nazareth, uscirà il verbo di pace che instraderà l’umanità, assetata di giustizia, per nuovi destini» (Discorso ad Alessano, 20 aprile 2018).

Il mio auspicio, ed è l’augurio che vi rivolgo all’inizio di questo convegno, è che progetti sempre nuovi di Economia di Comunione possano continuare a costituire segni profetici di incontro tra cielo e terra, tra quella comunione che pacificamente regna in cielo e questa economia sempre più frenetica che, tra tante incertezze e troppe disuguaglianze, è chiamata a sostenere la vita sulla terra di tutti.

di Angelo Becciu

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