Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Ecologia ante litteram

· ​Quel parroco amato da Benedetto Croce ·

Il titolo del Salone del libro 2016 era «Visioni»; il filo conduttore, far conoscere i progetti già realizzati o ancora da realizzare di chi ha la capacità di guardare lontano e vuole lavorare per il futuro. Proprio intorno a questo tema è nato il volume Elogio del patrimonio. Cultura, arte, paesaggio presentato all’interno della programmazione della kermesse torinese (Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2016, pagine 136, euro 12).

Benedetto Croce negli anni Quaranta con le figlie

L’ultimo libro di Giovanni Maria Flick, ex ministro della Giustizia, ex presidente della Corte costituzionale, è una richiesta di intervento in difesa del patrimonio culturale, artistico e ambientale italiano, e una riflessione sul nono articolo della Costituzione del BelPaese: «La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione». Un appello che, non a caso, esce a un anno dall’enciclica Laudato si’.

L’autore non abbandona il tema centrale del suo precedente libro, Elogio della dignità, ma lo amplia riflettendo sul necessario dialogo tra passato e futuro alla luce della complessità del presente, in una società eterogenea, formata da monadi che troppo spesso non interagiscono tra di loro. Una frammentazione culturale che ci allontana progressivamente dall’idea di bene comune e favorisce nel tempo una graduale alienazione anche del concetto di identità personale. Si respira meglio quando i due polmoni della società, cultura e natura, funzionano a dovere, fa capire Flick nel suo saggio.

«La memoria del passato — si legge nella quarta di copertina in un brano in cui si parla di tutela archeologica e sviluppo del presente — sta nel linguaggio delle pietre e degli oggetti che esprimono quel passato. Il progetto del futuro sta nel linguaggio dell’erba, dei fiori, degli alberi, dell’acqua, della terra e dell’aria che ci circondano; che continuiamo sempre più a violentare e a cercare di far tacere, con la nostra pretesa dissennata di dominio e di sfruttamento dell’ambiente».

In passato non è sempre stato così; anche quando l’ecologia non andava di moda, e la Laudato si’ era ancora in mente Dei, ci sono stati uomini di Chiesa lungimiranti e attenti alla tutela della natura e al rispetto della terra. Un esempio tra i tanti possibili, in una regione del centro-Italia di cui non si parla spesso, ma che nasconde autentici tesori.

Nella seconda metà del Settecento l’economista napoletano Giuseppe Maria Galanti si trovò a passare per Montagano, sperduto paesino del Molise, e rimase meravigliato perché «quella contrada era tutta coperta di alberi e di frutti della qualità più squisita». Un’inattesa ricchezza di verde e di frutti nel mezzo del paesaggio arido e impervio dell’Appennino. Lo studioso rimase sorpreso, e chiese le ragioni di tale miracolo. Gli fu, allora, raccontato di un parroco — tal Damiano Petrone «di cui durava la memoria» — che, cento anni prima, aveva l’abitudine di dare per penitenza ai parrocchiani di piantare uno o più alberi a seconda della quantità e della qualità dei peccati. Quando il peccatore era troppo povero per mettere in pratica la sua penitenza, il parroco si preoccupava di procurargli gli strumenti e gli altri mezzi necessari. Galanti chiese se quel parroco fosse stato un uomo di dottrina e gli risposero che conosceva e osservava il Vangelo e aveva un naturale buon senso. La fonte è sorprendente: una conferenza di Benedetto Croce — di cui quest’anno si celebra il 150° anniversario della nascita — un intellettuale al di sopra di ogni sospetto di bigotteria, o anche solo di simpatie filo-cattoliche. L’aneddoto viene citato nell’intervento con cui il 10 giugno 1923 Croce inaugurò a Muro Lucano la Biblioteca popolare Enzo Petraccone. Poche parole — appena otto pagine a stampa — ma chiarissime. Un discorso che torna tanto più utile oggi, in un momento in cui la crisi economica si rivela essere una crisi di ideali. Talvolta, come dimostra la storia del parroco di Montagano, basta un solo bravo sacerdote per far rifiorire (anche in senso letterale) un intero paese.

di Silvia Guidi

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

19 aprile 2019

NOTIZIE CORRELATE